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Biennale Cinema. Giuliano da Empoli: «Non posso dimettermi. Devo difendere la Biennale da Bondi»
Michele Anselmi
Il riformista 25/9/2010

Giuliano da Empoli rappresentante del Mibac a Venezia risponde al ministro che, al suo secondo j'accuse, ne ha chiesto le dimissioni perché designato da Rutelli. Ma1'assessore toscano resiste contro il «metter becco» dell'”ideologico» responsabile dei Beni Culturali: «È in gioco il ruolo stesso della kermesse. Per questo non posso mollare».

Il ministro Sandro Bondi vuole, metaforicamente, la testa di Giuliano da Empoli. Lo ribadisce nella postilla finale del suo nuovo j'accuse su Panorama contro le roccheforti del cinema e della cultura, s'intende a lui avverse per ideologico partito preso. Nel primo, prendendo spunto dal verdetto veneziano poco favorevole ai nostri film, aveva annunciato di voler «mettere becco» d'ora in poi nella formazione delle giurie. Nel secondo ribadisce il concetto, anzi lo conferma «con ancora più forza e convinzione». Siccome il governo finanzia la Biennale con un investimento di circa 16 milioni all'anno, Bondi ritiene «doveroso partecipare e discutere sulle principali decisioni che riguardano le scelte dei presidenti delle giurie e dei direttori dei settori delle Biennali». Si lamenta, il ministro, che tutte le decisioni importanti passino «sopra la sua testa». E qui si apre il capitolo riguardante da Empoli. «Mi si obietta che il ministero può dire la sua attraverso il proprie rappresentante nel cda della Biennale. Rispondo di no. Perché l'unico rappresentante del ministero si chiama Giuliano da Empoli, designato dal governo precedente e attualmente assessore alla cintura del Comune di Firenze. Il quale non ha mai avvertito il dovere di rimettere il proprio mandato». Reduce dal cda di mercoledì, il primo al quale abbia partecipato il governatore Luigi Zaia in rappresentanza della Regione, il 37enne scrittore e giornalista ha appena letto il passo che lo riguarda su Panorama. Bondi le rimprovera scarsa sensibilità istituzionale, sostiene che lei non può sedere in quel Consiglio perché nominato da Rutelli, ministro di centrosinistra.
“Guardi, io capisco che Bondi ha un problema con me. Tuttavia credo di dover continuare, finché potrò, a difendere la Biennale da Bondi. Diciamo la verità: se lo Statuto gli avesse permesso di farmi fuori, l'avrebbe già fatto da tempo”.
Ma Bondi non aveva ricevuto dal Parlamento una delega per riformare lo Statuto?
“Sì, ma quella delega è stata lasciata scadere. Credo che il ministro abbia fatto bene a non forzare le cose per far decadere il cda. Ma avrebbe potuto farlo. Detto questo, ritengo che la sua concezione del cinema, ma anche dell'arte contemporanea e di altri campi culturali, metta a rischio il ruolo della Biennale. Per questo faccio resistenza. Resisto all'idea che un ministro ai Beni culturali possa «metter becco» in questioni artistiche, estetiche, che riguardano l'autonomia dei singoli direttori di sezione”.
Ha letto il suo giudizio sul «sadico» Tarantino o certe sparate contro il cinema italiano? “Bondi fa sempre cose meravigliosamente inverosimili. Ha un atteggiamento fortemente ideologico, e poco importa che scriva di voler alimentare «un autentico confronto culturale». Si fa male da solo con queste uscite improvvide, surreali. È il peggior nemico di se stesso. Natalia Aspesi ha scritto su Repubblica: «Se deve sgridare qualcuno, Bondi si rivolga alle sue conoscenze che fanno parte del cda, tra cui un suo incaricato, perché è il Consiglio che ha approvato tutto, compreso direttore, giuria e suo presidente».
Come vede, non è del tutto vero ciò che scrive la Aspesi.
“Francamente non mi sento un «incaricato». Posso capire il turbamento di Bondi, ma ricordo che anche Rutelli si trovò, a suo tempo, nella stessa condizione. Ereditò un presidente della Biennale, Davide Croff, che era stato scelto dal ministro Urbani, e con lui un consigliere di nomina governativa, l'avvocato Bruno Della Ragione. Restarono in carica per alcuni mesi, non mi risulta che Rutelli abbia chiesto al suo consigliere di andarsene, dimettersi o tacere”.
E’ vero che il presidente Baratta, per svelenire il clima, le ha chiesto di fare un passo indietro?
“Baratta non mi hai mai chiesto di dimettermi. Sono stato io, però, a chiedere a Bondi un incontro, anche per iscritto. Aspettavo di vederlo a Venezia, nei giorni della Mostra. Come è noto, ha preferito non venire al Lido. Dice che ai festival lo fischiano e lo offendono. Per questo non intende «più subire questo ostracismo, questa insopportabile puzza sotto il naso da parte di sedicenti intellettuali». Io non l'avrei offeso. Gli avrei ricordato che la Biennale è un ente culturale, non un ufficio ministeriale o un incarico politico soggetto allo spoil-system. Il mio mandato dura quattro anni, quando scadrà, a fine dicembre 2011, mi farò da parte. Nell'attesa svolgo il mio lavoro di consigliere. Naturalmente la Biennale è una macchina complessa. Può succedere che nel suo cda siedano un professore d'architettura come Amerigo Restucci, rettore dello Iuav, e un presidente della Regione come Zaia. Al quale abbiamo appena dato il benvenuto”. Mercoledì, prima dell'ultima esternazione di Bondi, Baratta aveva dichiarato: «Non mi posso sentire minacciato da chi non ha mai infranto l'autonomia della Biennale».
“A me pare che la Biennale, nel suo insieme, mantenga un ruolo istituzionalmente corretto nei confronti del ministero. Ci sono incontri a tutti i livelli. Poi, certo, è un Baratta molto federalista quello di questa fase”.




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