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I tagli (solo italiani) alla cultura. Così si riduce lo sviluppo economico
Severino Salvemini
Corriere della Sera 10/10/2010

Toni accesi venerdì tra i ministri Bondi e Tremonti. Il primo non vuole altre sforbiciate e il secondo si oppone senza troppa eleganza: «Non è che la gente la cultura se la mangia». Bene. Alcuni dati per dare la cornice del problema. Nel 2009 il Mibac riduce del 23% gli stanziamenti nazionali; così come riducono le spese culturali i Comuni (-20%), le Province (-18%), le Regioni (-10%) (dati Federculture). La recessione morde e la crisi viene combattuta con la scure, riducendo un capitolo di spesa considerato effimero e scarsamente produttivo. Peccato che in questo periodo di smarrimento globale di identità, di senso e di saggezza, le arti e la cultura da alcune nazioni vengano considerate addirittura anti ciclicamente: Obama nel pacchetto anticrisi 2009 aumenta del 30% il budget annuale del National Endowment for the Arts, Sarkozy accresce del 10% il contributo dello Stato francese alla cultura, il Sindaco Bloomberg lancia un piano di sostegno al settore artistico che genera un indotto di altri 5,8 milioni di dollari nel solo distretto di Manhattan, i lander mediamente rilanciano con 7% gli investimenti culturali tedeschi. Forse che queste nazioni non gestiscono la crisi? Forse che hanno sbagliato le priorità della loro spesa pubblica? No, semplicemente hanno capito (e da tempo) che la cultura non è un «altrimenti», una partita residuale rispetto allo sviluppo economico e che, accanto alla funzione identitaria, essa è uno dei più potenti motori dell'economia postmoderna. L'economia dove conta sempre meno il valore d'uso dei prodotti e sempre più la valenza simbolica e evocativa che essi esprimono. L'economia delle imprese che oggi producono e vendono prima di tutto i significati culturali che gli oggetti e i servizi incorporano (moda, design, turismo, ristorazione, e così via). E hanno capito molto bene che i singoli investimenti culturali determinano ricadute economiche incrementali sull'occupazione e sul reddito locale che possono ormai sostituire il progressivo declino di produzioni industriali spesso a fine corsa. Ministro Tremonti, carmina dant panem, eccome.



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