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L’Aquila, Collemaggio. La basilica plasmata dai terremoti
Ugo De Angelis
Osservatore Romano 11/9/2010

Santa Maria di Collemaggio e le ferite aquilane da non dimenticare

Il forte legame tra la comunità aquilana e il suo territorio ha origini lontane, come la genesi della civitas nova che Pierre Lavedan, nella sua monumentale opera L'urbanisme au Moyen Age, non tardò a definire «una delle più grandi e riuscite creazioni urbane in Europa occidentale». Questa meravigliosa città, nata nel 1254 per volontà di Corrado IV, viene inserita nell'ambito di un importante contesto territoriale percorso da un fitto e strategico sistema viario. La successiva furia distruttrice avvenuta nel 1259 a opera di Manfredi ebbe uguali solo negli ormai noti eventi sismici. Dice Buccio di Ranallo: «Nè casa vi rimase, nè pesele, nè ticto». Dopo la sconfitta di Manfredi a Benevento nel 1266, il francese Carlo I d'Angiò consentì alla «rea villanaglia» di rifondare la città contro le insistenti richieste dei «gentili homeni». Tale evento si inserisce in una vicenda tutta «popolare», dove la città si deve difendere dai nobili che rivendicano titoli feudali. Occorre inoltre sottolineare che questo «nuovo impianto» a forte impronta «ippodamea» secondo cioè uno schema planimetrico a maglia ortogonale nasce sul modello di sviluppo cistercense delle bastides, diffusosi dal xii secolo nel sud-ovest della Francia. La città viene suddivisa in quattro «quarti», ognuno ripartito in spazi regolari costituiti da aree comuni e lotti di terreno per l'abitazione e l'orto, destinati a facilitare l'insediamento dei villici provenienti dai centri fondatori, subito dopo aver realizzato la piazza, la chiesa, la fontana, cioè quegli interventi pubblici che a tutt'oggi chiamiamo opere di urbanizzazione primaria e secondaria. Nella costruzione della città emerge una nuova forma di pianificazione, concepita da una rete di relazioni che supera il perimetro delle mura, in un ben congegnato sistema di area vasta (i contadi), caratterizzato dall'interazione territoriale tra intus et extra moenia. I neo-cittadini portano con sé la loro identità culturale e il proprio modello del villaggio d'origine, il che a ragione potremmo definire una ben riuscita operazione di «delocalizzazione» urbanistica. Il rapido inurbamento e il conseguente sviluppo socio-economico della città si devono anche al ruolo avuto dal vescovo aquilano nel favorire l'insediamento dei religiosi, alla sua autonomia politico-amministrativa e al regime di privilegi di cui godeva l'industria della pastorizia e dello zafferano, che più tardi arrivò all'apice di una fiorente attività commerciale. Ma nel 1294 la città è protagonista di un evento straordinario: il mite e umilissimo eremita Pietro Anglerio o Angeleri, detto da Morrone (1209-1296), per i più oggi ricordato come «il Papa del gran rifiuto», viene eletto al soglio pontificio e il 29 agosto incoronato ad Aquila, città a lui «più cara fra tucte le terre», proprio in quella basilica Santae Mariae de Collemadio, che venti anni prima aveva voluto dedicare all'Assunta. L'inizio della costruzione, che si vuol far risalire alla data del 1287, aveva impegnato per diversi anni i suoi monaci di Santo Spirito della Maiella e la fiera popolazione della nuova città. Aquila per oltre due mesi fu la capitale spirituale del mondo cattolico. Durante il suo breve pontificato, Celestino V istituì la «Perdonanza», che ancora oggi offre l'indulgenza plenaria a tutti i fedeli che annualmente dal 28 al 29 agosto si rechino nella chiesa di Collemaggio pentiti e riconciliati. Non si trattò solo di un importante atto di carattere spirituale ma di una vera e propria riconciliazione cittadina, di rilevante significato politico e sociale. Pietro, il Papa del popolo di umili origini contadine, ottiene così da Carlo II d'Angiò il perdono degli aquilani ribelli e l'unificazione amministrativa, ratificata con il diploma del 28 settembre del 1294 che contribuì