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NAPOLI – La città ferita da incuria e degrado.
ANGELO PETRELLA
IL MATTINO – 11 ottobre 2010

Le frasi del governatore del Veneto, il leghista Zaia, non sono prive di spunti che dovrebbero indurci a riflettere, al di là della questione dei rifiuti, sul rapporto che lega noi napoletani al patrimonio e ai tesori della nostra città. Negli ultimi mesi abbiamo assistito a un incremento generalizzato del degrado e dell'incuria senza precedenti: luoghi storici abbandonati, monumenti danneggiati, ennesima crisi dei rifiuti e località balneari inquinate in modo irreversibile. Una forte componente di queste disfunzioni socio-ambientali va rilevata nell'incapacità delle amministrazioni che si sono succedute e nell'attenzione intermittente del governo, che sembra ricordarsi del Sud solo allo scoppio delle varie emergenze, ovvero al sollevarsi di polemiche sull'abbandono e il declino delle città d'arte. Un esempio è stato offerto nei giorni scorsi dal caso di Pompei e dalla corsa alla rivendicazione «dell'impegno concreto per la risoluzione dei problemi» da parte del ministero dei Beni culturali. Ma un esempio tutto napoletano è quello del chiostro di Santa Chiara che, solo in seguito al ritrovamento del cadavere di un clochard sul finire dell'estate, ha visto mobilitarsi personalità politiche e del mondo della cultura, con tanto di collette di finanziamento organizzate ai fini del recupero del complesso monasteriale (si ricordi quella settembrina organizzata con Giuffrè, Rigillo e altri «esuli» milanesi). Sembra quasi che i napoletani si ricordino della loro città solo quando è troppo tardi, o quando la distanza geografica che li separa dal proprio territorio è incolmabile. In effetti. esiste una forte componente di responsabilità anche individuali del degrado di Napoli negli ultimi anni. La colpa politica della mancata valorizzazione del turismo culturale - che in una regione in cui la crisi industriale si avverte più che altrove, dovrebbe rappresentare la risorsa principale - cammina di pari passo con un generale processo di indifferenza pilatesca da parte della cittadinanza. I Decumani vandalizzati di cui scriveva Pietro Treccagnoli nei giorni scorsi sul Mattino sono solo l'altra faccia, ad esempio, della difficoltà di intraprendere in maniera definitiva il processo della raccolta differenziata. Nei luoghi in cui essa è stata già avviata con successo, come nelle aree a nord di Napoli, è stata necessaria in ogni caso una imposizione severa e rigorosa da parte dei comuni, spesso non supportati attivamente dalla popolazione. Lo scoraggiamento e il divario economico con il nord non sono l'unica spiegazione del processo di declino che sembra trovare origine ancora nell'individualismo familistico. Il vecchio male italiano sembra essere proliferato fino all'eccesso nella nostra città, complice la crisi economica e il dissesto finanziario dei ceti medi. Se i primi anni del Rinascimento bassoliniano avevano comunque rilanciato la fiducia e l'orgoglio del sentirsi napoletani, ormai la «napoletanità» sembra essere vissuta come mero ricordo, come fatto privato, come categoria che non consente più di riconoscersi in una collettività. Il problema non è di natura solo politica, dunque, ma soprattutto sociologica e di costume. Certo è che non aiutano le sparate a zero sui «rifiuti che puzzano». Come scriveva ieri Mauro Calise su queste pagine, sulla questione meridionale sembra essere calata una spirale di silenzio, che spinge a non riflettere, a non approfondire, a temere la discussione. Eppure, compito della politica sarebbe appunto quello di rimettere in circolazione le idee, di trovare la via per smantellare il fatalismo e l'individualismo distruttivo. Di trasformare, in definitiva, la rassegnazione tutta privata dei cittadini in un senso di partecipazione finalmente collettivo.



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