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Campania. Non basta riaprire il Castello di Baia se il resto muore
Davide Morganti
Il Mattino - Napoli 1/10/2010

“Annunciazione!Annunciazione!», gridava l'angelo cieco Lello Arena in un famoso sketch de La Smorfia. Questa interiezione rimbomba, come un monito beffarda, ogni volta che si parla dell'imminente riapertura del Castello di Baia. Quarantasette delle cinquantaquattro sezioni saranno tra un paio di settimane rese di nuovo accessibili al pubblico, per l'ennesima volta. Quanti lettori hanno gioito, ieri, leggendo la notizia? Immagino più smorfie di diffidenza, soprattutto di sfiducia, perché è un museo che pare avere un timer, scattata l'ora le porte delle sale si richiudono lasciando di nuovo tutti fuori. In passato, il numero elevato di richieste per le visite non era dovuto solo alla straordinaria bellezza del castello, ma anche all'ansia di fare presto, prima che sparisca di nuovo. In un vecchio musical degli anni Quaranta, Brigadoon, si narra di un paese che, festosamente, appare in un bosco scozzese ogni cento anni per un solo giorno prima di svanire; ecco, c'è il rischio che, con l'andare del tempo, tra effimere aperture e sepolcrali chiusure, il Castello di Baia si trasformi in un patetico Brigadoon flegreo. Ci sia permesso, quindi, il dovere della perplessità, veniamo da decenni di disillusioni che hanno ammalato gravemente un territorio e alla sua cronica agonia ci siamo abituati in maniera indegna. Non far parte di uno di patrimoni dell'Unesco, in sé, ha poca importanza, per quello che vale la sua simbolica tutela, ma sottolinea la sciattezza con la quale viene gestito il territorio. Non si prende nemmeno in considerazione la possibilità di poter entrare nell'elenco dei siti più affascinanti del pianeta. Siamo abituati all'incuria, fa parte della nostra storia. Non so proprio, dunque, di cosa dovremmo gioire per questa ennesima inaugurazione. La messa in sicurezza dei luoghi, la penuria di personale, l'insufficienza dei fondi sono tra le voci che stritolano la Piscina Mirabile, ormai diventata la barzelletta d'Italia, la Necropoli, lo Stadio di Antonino, Centum Cellae e altre meraviglie avvilite. Gli stessi laghi sopportano una sofferenza simile. Rischiamo di trasformare la zona flegrea nel postribolo di un racconto di Kawabata, dove il vecchio Eguchi può solo carezzare il corpo di giovani e bellissime donne addormentate che non può né svegliare né violare. Se qualcosa non cambia, chiunque arrivi in visita diventerà Eguchi, un turista ai cui occhi viene proibito il suo senso. Si parla, negli ultimi mesi, dell'intervento dei privati nella gestione di siti archeologici come la Piscina Mirabile, e trovo ipocrita scandalizzarsi. Senza il loro intervento, inutile alimentare troppe fantasie, le pietre moriranno. Lo Stato non è più in grado di reggere i costi di manutenzione, si va per strappi, tamponando con progetti-falena, senza risolvere la questione in maniera seria e definitiva. Credo sia venuto il momento di liberarsi da un'idea novecentesca di assistenzialismo provvidenziale, concedere, dietro obblighi e garanzie, lo stadio di Antonino o Centum Cellae a privati potrebbe (mi ritrovo a usare anch'io il condizionale, diventato il tempo dell'irrealizzabile, almeno da noi) finalmente far entrare i campi flegrei nell'età della ragione. I pochi stranieri presenti in zona spesso mi hanno chiesto come mai la penisola sorrentina, con i suoi alberghi e tour internazionali, nonostante l'asprezza territoriale, sia in dialogo con il mondo, mentre Pozzuoli e Bacoli si limitano a essere ricoperti di stracci. Non ho mai saputo rispondere. Io, adesso, non mi accontento più di alcune stanze aperte pro tempore, che hanno un continuo inizio e una rapida fine; io esigo che si esca una volta e per tutte da un'inerzia che ha fatto più danni del cemento abusivo; io voglio che ogni promessa fatta venga mantenuta e che la dignità una volta tanto non sia un geroglifico incomprensibile; io sogno che campi flegrei possa tornare a scriversi con la maiuscola. Non vorrei che, dopo i nuovi trionfali annunci, alla fine, come Lello Arena, allargando le braccia, si andasse via dicendo: "Abbiamo sbagliato casa".



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