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Roma capitale fu dunque una tappa ineludibile nel processo di unificazione.
20/09/2010 IL MATTINO



Roma capitale fu dunque una tappa ineludibile nel processo di unificazione. Ma fu anche, per il neo costituito Regno d’Italia, un onere non facile da sostenere. La rottura irrevocabile con la Chiesa di Roma (che solo un secolo dopo la breccia di Porta Pia avrebbe riconosciuto, con Paolo VI, il carattere provvidenziale di quell’evento) rafforzò i fondamenti laici dello Stato, ma approfondì le linee di frattura fra le istituzioni e un paese reale compattamente cattolico. La delusione dei mazziniani – che avrebbero voluto fare di Roma il centro motore dell’incompiuta rivoluzione democratica – si tradusse in critiche aspre e ingenerose alla classe dirigente nazionale. Più in generale, pesò la sproporzione fra le speranze e le ambizioni inevitabilmente legate alla storia della città eterna («Non si sta a Roma senza un’idea universale», aveva sentenziato il grande storico dell’antichità Theodor Mommsen) e la più prosastica realtà del nuovo Stato, cronicamente a corto di risorse e ancora bisognoso di legittimazione internazionale. Da questa sproporzione nacquero molti dei problemi della capitale, e dell’Italia intera, in età liberale: la pulsione irresistibile verso avventure imperiali cui il paese non era preparato; l’ipertrofia monumentale che stravolse, nel bene e nel male, il volto della città; gli scandali bancari di fine Ottocento. La stessa immagine di Roma risentì di tutto questo: gli intellettuali più influenti, da D’Annunzio a Pirandello, sulla scorta della celebre invettiva carducciana («Impronta Italia domandava Roma,/ Bisanzio essi le han dato») ci misero poco a capovolgere quell’immagine, trasformandola in mito negativo: Roma capitale del trasformismo, della corruzione politico-parlamentare, insomma luogo emblematico di un’immaginaria precoce decadenza. Tutti temi – le ambizioni imperiali, l’enfasi monumentale, la polemica antipolitica – che il fascismo avrebbe ripreso ed esasperato, una volta appropriatosi di una retorica della romanità che originariamente gli era estranea. È, quella qui appena delineata, una storia molto lontana da noi, più di quanto non dica la cronologia. In mezzo abbiamo avuto un quarantennio di Roma democristiana, con i suoi difficili equilibri fra memorie risorgimentali un po’ sbiadite e rinnovato protagonismo della Chiesa. Oggi i problemi sono altri: il riassetto urbanistico, l’accoglienza agli immigrati e la sistemazione dei nomadi, il traffico e la pulizia delle strade, il riconoscimento – finalmente arrivato – di un ruolo speciale della capitale in termini di competenze e di risorse, infine il rilancio della città come centro culturale internazionale. Vanno affrontati senza far ricorso ai vecchi armamentari retorici. Ma senza nemmeno dimenticare che il ruolo di una capitale, soprattutto se si chiama Roma, lungi dall’esaurirsi nelle sue funzioni amministrative, si carica inevitabilmente di significati simbolici: in altri termini, una capitale prestigiosa e funzionante è, oggi come nell’Ottocento, emblema e garanzia di unità. Può essere utile ricordarlo nel momento in cui si sente parlare di uno spezzettamento della capitale (qualche ministero al centro, qualche altro al Nord): in omaggio, si presume, a una nuovissima concezione del federalismo, inteso come moltiplicatore delle sedi del potere centrale e dei relativi impieghi pubblici.



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