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TOSCANA - Rocche e fortezze un tesoro di pietra gettato alle ortiche
GIANNI PARRINI
MERCOLEDÌ, 22 SETTEMBRE 2010 IL TIRRENO

La denuncia dell’esperto: fino a qualche decennio fa erano ben conservate, oggi sono macerie abbandonate e pericolose


A vederle da lontano sembrano alte, affascinanti e maestose. Ma quando ti avvicini, spesso ti imbatti in un cumulo di rovine. E’questa la condizione in cui versano torri, rocche e fortificazioni in Toscana. Si tratta di alcune decine di costruzioni di epoca medievale e tardo rinascimentale che se adeguatamente valorizzate rappresenterebbero un’ulteriore attrazione per i turisti che arrivano nel Granducato. In molti casi, invece, sono abbandonate. Così, la rocca di Gorgona, la torre di Caprona, il Volterraio e molti altri luoghi ricchi di storia, dopo aver attraversato i secoli e superato assedi, oggi rischiano di rovinare a terra, sfiniti dall’indifferenza delle istituzioni.
«Queste costruzioni rappresentano una peculiarità dei territori in cui sorgono e pertanto hanno un valore storico immenso - spiega il professor Michelangelo Zecchini, archeologo che in passato ha lavorato con l’Unesco - Soprintendenza, enti locali e privati cittadini devono svegliarsi e fare qualcosa prima che sia troppo tardi: a volte basta poco per salvare questi edifici, ma più il tempo passa e maggiori sono le risorse da investire».
Il campionario delle torri in Toscana è vasto: alcune sono incorporate in costruzioni fortificate, altre sono isolati punti di avvistamento, spesso in zone costiere. «In molti casi sono torri a scarpa: tronco coniche alla base e cilindriche dopo il cordolo - spiega Zecchini - Quasi tutte sono state realizzate allo scopo di controllare il territorio e lanciare l’allarme in caso di attacco nemico. Talvolta erano posizionate in modo tale da creare un sistema di collegamento ottico che permettesse una vasta copertura dell’area e rendesse possibile comunicare a distanza».
In quel periodo coste e isole del Granducato erano oggetto di “attenzioni particolari” da parte dei pirati saraceni: Khayr al-Din (detto il Barbarossa) e il turco Dragut erano i più temuti.
Cessati gli antichi spauracchi, oggi le vecchie roccaforti soffrono soprattutto la scarsa attenzione che le circonda. Il professor Zecchini ci segnala che nella zona Ripafratta, sui monti pisani, sono stati effettuati interventi di recupero importanti, «ma non basta perché c’è ancora una torre che ha bisogno di cure urgenti, dato che si sta sgretolando giorno dopo giorno».
L’archeologo denuncia anche l’abbandono in cui giace il castello del Volterraio, all’Elba: «Chiunque arrivi dal mare a Portoferraio (l’antica porto Argo) non può fare a meno di notare quel castello appollaiato sui monti come un falco - racconta Zecchini - Ricordo che quando ero giovane, la fortezza era ancora in ottime condizioni mentre ora è solo un cumulo di macerie. Che tristezza, e pensare che nessun saraceno è mai riuscito a espugnarla».
Poco valorizzate e per niente mantenute, ma non basta: secondo Zecchini alcune costruzioni sono anche mal studiate: «In alcuni casi ci sono evidenti errori di datazione - spiega l’esperto - Prendiamo le torri di Marciana Marina e di Marina di Campo, all’Elba: non c’è dubbio che entrambe siano della metà del ’500 o poco dopo, eppure sia su Internet sia su pubblicazioni di rilievo vengono definite torri del XI o del XII secolo. Forse anche gli studiosi devono svegliarsi».
Fra tanti esempi negativi, il professor trova anche qualche situazione da elogiare: «In Garfagnana, la Provincia di Lucca ha fatto un ottimo lavoro con il progetto di recupero e valorizzazione della fortezza di Monte Alfonso. Discorso analogo per la torre di san Giovanni all’Elba, il cui progetto è firmato dall’architetto Massimo Ricci di Firenze». Insomma, se le volontà di pubblico e privato si uniscono può venire fuori qualcosa di interessante: «Queste costruzioni sono sotto la tutela delle Soprintendenze - conclude il professore - ma anche Comuni e cittadini possono intervenire: basta presentarsi con un valido progetto scientifico e adeguate risorse. Tutti sono chiamati a fare la loro parte».



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