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San Vito dei Normanni scrigno della nostra storia
FLAVIA PICCINNI
MARTEDÌ, 12 OTTOBRE 2010 LA REPUBBLICA - Bari







Gli archeologi hanno riportato alla luce e restaurato insediamenti abitativi risalenti all´Età del Ferro Recuperati anche preziosi reperti come i crateri di provenienza greca
Il piccolo centro del Brindisino ospita il secondo progetto espositivo all´aperto dopo quello di Cavallino in Salento creato nel 2003


Visitare un museo diffuso è come camminare a ritroso nel tempo. Non ci sono però sale dentro le quali passeggiare, né bacheche dentro cui guardare. È il visitatore stesso, attraverso una piacevole scoperta attiva, a scegliere il suo percorso. Gli esempi in Puglia sono due. Due originali modi per tornare indietro nel tempo fino all´epoca degli Apuli.
Se il primo museo diffuso fu creato nel 2003 a Cavallino, poco distante da Lecce, il secondo, quello di San Vito dei Normanni, è più recente e si estende sull´estremità della collina che ospita anche il Castello di Alceste, dal quale prende il nome. Il parco è incontaminato, selvaggio come può essere un terreno addomesticato dall´uomo e poi lasciato, di nuovo, allo stato brado. L´atmosfera è suggestiva, la zona a tratti inviolata: i pastori, così come gli agricoltori, continuano ad abitare e lavorare sulla terra tutt´intorno. Ed è proprio grazie a queste attività millenarie, spesso tramandate di generazione in generazione, che il paesaggio è stato involontariamente preservato durante i secoli.
Basta arrivare davanti all´ingresso, per respirare una storia antica, pressoché sconosciuta fino al 1985. A rilevarla per la prima volta fu la Soprintendenza Archeologica di Taranto. A portare avanti gli scavi, invece, provvide fra il 1996 e il 1999 l´Università del Salento che restituì al terreno in rovina una visione completa dell´insediamento apulo. Farsi esploratori, attraverso i resti archeologici relativi alle due fasi del remoto abitato, che risalgono rispettivamente all´Età del Ferro e all´Età arcaica, è una sensazione nuova. Passeggiare fra i quasi 1800 metri quadri del museo, delimitati da un muretto a secco ora restaurato, è come scoprire la storia nel modo più naturale.
Intorno al 750 a.C. la collina venne infatti colonizzata dalle popolazioni Iapigie che abitavano tutta la regione e organizzarono questo nuovo insediamento alternando spazi liberi a quelli occupati dalle tipiche abitazioni a pianta ovale. Costruzioni che sembrano concentrarsi sulla parte superiore della collina e che occupano una decina di ettari. Alcuni studiosi ipotizzano la presenza di mura per difendere l´insediamento. Probabilmente la naturale posizione sopraelevata forniva agli abitanti la possibilità di controllare il territorio, non rendendo necessarie altre fortificazioni. Grazie allo scavo, sono stati recuperati numerosi reperti. Elementi con impasto grossolano, di probabile utilizzo quotidiano per preparare e consumare il cibo, nonché vasi decorati con motivi geometrici presumibilmente utilizzati durante le feste.
Durante l´Età arcaica, fra il VI e il V secolo a.C., la zona cambiò aspetto: mutarono le tecniche di costruzione e l´uomo elaborò un nuovo modo di considerare lo spazio abitativo. Attraverso gli scavi è semplice realizzare come le case abbiano perso la pianta ovale per acquistare una più elementare realizzazione quadrangolare effettuata con muri di pietre e tetto in tegole. Le case diventarono allora spaziose, e a separarle da quelle vicine non ci furono più ampi spazi liberi, ma strade e modesti spiazzi. Fra una sosta e un approfondimento, si assiste così alle evoluzioni della società Iapigia. Scoprire gli oggetti preziosi e i crateri a figure nere provenienti dalla Grecia, ora esposti con cura, diventa quasi una scoperta personale perché a guardarli hanno qualcosa di magico e appartengono proprio a quella terra dove si è appena camminato, fra i fitti cespugli.
A San Vito dei Normanni, non ci sono le solite luci opache dei musei, né vetrinette dentro cui sbirciare. Qui, le testimonianze hanno la forma di pietre, di mura e di case abilmente ricostruite. Il risultati finale è quello di una rotonda sul passato, dove si approda alla storia affidandosi a una suggestione o, più semplicemente, alla propria curiosità.



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