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Arte e paesaggio: valori maltrattati
Giuseppe Galasso
Corriere della Sera 25/10/2010

La denuncia di Roberto Ippolito

La geremiade sui rischi e sul degrado del tanto cospicuo patrimonio storico-artistico-culturale di cui è dotata l'Italia è facile. La impongono le cose, e l'argomento fornisce sempre un elemento di colte e civili discussioni e proteste, in privato e in pubblico. Non si può neppure dire che in questo campo non si sia fatto e non si faccia niente. Sforzi ne sono stati fatti, e i risultati non sono mancati. Tuttavia, l'aspetto e i problemi della realtà sono quello che sono, e fanno perfino apparire debole e inadeguata la pur continua geremiade in materia. Chi volesse avere un'idea concreta e dettagliata dello stato delle cose, può subito farsela grazie al libro che Roberto Ippolito ha bene intitolato Il Bel Paese maltrattato. Viaggio tra le offese ai tesori d'Italia (Bompiani, pp. 308, 18). Un viaggio che spesso fa venire la voglia di non proseguire nella lettura, tanti e tanto scoraggianti sono gli episodi e gli aspetti di quel maltrattamento che Ippolito descrive saltando da un angolo all'altro del Paese. Eppure, il lettore non sa separarsi dalla lettura di questa Iliade di guai, perché l'interesse del tema è inesauribile e irresistibile. Ippolito ha fatto bene a non limitarsi ai beni culturali (artistici, archeologici etc.) e a trattenersi altrettanto sul paesaggio e l'ambiente. Una lunga sedimentazione storica ha, infatti, determinato in Italia sia un'alta consistenza del patrimonio storico, sia un'organica saldatura fra il patrimonio e il territorio, facendone una unità che è essa stessa un grande valore. Anche Ippolito indulge molto alla diffusa concezione, per cui, trascurando o maltrattando il suo patrimonio, l'Italia sfrutta sempre meno una grande fonte di lavoro e di reddito. Di qui una retrocessione del turismo straniero nella fatal penisola, musei languenti, siti archeologici sempre meno appetiti, e così via, mentre in altri Paesi avviene il contrario. Concezione non nuova (ricordate i «giacimenti» dei beni culturali definiti come il «petrolio» italiano?), e certo per nulla infondata, ma che, tuttavia, è insufficiente, e, al limite, anche fuorviante. È verissimo che i beni culturali (e così il paesaggio e l'ambiente) sono anche beni economici, e che, come tali, possono essere formidabili fonti di ricchezza, sicché il trascurarli è negativo anche per la vita economica. Sulla natura dei beni culturali come beni economici bisogna, però, intendersi. I beni economici non hanno, infatti, valore se non assicurano redditi, e in tal caso possono essere, perciò, senz'altro abbandonati, risparmiando costi e cure improduttivi o anche soltanto poco redditizi. I beni culturali, rendano o non rendano, non possono mai essere dismessi, e impongono quindi costi e cure che sono sempre gli stessi. Se nessuno visita più, o solo in pochi visitano, gli Uffizi o gli scavi di Pompei, che facciamo? Li abbandoniamo al loro destino? La risposta è ovvia. La prima, massima e indefettibile ragione delle cure per i beni culturali è nei beni culturali stessi. L'economia è importante, ma non è, in questo campo, la priorità assoluta. La priorità assoluta è la conservazione di un patrimonio, che è il primo, fondamentale e irrinunciabile documento e base di una tradizione e di una identità nazionale e civile, e, insieme, un patrimonio di tutta l'umanità. Bisogna rendersene conto, per pesanti e svantaggiose che possano esserne le conseguenze, per qualsiasi Paese e, in specie, per l'Italia il cui patrimonio è dell'intensità, diffusione e qualità che tutti sanno. Rimedi? Abbracciarsi la croce e portarla, con tutta la fatica necessaria. Non ve ne sono altri. Due o tre cose si possono, però, ancora notare. Uno, che sia osservata col massimo rigore la legislazione esistente, che in Italia, specie per il paesaggio, non è affatto male. Due, che l'impresa più straordinaria in Italia resta sempre, anche a questo riguardo, una buona amministrazione ordinaria delle cose. Tre, che in Italia lo Stato da solo non ce la fa, né per i costi, né per la gestione, e che perciò deplorare lo Stato è necessario, ma non risolutivo, se la cosiddetta società civile non fa la sua parte. Non è molto. Ma sarebbe già tanto se si traducesse in qualcosa di concreto.



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