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Bologna, Santo Stefano. Quel Santo Sepolcro che non c’è più a Gerusalemme
Franco Cardini
Il Giorno – Nazione – Il resto del Carlino 15/9/2010

Si parla senza dubbio troppo di «radici» e di «identità». Principale difetto di tali chiacchiere è il loro carattere vago, astratto, indeterminato. Non si riesce mai a capire con precisione quali sarebbero i «caratteri originali» che concretamente individuano tali radici e circoscrivono tale identità. Di quando in quando avviene tuttavia il miracolo. Una comunità, una città, si accorgono d'incanto d'un qualche oggetto, d'una tradizione, di un monumento sino ad allora familiari e quotidiani al punto da sembrare quasi privi di significato e d'interesse: e che invece d'un tratto si animano, caricandosi di valori sin lì insospettati eppure evidenti. «Si mettono a parlare». E' il caso della Basilica dei Santi Vitale e Agricola, meglio nota come Santo Stefano: la splendida chiesa altomedievale che si affaccia sulla più bella piazza di Bologna, e anche una delle più belle d'Italia. Gli storici dell'arte, gli archeologi, insomma gli specialisti, ne conoscono «da sempre» il segreto. Il monumento è la «riproduzione» (per giunta piuttosto fedele) della Basilica della Resurrezione di Gerusalemme, cioè del «Santo Sepolcro». Ma la grande chiesa ancor oggi nel cuore del vecchio centro di Gerusalemme è stata più volte distrutta e ricostruita. Ai primi dell'XI secolo il califfo egiziano Hal-Hakim (il fondatore della setta drusa, «eretica» per i musulmani) l'aveva fatta distruggere; ricostruita grazie ai fondi e all'impegno dell'imperatore bizantino, profondamente rimaneggiata dai crociati i quali le conferirono quell'aspetto romanico-gotico ch’essa ancor oggi conserva. Ora, la chiesa bolognese, a sua volta ristrutturata nell'XI secolo su un precedente edificio, rievoca puntualmente l'impianto che la basilica di Gerusalemme aveva assunto all'atto della ricostruzione bizantina e che i crociati avrebbero modificato fino a renderla quasi irriconoscibile. Oggi, chi vuole studiare la chiesa di Gerusalemme nella sua fase precrociata, ormai scomparsa, deve venire a Bologna. Ma perché un monumento come questo proprio nel capoluogo emiliano? La risposta si radica in una tradizione antichissima, ritenuta leggendaria e quasi fiabesca, secondo la quale nel V secolo il vescovo Petronio, poi patrono della città, di ritorno da un viaggio in Terrasanta, avrebbe costruito nell'area compresa tra Santo Stefano e San Giovanni in Monte una vera e propria riproduzione urbanistica di Gerusalemme. I pellegrini che dunque sciamavano sulla Via Emilia diretti ai valichi alpini che li immettevano sulla Via Francigena del litorale tirrenico, giunti a Bologna potevano godere di un anticipo della Città Santa alla quale erano diretti. Dopo secoli di silenzio e di semi-indifferenza, rotti solo dagli studi degli specialisti, i bolognesi riscoprono oggi il senso di quel monumento e si preoccupano dei restauri divenuti ormai inderogabili. Da questo recupero di consapevolezza può nascere una ricca messe di iniziative civili, culturali e turistiche. Possiamo finalmente parlare sul serio di una vera «riscoperta delle radici».




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