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COME METTERE LE MANI SULLE VELE
STEFANO GIZZI
GIOVEDÌ, 14 OTTOBRE 2010 LA REPUBBLICA - Napoli





Si consideri, in ogni caso, che la ex direzione generale per l´architettura e l´arte contemporanee del nostro ministero per i Beni culturali, nel 2004, aveva commissionato alla Facoltà di Architettura di Napoli, e in particolare ai professori Benedetto Gravagnuolo e Pasquale Belfiore (attuale assessore comunale), il compito di individuare gli edifici architettonicamente più significativi del dopoguerra in Campania; e tra questi vennero da loro indicate le Vele, come risulta dalla relativa pubblicazione del 2004 "Sguardi contemporanei. 50 anni di architettura italiana. Indagine sulle architetture italiane del secondo Novecento", ove, scrivevano gli autori, esse presentano «un valore paradigmatico di un´opera che innova il linguaggio e il suo ruolo urbano e paesaggistico». Ma sulla stessa linea si muove una copiosa letteratura sull´argomento, compresi gli scritti di Renato De Fusco.
Oggi, come è noto, si tende a superare il divario tra centro storico e periferia, considerando l´intera città come «storica»; in sostanza, occorre prestare attenzione all´errore di eliminare tout-court strutture urbane ed edilizie che rappresentano un momento significativo della storia della progettazione architettonica italiana tra la fine degli anni Sessanta e l´inizio degli anni Settanta del Novecento, alla stessa stregua di altri megacomplessi, come quelli, interessantissimi e sobri nella forma, di natura residenziale, dell´architetto Mario Pani a Città del Messico, nell´area archeologica di Tlatelolco (tristemente famosa per la strage del ‘68 alle Olimpiadi), dialoganti con le rovine azteche, o, in Italia, in area romana, quelli di Lucio Barbera a Spinaceto e di Mario Fiorentino (co-autore, con Giuseppe Perugini, del monumento alle Fosse Ardeatine) al Corviale (e proprio sul Corviale si terrà domani a Roma un dibattito sul tema "Corviale tra demolizione e riqualificazione", con scontate affinità al caso di Scampia).
Il progetto delle Vele rientrava, dunque, nell´alveo delle progettazioni un po´ utopistiche dell´epoca (Mario Pani in Messico, Mario Fiorentino e Lucio Barbera in Italia), che hanno caratterizzato un´epoca, con la co-progettazione, per la parte statica, di quel poeta del cemento armato che era Morandi. Il problema è che, in nessuno di quei casi - eccettuata, forse, la capitale latinoamericana - si sono realizzate le attrezzature e il verde già progettato. Ma ciò non si può imputare ai progettisti, semmai alle amministrazioni che si sono succedute.
In tal senso, le Vele sono parte di una "storia della composizione architettonica" e sociale dell´epoca, nel bene e nel male, e il loro annientamento rappresenterebbe un fatto antistorico: a fronte di una presenza, forte, anche ingombrante, se vogliamo, altro non rimarrebbe che un´assenza, una mancanza. Peraltro, anche economicamente, sarebbe onerosissimo l´abbattimento, molto più praticabile un restauro sapiente, con l´inserimento dei servizi, e, volendo, anche con parziali diradamenti.
Naturalmente, si debbono distinguere due livelli: l´aspetto architettonico-progettuale, cioè l´interesse architettonico, e il degrado sociale. Ma chi ha permesso che questo patrimonio comunale si degradasse? A chi spettava di intervenire o di vigilare? In sostanza, come ha osservato giustamente il professor Marco Dezzi Bardeschi, ordinario di restauro al Politecnico di Milano, in una intervista uscita qualche giorno fa su L´Avanti, «non si può buttar via il bambino con l´acqua sporca».
E ancora, a chi fa notare che in quel sito si sono concentrati la droga e il degrado e occorre per questo abbattere quelle architetture, rispondo: visto che l´intera area dei Quartieri Spagnoli è degradata, vogliamo per questo eliminare una fetta di città? O se, paradossalmente, drogati e malfattori si concentrassero all´interno della Reggia di Caserta, abbatteremmo forse la Reggia? O non dovremmo, invece, cercare di risanare il tessuto sociale con opportuni accorgimenti? Non sarebbe più opportuno agire attraverso tutti gli interventi migliorativi a livello di servizi sociali, igienici, di arredo urbano, di verde attrezzato?
Infine, anche la circostanza che le Vele abbiano fatto da sfondo a riprese fotografiche, o a pellicole cinematografiche (ad esempio, Gomorra), vuol dire che segnano una "presenza", alla stessa stregua dei palazzoni della ex Berlino Est che hanno fatto da fondale a molte scene dei film di Wim Wenders (Il cielo sopra Berlino).
In sostanza, occorre sollevare il problema e dibatterne. E, soprattutto, evitare l´errore o di farle rimanere tutte residenziali o di renderle tutte museo o attrezzature universitarie: c´è necessità di un´integrazione tra residenza e altre attività, altrimenti si ripeterebbe l´errore del Rione Terra di Pozzuoli, ove sono stati espulsi a forza gli abitanti per trasformare tutto in alberghi per ragioni puramente speculative.
L´autore è soprintendente per i Beni architettonici e paesaggistici di Napoli e Provincia



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