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Napoli. Scampia, le vele della discordia
Francesca Cicatelli
Avanti! 6/10/2010

Il dibattito che anima e divide Napoli tra chi vuole abbatterle e chi vuole riqualificarle

La poetica delle Vele contro il disastro ossidativo delle ziggurat di cemento: è scontro tra Sovrintendenza e Comune di Napoli, dove l'assessore al Patrimonio, Marcello D'Aponte, si oppone alla scelta di istituire un vincolo sulle costruzioni di Scampia e insiste sulla necessità che vengano demolite. Il dibattito è stato promosso in questi giorni a Napoli dal consigliere comunale Marco Mansueto, che dal blog www.marcomansueto.com e attraverso un'interrogazione al sindaco Rosa Russo lervolino, invita l'amministrazione "a prendere una posizione chiara su una questione che deve essere condivisa con i tanti napoletani che vivono quotidianamente questa realtà". La vicenda sembra subire un tentativo di redazione tra chi ammette l'errore di programmazione architettonica dei relitti di cemento e chi li vuole tutelare. Si tratta di una "provocazione, un invito al dialogo" spiega il sovrintendente Stefano Gizzi, il quale ha avviato una procedura urgente per istituire un vincolo di legge sugli edifici: molto presto le Vele potrebbero essere intoccabili. Infatti, secondo lo stesso Gizzi si tratta di "un'opera importante, progettata dall'insigne architetto Franz Di Salvo e riportata in una copiosa letteratura". La questione monumentalità contro quella inabitabilità, sembra andare al di là dell'architettura ed investe ragioni storico-sociali che hanno distorto il fine delle costruzioni erette negli anni '60, nel paesaggio complesso della periferia nord di Napoli, nell'ambito della progettazione per l'edilizia economica e popolare. L'idea del progetto, per quanto basato su soluzioni in se stesse non dannose, è stata inficiata dalle fasi di realizzazione. Il piano urbanistico prevedeva grandi unità abitative, dove centinaia di famiglie avrebbero dovuto integrarsi e creare una comunità, una città modello, ma l'utopia per varie ragioni è degenerata in un ghetto, lontano dalla funzione di veicolo di riscatto sociale del proposito iniziale. A far vacillare il sogno è stato il terremoto del 1980, che portò molte famiglie, rimaste senza tetto, ad occupare, più o meno abusivamente, gli alloggi delle Vele con un processo inarrestabile che intrecciò varie culture e estrazioni sociali e in cui alla fine a prevalere furono prevaricazione, illegalità e abusivismo. Ma prima ancora, a minare il ruolo delle Vele, è stata la mancanza di un nucleo di socializzazione. Gli irrealizzati centri sociali e attrezzature collettive hanno concorso al fallimento del progetto iniziale. Senza contare l'inadeguatezza tipologica intrinseca al modello macrostrutturale rispetto alle attese abitative dei destinatari. Errore commesso su scala internazionale come a St. Louis, negli Usa, dove gli abitanti demolirono nel 1972 le macroscatole del Pruitt-Igoe Housing realizzate vent'anni prima da Minoru Yamasaki; a Brieyen Foret in Francia in cui la cittadinanza giunse a chiedere l'abbattimento della Unite realizzata postuma dallo stesso Le Corbusier; e un rifiuto non meno radicale è stato più volte manifestate a Roma per il Corviale di Mario Fiorentino. Intanto sulle Vele di Scampia si susseguono le voci graffianti e aggressive di chi le abita. voci amplificate dalla miseria e dalla delinquenza, voci che si inseguono lungo i ballatoi d unità abitative in degrado e itinerario di spaccio Sulla vicenda si pronuncia anche l'architetto Marco Dezzi Bardeschi che dal Politecnico di Milano, dopo un sopraluogo a Scampia risalente ai mesi scorsi, si schiera a sostegno delle Vele e invoca "il senso di responsabilità e di appartenenza degli abitanti. Bisogna rimuovere le cause dell'incuria, non le Vele: sarebbe assurdo buttar via il bambino con l'acqua sporca. Ci vuole un po' di buon senso. Ho il sospetto che più che eliminare il simbolo del degrado, si voglia fare e disfare in ossequio ad altri interessi".



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