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Moto perpetuo del capolavoro, perché la "dottrina" è discutibile
Tomaso Montanari
Corriere del Mezzogiorno, 30-9-2010

Nelle ultime settimane, una martellante campagna di stampa ha esaltato la causa delle tournées internazionali di singoli capolavori del passato, a cominciare dai Bronzi di Riace, dei quali si chiede ora la presenza all’Expo milanese del 2015.
Ispirata dal direttore generale per la valorizzazione dei beni culturali, Mario Resca, tale campagna viene alimentata soprattutto dal «Giornale», ma è supportata da ‘esperti’ come Philippe Daverio, e da figure istituzionali come Andrea Carandini, presidente del Consiglio superiore dei beni culturali dopo la cacciata di Salvatore Settis.
Ecco i capisaldi di quella che potremmo definire la ‘dottrina Resca del moto perpetuo del capolavoro’: 1) le opere devono viaggiare perché ciò porterebbe «all’Italia pubblicità e soldi» (Luca Beatrice, «Il Giornale», 2 agosto); 2) il moto dei capolavori avrebbe anche un fine educativo: «Da tempo la tutela è stata esercitata per i conoscitori e la colta élite borghese, come se non fosse girata la macina della storia. Sono stati dimenticati i visitatori reali e potenziali di oggi, numerosissimi, poco istruiti e curiosi» (Andrea Carandini, «Corriere della sera», 4 agosto); 3) l’unico metro per misurare il valore di una mostra è la quantità dei visitatori; 4) l’unico motivo per non prestare è un cattivo stato di conservazione dell’opera, e regole standard dovrebbero stabilire cosa può viaggiare, e cosa no (ancora Carandini: «La discrezionalità è signora equivoca, da evitare»); 5) chi dissente è un «parruccone» nutrito di ideologia passatista, e i peggiori sarebbero gli storici dell’arte delle soprintendenze (impressionante la violenza di Beatrice: «Polvere è l’esatto sinonimo di conservatore. Il classico laureato in Storia dell’arte, all’80% donna non più giovanissima e senza figli»).
Ma le cose non stanno così.
1) Se c’è una petizione di principio davvero ideologica è quella per cui i viaggi dei capolavori italiani servirebbero ad incrementare il turismo in Italia. Queste umilianti tournées giovano invece solo a coloro che le promuovono, cioè ai politici, agli sponsors e agli organizzatori. Il nostro Paese è fin troppo identificato con l’Arte: il punto non è rafforzare questa equazione, ma semmai lavorare alle infrastrutture e all’accoglienza, e cioè al tenore di vita di chi verrà qua da turista. Ma è più facile impacchettare i capolavori che affrontare questi nodi. 2) Dove sarebbe la tutela per l’élite? Veniamo da decenni di mostre-evento commercialissime, che copiano sostanzialmente il modello degli eventi televisivi. L’ormai diffusa esibizione del capolavoro isolato dal suo contesto storico e culturale non è educazione, ma una forma di intrattenimento. Per rendere vero il luogo comune per cui ‘le mostre avvicinano al patrimonio artistico e alla cultura il grande pubblico’, esse dovrebbero stimolare il senso critico ed il pensiero, non l’evasione e la distrazione. 3) L’idea che il successo sia misura della qualità accomuna i politici (convertiti in mass al plebiscitarismo berlusconiano: ‘se mi vota la maggioranza, le mie idee sono giuste’) e i ‘nuovi’ manager alla Resca, il quale teorizza esplicitamente che non si deve più parlare di visitatori, ma di clienti (e naturalmente: ‘se i clienti lo comprano, il prodotto è buono’). Ma, proprio come l’auditel televisivo, questo demagogico indice quantitativo non registra né la soddisfazione dei visitatori, né tantomeno la loro crescita culturale. 4) L’accertamento dello stato di conservazione delle opere d’arte non dovrebbe essere sottoposto a pressioni di alcun genere. E un verdetto positivo dovrebbe aprire, non chiudere, il discorso sul prestito: non tutto ciò che si può fare, si deve fare. E qui occorerebbe maggiore, e non minore, discrezionalità: nel senso che i sovrintendenti dovrebbero giudicare ogni mostra sul piano scientifico e culturale, prima di decidere un prestito. Il degrado morale delle opere d’arte del passato non è, infatti, meno pericoloso di quello materiale. 5) Molti soprintendenti hanno, nei fatti, già da tempo sposato la dottrina Resca. Gli insulti squadristi verso i funzionari che restano fedeli alla loro missione costituzionale (la Repubblica «tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione») ricordano da vicino quelli riservati alla magistratura che applica la legge.
In conclusione, viene da chiedersi quale oscura decadenza intellettuale spinga questo Paese a cercare di costruire il proprio futuro cannibalizzando il proprio passato.
Nei Re taumaturghi di Marc Bloch si trova una storia che è la metafora perfetta della nostra situazione. Nel 1101¬ il villaggio francese di Corbeny subì spaventose catastrofi: epidemie, scorrerie di soldati e incendi. I monaci che vi custodivano le reliquie di San Marcolfo «si trovarono ridotti alla vera miseria. Il loro priore … pensò di organizzare una tournée di reliquie: i religiosi, portandosi a spalle il reliquiario del loro patrono», percorsero le regioni vicine: «dappertutto avvenivano miracoli», e si moltiplicavano le offerte. Una comunità in profonda crisi economica cerca di garantirsi la sopravvivenza sfruttando gli oggetti sacri indissolubilmente legati alla propria identità: ecco come nascono le attuali tournées dei nostri ‘capolavori’ artistici. Chissà se a Corbeny qualche monaco prudente obiettò che le reliquie avrebbero potuto uscire danneggiate da questa spericolata iniziativa, e se qualche altro fece notare che la comunità avrebbe dovuto vivere del proprio lavoro, invece che prostituire le cose sacre delle quali era (senza alcun merito) semplice custode. E chissà se qualcuno ebbe la lucidità di comprendere che una simile, sacrilega simonia avrebbe prodotto non già fede autentica, ma superstizione.
In ogni caso, nella Corbeny del 1101 il fanatismo e la fame ebbero la meglio sulla ragione e sulla morale. Andrà meglio nell’Italia del 2010?


Tomaso Montanari



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