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L’Unità e i presunti complotti. Le tariffe protezionistiche e la crisi internazionale
di Gianni Donno
CORRIERE DEL MEZZOGIORNO 26 ott 2010 Bari





All’indomani dell’Unità d’Italia la classe dirigente sabauda si trovò di fronte ad una serie di problemi che in gran parte riguardavano il Mezzogiorno. Realtà sconosciuta, il Sud, con alti livelli di arretratezza sociale e culturale, insufficienti vie di comunicazione, classi dirigenti retrive con la modesta eccezione di ceti intellettuali progressisti nelle grandi città capoluogo e piccoli gruppi di operai ed artigiani «politicizzati».
Il porto di Brindisi nel 1905 in una cartolina d’epoca: sulle banchine botti pronte per l’imbarco

Di fronte alla diversità dei regimi commerciali dei diversi Stati preunitari -alcuni dei quali, come il Regno delle Due Sicilie, avevano adottato alti dazi doganali per talune produzioni-il governo unitario scelse di estendere per decreto a tutto il Paese la tariffa doganale sarda, sostanzialmente liberistica. Scelta difficile, che tenne da conto i settori più avanzati e ormai inseriti in un mercato mitteleuropeo.

Il contraccolpo di tale decisione sul Mezzogiorno fu negativo e positivo ad un tempo. Fu certamente danneggiata la produzione siderurgica e meccanica e quella tessile, cresciute al riparo d’un alta tariffa d’importazione. Ma se la parte industrialmente (a livello di manifatture) più avanzata dell’economia italiana era cresciuta con regime liberistico, come si sarebbe potuto diversamente operare, senza danneggiarla? Con un doppio regime di dazi? Difficile a farsi e d’allora oggetto di discussione politica e storiografica.

Non si trattò quindi di favorire il capitalismo settentrionale e penalizzare con un cinico disegno l’economia del Sud, qual è la denuncia e la recriminazione degli Antiunitari di ieri e di oggi: si trattò di una scelta difficile, tuttavia legata alle condizioni dell’economia italiana nel suo complesso e ai problemi di permanenza nel mercato internazionale dei suoi settori più avanzati.

Ma la scelta liberistica ebbe conseguenze per il Sud anche positive. Il regime instaurato di libero scambio favorì le produzioni agricole meridionali, rivolte al mercato internazionale, come la vite e gli agrumi. E, a partire dai dissacratori studi di Rosario Romeo su Risorgimento e Capitali

smo (1959), la storiografia italiana non sol o ha s uperato l ’ i poteca c ontadinistica-gramsciana, ma ha anche cominciato a «fare i conti». E nessuno più ha negato che nel primo ventennio postunitario il reddito contadino meridionale crebbe, in forza di quel regime doganale liberistico. I mosti meridionali divennero merce preziosissima per i viticultori francesi, rovinati dalla diffusione della filossera. Ebbe inizio la «corsa alla vite». Attratti dai buoni guadagni, i contadini meridionali riconvertirono a vite le tradizionali colture: oliveti, ficheti e mandorleti furono spiantati e in quei terreni si impiantarono le nuove barbatelle americane, resistenti ai parassiti della vite. Le colture granarie diminuirono. Il paesaggio agrario meridionale e soprattutto pugliese subì profonde trasformazioni. I contadini acquistarono o presero in fitto anche terreni improduttivi, rocciosi (Murge pugliesi) e malarici, bonificandoli a forza di braccia e di piccone ed elevandone oltre misura il valore.

Ebbe quindi l’avvio una generale vivificazione della vita economica meridionale, con la formazione di un alto numero di piccoli e medi proprietari e conduttori contadini. «Democrazia rurale» l’avrebbe definita Salvemini, di contro all’antica e retriva grande proprietà terriera.

Il regime doganale liberistico, quindi, favorì il Mezzogiorno, nelle sue componenti rurali più dinamiche. Le strade ferrate costruite nel Mezzogiorno dai governi postunitari, se pur in quel regime di «politica della lesina» che riguardò l’intero comparto delle spese pubbliche, rappresentarono lo strumento indispensabile per quelle colture di esportazione del Sud.

Gli studi storici sogliono periodizzare le vicende dell’Italia postunitaria distinguendo il primo ventennio di regime doganale liberistico dalla successiva fase di regime protezionistico. Infatti, a partire dai primi anni Ottanta, anche l’Italia è coinvolta nella crisi granaria internazionale, che sarà il cuore della Grande Depressione dell’economia europea tra gli anni Settanta e la metà degli anni Novanta.

Il progresso scientifico e tecnologico è la ragione di fondo della crisi granaria internazionale: negli Usa grandi distese sono coltivate con mezzi moderni (fertilizzanti, macchine agricole), producendo grano di ottima qualità e a minor costo di quello medio europeo. Ma è l’applicazione della macchina a vapore al naviglio che solca l’Atlantico l’elemento dirompente. Con i bastimenti a vapore i tempi di trasporto fra le due sponde dell'Atlantico son ridotti a meno di un terzo e i grani americani possono giungere sui mercati d'Europa a costi contenuti e con prezzi al consumo assai bassi. Entra in crisi la produzione granifera europea ed anche italiana e soprattutto meridionale, la qual ultima s’era realizzata con sistemi antiquati (aratro a chiodo, fra gli altri) e quindi di bassissima produttività. Si impongono a tutti i governi europei misure drastiche a difesa della produzione del bene primario di consumo per la collettività, il grano appunto. Si apre la fase protezionistica.

La tariffa doganale adottata da Francesco Crispi (1887), sul grano e sui prodotti siderurgici, tessili e dello zucchero è stata ritenuta da molti contemporanei e da molti studiosi il colpo di grazia verso il Mezzogiorno. Ma s’impone una lettura più cauta, attenta alle luci ed alle ombre. Il «nazionalista» Crispi è un uomo del suo tempo, cioè è intenzionato ad affrancare l’Italia e di darle il posto in prima fila nel consesso europeo e mondiale, dopo l’umiliazione del Congresso di Berlino. Nel 1887, nel pieno della crisi granaria internazionale, s’impone il dazio sull’importazione del grano, insieme con l’inasprimento di quello sul tessile e sul siderurgico. Si trattava di salvaguardare l’economia italiana nel settore alimentare di base e in quello nascente, industriale.

Fu danneggiato il Sud da questa scelta politica del siciliano Crispi? Certamente la piccola proprietà e conduzione contadina delle aree coltivate a vite ne restò danneggiata, se si considera che le tariffe crispine sul tessile provocarono la reazione della Francia, tradizionale esportatrice in Italia di prodotti tessili, che, per ritorsione, elevò dazi doganali molto alti sull’importazione dei mosti italiani. E fu guerra doganale. Ma l’altro Sud, quello maggioritario delle coltivazioni estensive a grano, fu aiutato a evitare il tracollo economico. E questo Sud non era solo rappresentato dalla grande proprietà terriera, ma era anche quello della piccola e piccolissima proprietà e conduzione (fittavoli, mezzadri, ecc.), che della coltura granaria aveva fatto strumento di sussistenza e di modestissimo commercio locale.

Nessun complotto settentrionale ai danni del Sud, quindi, con l’istituzione delle tariffe protezionistiche, quanto una necessaria risposta alla crisi internazionale del grano, che colpiva la grandissima maggioranza dei produttori e consumatori del Sud.



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