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Ora Bondi minaccia le dimissioni Tremonti chiude il mio ministero
FRANCESCO BEI
La Repubblica 08-10-10, pagina 7 sezione POLITICA INTERNA






ROMA - Uno scontro aspro, culminato con la minaccia di dimissioni del ministro dei Beni Culturali. Ieri mattina, al Consiglio dei ministri, tra Giulio Tremonti e Sandro Bondi sono volati gli stracci. Oggetto della lite, come al solito, i fondi per la cultura. Soldi che vengono prosciugati dai tagli orizzontali imposti dal via XX Settembre a tutto il governo. Bondi, finito nel mirino del mondo della cultura - dal cinema ai musei, da Pompei ai teatri - si è stufato di fare da "punching ball"e reclama attenzione: «Guardate - premette - io finora ho sempre cercato di conciliare la responsabilità di bilancio, la giusta richiesta di sacrifici rivolta a tutti noi da Tremonti, con le necessità dei mio ministero. Ma stavolta è troppo, adesso basta: io pretendo che mi si diano delle risposte. Altrimenti non sto qua a fare il parafulmine, preferisco andarmene». La minaccia di dimissioni è chiara, ma Bondi prosegue alzando ancora di più i toni: «Se nel programma di governo c' è la chiusura del mio ministero ditemelo chiaramente. Perché così la situazione non può più reggere. Io non ci sto più a farmi prendere in giro».

Il destinatario dell' avvertimento fa finta di non sentire. Quindi risponde con ironia. «Per alleviare le umani sofferenze dell' amico Sandro - replica Tremonti aggiustandosi gli occhiali - vorrei rammentargli che in tutta Europa, anche a Parigi e Berlino, stanno tagliando i fondi alla cultura. È molto triste, una cosa terribile, lo capisco. Ma vorrei informare Bondi che c' è la crisi, non so se gliel' hanno detto: non è che la gente la cultura se la mangia». Bondi, raccontano, è diventato paonazzo in viso, sul punto di esplodere. «Eh no caro Giulio, non ci sto. Forse quello che è male informato sei proprio tu: in Europa, in Francia e pure in Germania, i governi stanno investendo milioni di euro sui Beni culturali. Che sono una risorsa economica, non un costo».

Gianni Letta ha capito al volo che la situazione era arrivata al punto limite e ha aperto tutti gli estintori. Prendendo le difese del ministro dei Beni Culturali. «Questa sollevata da Bondi - ha alzato la voce il sottosegretario rivolto a Tremonti - è una questione molto seriae non può essere liquidata in questo modo. Ne dobbiamo parlare». Anche Berlusconi, fino a quel momento rimasto in un imbarazzato silenzio, ha raccolto il grido di dolore di «Sandrino» ed è venuto in soccorso. «Bondi ha ragione - ha chiuso il discorso il premier - anzi Sandro: dicci tu stesso quali ministri se ne possono occupare insieme a te, fissiamo una data e organizziamo una riunione la prossima settimana. Così risolviamo tutto, ne sono sicuro». La disponibilità del premier ha momentaneamente placato le ire di Bondi. Ma di lì a poco ecco un' altra lite scoppiare tra lo stesso Tremontie un' altra collega, il ministro dell' Università Maria Stella Gelmini. Preoccupata per la sorte della sua riforma, con gli atenei italiani bloccati dalle rivolte di studenti e professori, la Gelmini ha chiesto più soldi al ministero dell' Economia. «Abbiamo fatto un accordo, ma dai nostri calcoli - ha detto Gelmini - mancano ancora decine di milioni di euro. Non ci sono le coperture per i ricercatori e per gli associati. Dovete tirare fuori i fondi che ci avete promesso». Una recriminazione tira l' altra ed ecco alzarsi il ministro dell' Ambiente, Stefania Prestigiacomo, anche lei arrabbiata contro i «tagli insostenibili» imposti da Tremonti al suo dicastero. «Ormai tanto vale chiudere tutti i parchi e andarsene a casa», ha protestato la ministra, verde di rabbia. La riunione si chiude, i ministri raccolgono le carte e si allontanano senza nemmeno salutarsi. Più tardi uno degli interessati dà sfogo alla rabbia montante contro Tremonti e fornisce una spiegazione politica: «La verità è che Giulio considera quelli del Pdl come ministri di serie B. I soldi per la Lega, per il federalismo e per le quote latte si trovano sempre. A noi invece chiede solo tagli su tagli».



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