notevolmente a proiettare l'attività economica della città entro il grande circuito commerciale europeo. Carla Bartolomucci, in un suo recente libro, fa un'accurata analisi della basilica di Santa Maria di Collemaggio e ne interpreta i numerosi rifacimenti causati dai frequenti disastrosi terremoti succedutisi nel tempo. La chiesa deve la sua fortuna architettonica alla particolare, raffinata geometria di pietra bicroma della facciata, nonché alla pregevolezza dei tre portali e dei tre rosoni. L'impianto basilicale costituito da tre navate, nel 1972- 1974 ha subito un discusso restauro, anche se sarebbe pi appropriato parlare di una sorta di tentato ripristino: l'organismo è stato sottoposto a una ulteriore trasformazione con la liberazione dalle aggiunte barocche post-terremoto del 1703 e l'innalzamento delle navate a favore di un «restituito» spazio trecentesco, sicuramente più luminoso e austero ma, secondo il nostro modesto parere, forse più incline al falso storico nel senso «brandiano» del termine; mentre il transetto, illuminato dalla bassa cupola coperta a tetto prima del recente sisma, conservava ancora le vecchie reminescenze barocche. Il coro centrale prolungato e due cappelle laterali, di cui una contenente il sepolcro di Celestino V, opera del 1517 di Girolamo da Vicenza e realizzato con i fondi messi a disposizione dai «Lanari dell'Aquila», completano l'impianto absidale. Sul lato nord in corrispondenza della navata sinistra è collocata la Porta Santa, realizzata verso la fine del XIV secolo, che ogni anno apre alla cerimonia della Perdonanza celestiniana. Recentemente la facciata è stata liberata dagli ultimi ponteggi ed è quindi tornata al suo originario splendore a conclusione di un accurato restauro, iniziato nell'autunno del 2007 su iniziativa della Direzione regionale per i Beni culturali e paesaggistici per l'Abruzzo. Il terremoto del 6 aprile 2009 ha gravemente danneggiato ancora una volta l'organismo strutturale della basilica e causato il crollo del transetto, che già a seguito del sisma del 1958 era stato demolito e ricostruito dal Genio civile (1960-1962). Il 28 aprile 2009 Papa Benedetto XVI, visitando la basilica duramente colpita dal sisma, ha reso omaggio al santo Pietro Celestino, ponendo sulla sua urna il proprio pallio pontificio in ricordo della visita. Il cammino della ricostruzione appare ancora lungo e pieno di incognite, soprattutto per reperire i notevoli fondi necessari a un accurato intervento di consolidamento strutturale e di ripristino dell'organismo centrale della Basilica, nell'ambito di un intervento di recupero che dovrà essere esteso all'intero complesso monumentale. La storia dei principali eventi sismici della città dell'Aquila dal 1315 a oggi, fa intuire quanto sia stata importante la tenacia e lo sforzo degli aquilani nella ricostruzione della propria città, alimentata da quel contributo proveniente dal fiorente sviluppo economico determinato dall'istituzione di franchigie e concessioni a favore delle attività produttive locali. Oggi, in un contesto di corsi e ricorsi storici, non sarebbe possibile programmare piani straordinari per finanziare la ricostruzione post terremoto nelle aree colpite dal sisma? L'eremo celestiniano di Sant'Onofrio al Morrone nei pressi di Sulmona, oltre a custodire la memoria di Pietro, espone un'iscrizione attribuita a una religiosa poetessa arcade, la principessa Aurora Sanseverino, che termina con queste parole: «Qui parla il verbo al core. Entri chi tace, perché il solo silenzio è qui loquace». Vogliamo sperare che la storia sia maestra di vita, confidando almeno in un annuncio programmatico di recupero del patrimonio storico e monumentale dell'Aquila, perché non resti solo il silenzio a parlare pi delle parole. Il cammino della ricostruzione appare ancora lungo e pieno di incognite Soprattutto per reperire i notevoli fondi necessari a un intervento di consolidamento e di ripristino dell'organismo centrale.



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