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MILANO – Poldi Pezzoli a caccia di risorse. Capolavori in difficoltà.
ANDREA BOSCO
CORRIERE DELLA SERA, cronaca di Milano – 19 ottobre 2010

A poche decine di metri da piazza della Scala. Diretto da Annalisa Zanni, con amore e sapienza, il Poldi Pezzoli è una casa-museo adorata dai milanesi. Ma è in difficoltà. Curare 5.500 «pazienti» costa. Appello dunque alla società meneghina affinché sostenga il patrimonio artistico donato assieme all'edificio da Gian Giacomo Poldi Pezzoli alla fine dell'Ottocento. Nuovo statuto per la Fondazione (oggi è una Onlus). E un numero simmetrico di consiglieri indicati rispettivamente da enti pubblici e privati. Affiancheranno Comune, ministero, Provincia e Regione (impegnati a coprire il 25 per cento dei costi di gestione) istituti bancari e probabilmente la Camera di Commercio. La gestione del Poldi Pezzoli (15 dipendenti) vale 950.000 euro l'anno per la gestione ordinaria, grazie al lavoro dei volontari. Un milione e mezzo, si calcolano, le spese per gli eventi: la soglia per l'autosufficienza. Come arrivare alla cifra necessaria? Le pubbliche istituzioni in tempi di sofferenza economica usano la scure. Far conto su quei contributi può consegnare il museo a un futuro incerto. Amministrarlo secondo criteri privatistici comporta, tuttavia, regole di mercato. Oggi il museo di via Morone ha 43.000 visitatori a stagione. Le sue attività sono da sempre legate alle finalità indicate dal fondatore. Che si circondava di artisti, artigiani e storici dell'arte. I quali oggi, gli consiglierebbero, probabilmente, di applicare la qualità al merchandising. Ostaggi per anni di iniziative di basso profilo, i nostri musei risultano tiepidi nel seguire strategie da Metropolitan o Guggenheim. Per timore di «svilire» le opere custodite. E per la preoccupazione di vederne compromessa l'integrità. Tuttavia, per arrivare all'autonomia economica, merchandising di qualità e comunicazione appaiono fondamentali. Quanti sanno che al Poldi Pezzoli c'è la Dama del Pollaiolo, emblema del museo? O il Tappeto di Caccia persiano? O una biblioteca di oltre tremila volumi tra incunaboli, aldine, cinquecentine e bodoniane? Ogni turista che arriva a Milano vuol vedere la Scala e il Cenacolo. Li conosce. Ma chi gli racconta che all'Ambrosiana è custodito l'incredibile cartone preparatorio della Scuola di Atene di Raffaello? Chi lo informa che al Castello c'è la Pietà Rondanini, capolavoro del «non finito»? O che a Brera c'è il Cristo Morto, fantastico (benché costretto in un corridoio) dipinto del Mantenga. Milano comunica male le sue eccellenze artistiche. II progetto del Comune di collocare totem informativi agli ingressi autostradali, ferroviari e aeroportuali della città, è rimasto tale. La cultura non arricci il naso annusando il medium. Che non è la sostanza, ma come spiegava Marshall McLuham, solo «il messaggio». Investire in comunicazione significa allargare l'offerta: 40.000 visitatori l'anno sono circa centotrenta ingressi al giorno considerando i turni di chiusura e le festività. I tesori del Poldi Pezzoli meritano di più.



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