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TOSCANA - Certosa, la trincea dei restauratori
LOREDANA FICICCHIA
corriere fiorentino 08 set 2010



Con il nuovo decreto mestiere possibile solo con la laurea. Padre Sisto: «Un massacro»

I restauratori di libri rischiano di scomparire. Ne è convinto padre Sisto che da mezzo secolo guida il laboratorio della Certosa del Galluzzo. Ciò a causa del nuovo decreto del ministero dei beni culturali che stabilisce che questa professione sarà riconosciuta solo a chi conseguirà la laurea e a chi ha un diploma e una comprovata esperienza. «Sarà un massacro, un ridimensionamento di un mestiere di cui si stanno perdendo le tracce».


Il restauratore in trincea. Padre Sisto resiste alla Certosa: «Da noi questa arte s’impara sul campo, ma rischiamo la fine»

Cento, duecento, o forse più. Non si sa quanti libri bruciati hanno trovato ristoro fra le sue mani. Li ha curati come malati di poche speranze, è riuscito a ridonargli la vita e una nuova dignità nello scaffale. Eppure le mani di padre Sisto, monaco cistercense dell’Abbazia della Certosa del Galluzzo, parlano anche d’altro. Di orti da coltivare, di pomodori da raccogliere e di erbe da distillare, una delle attività da cui i frati traggono sostentamento insieme al laboratorio di restauro annesso alla Certosa— uno dei centri più famosi al mondo per il recupero e la salvezza dei libri antichi, soprattutto quelli bruciati— che ora deve fare i conti con il nuovo decreto ministeriale che regolamenta la qualifica di restauratore.
Accanto padre Sisto nel laboratorio di restauro di libri che manda avanti da mezzo secolo; in alto a destra una giovane stagista al lavoro. Nel tondo un particolare della Certosa del Galluzzo (foto: Sestini)

Un laboratorio che tra colle, fettucce e pelli di capra Padre Sisto manda avanti da mezzo secolo, con un discreto ristoro per il forziere dei cistercensi fiorentini. È appena tornato dal Cile, padre Sisto, dove ha tenuto all’Università un corso di formazione per aspiranti restauratori di libri. Il maestro è stanco, si capisce, se non altro per il lungo volo, eppoi in questi giorni ha anche il muso lungo per via di quel decreto (il numero 53/2009)emanato dal ministero dei Beni culturali che mette in riga un mestiere già rarissimo. Sarebbe dovuto già entrare in vigore ad inizio 2010, ma una dozzina di ricorsi al Tar hanno spinto i termini per mettersi in regola alla fine di settembre. D’ora in avanti insomma la professione di ‘‘patologo’’ del libro sarà riconosciuta solo a chi conseguirà la laurea (3+2) all’Istituto di restauro del libro di Roma, che ha riaperto proprio quest’anno dopo 24 anni di chiusura e a chi ha un diploma di restauratore nel curriculum e una comprovata esperienza, due anni almeno, in laboratorio. È il caso di Padre Sisto che dovrà dunque affrettarsi per mettere insieme la prova di 50 anni di «pronto soccorso» sulle decine e decine di libri della Biblioteca nazionale di Torino funestata da un incendio nel 1901, su quelli della «Nazionale di Pavia», ma anche degli Archivi di Stato di Pavia e di Sondrio, la Bilioteca Braidense di Milano, quella di Brescia e molte altre ancora. Qualcosa anche dalla Nazionale di Firenze e dal Vieusseux che però hanno i propri laboratori all’interno.

La storia, però, proprio non gli va giù, perché magari dopo, dovrà pure fare un esame per continuare a lavorare su libri e pergamene. «Non è una regolamentazione— sbotta preoccupato— è un massacro, perché ridimensionerà ulteriormente un mestiere di cui si stanno perdendo le tracce. Li vede questi ragazzi ?— incalza indicando il gruppo di stagisti alle prese con ‘‘la cartella clinica’’ di un codice del 1725 — Vengono da Firenze ma anche dalla Grecia e dalla Repubblica Ceca, qualcuno di loro è già un restauratore nel suo Paese ed è qui per uno stage di perfezionamento. Da me— continua— sono venuti stagisti dalle facoltà dei Beni culturali delle Università finlandesi, messicane, spagnole, americane, perché quello che si impara sul campo non può dartelo nessuna scuola. Ma le mani sui libri o sulle pergamene d’ora in poi, almeno in Italia potranno metterle solo dopo aver conseguito la laurea al termine di onerosi esami teorici e pratici su materie in buona parte estranee al mestiere. E l’esperienza non vale più niente?».

Si arrabbia padre Sisto: «Restauro libri da mezzo secolo e ora devo racimolare tutta la documentazione dagli anni Settanta ad oggi, per ottenere il ‘‘visto’’ dal ministero dei Beni culturali, che non mi riconosce neanche la Scuola di patologia del libro che mi ha formato, un ente storico nato a Roma nel 1938 che però — guarda un pò — non è tra quelli contemplati dal decreto. La qualifica di restauratore è riconosciuta solo a chi ha conseguito il titolo all’Istituto romano ma anche all’Opificio delle Pietre Dure di Firenze o alla Scuola di Restauro dei Mosaici di Ravenna».

A onor del vero il futuro della professione è messo a dura prova dall’esiguità dei finanziamenti. Prima erano a pioggia, ora sono a progetto, e in buona parte finiscono nella digitalizzazione, ma a togliere il sonno a padre Sisto è la burocrazia che, cieca e sorda, nulla può sapere dell’emozione che provò per esempio, quando anni fa si ritrovò fra le mani una grande pergamena riproducente il carboncino di Leonardo da Vinci dell’Adorazione dei Magi.

Per non parlare di antichi manoscritti su cui ha rimesso in luce sorprendenti annotazioni a margine. Gli stagisti intanto confabulano sottovoce intenti a ricostruire la numerazione di un tomo a brandelli, discutendo sulla maggiore qualità della pelle di capra per le copertine.

Tendono l’orecchio però. Anche per loro, le cose diventano difficili, forse persino per Lucrezia Vardaro, fiorentina, che è alle porte della laurea e nel laboratorio di padre Sisto è ormai di casa. Gli altri stagisti, si capisce, prendono le direttive da lei.





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