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Domani l'archeologo andrà a caccia dei nostri tombini
Vittorio Marchis
Avvenire 28/10/2010

Quando la nostra civiltà si sarà estinta — e prima o poi questo avverrà perché sia la scienza più avanzata sia le religioni più antiche parlano della fine del mondo — quali memorie del presente resteranno? Senza essere così pessimisti, pensiamo più positivamente a quello che archeologi fra un migliaio o due di anni troveranno in questo "vecchio mondo" occidentale. Forse non le grandi enciclopedie di tutti i saperi, che oggi troviamo gratis in Internet, ma di certo troveranno sepolte sotto le rovine del passato grossi dischi di ghisa con strani segni e scritte incise o a rilievo. Oggi li chiamiamo tombini o chiusini, domani chissà. Nell'aprile di quest'anno si è tenuto a Torino il convegno "2060: con quali fonti si farà la storia del nostro presente? Tecniche, pratiche e scienze sociali a confronto" organizzato dalla fondazione Telecom Italia e i cui risultati si trovano facilmente in internet. Più recentemente ad Aosta è stato presentato l'archivio storico della Cogne di cui è in corso la totale catalogazione. In entrambi i casi l'informatica dimostra, e ne siamo tutti consapevoli, quali risultati si possano ottenere con le nuove information and communication technologries ("tecnologie informatico-comunicative", ICT) e tutti ne fruiamo dei benefici. Ma è stato fatto più volte notare come, anche se tutto può essere digitalizzato, gli originali si devono conservare perché altrimenti si mette à rischio la natura stessa del "documento". Se nella prima metà del secolo scorso Walter Benjamin teorizzava intorno all'era della "riproducibilità tecnica dell'opera d'arte", oggi bisognerebbe approfondire che cosa significhi la riproducibilità virtuale del documento, con tutte le conseguenze che ne derivano, non da ultimo la sua falsificazione. Ma torniamo ai tombini. Domenica si chiuderà a Ferrara al Museo archeologico nazionale una mostra assai singolare: "Il tombino di ghisa come forma d'arte”, il cui sottotitolo recita: "I vasi etruschi incontrano i tombini contemporanei, la creta la ghisa, i reperti archeologici i prodotti dell'industria fondiaria". Alla Loggia di Palazzo Costabili si può perciò compiere un viaggio ideale da Ferrara a Valencia, Praga, Vienna, Stoccolma e ammirare in alcuni casi veri oggetti d'arte destinati a "durare nel tempo". Alcuni tombini hanno forma semplicissime, altri raffigurano veri e propri racconti come quello proveniente da Bergen in Svezia dove si vede un veliero che entra in un porto, una funivia e un treno che si arrampica sulle pendici di una montagna. Sul chiusino di Valencia c'è lo stesso pipistrello di Fagundo Bacardi che fa da marchio all'omonimo rum, su quello di Berlino i palazzi storici, quello di Praga raffigura la Torre del Ponte di Mali Strana. Questa mostra ospita una settantina di esemplari provenienti dal Manhole Cover Museum, il Museo internazionale delle Ghise di Stefano Bottoni, patron del Ferrara Buskers Festival, che nel 2002 ha iniziato una collezione che ora ha raggiunto le stanze dell'arte della storia: ancora una volta una storia e una passione tutta italiana. Manhole Cover, letteralmente "coperchio del buco da uomo", è la traduzione inglese di tombino. Ma ora è necessario fare un passo indietro, e questa volta non è solo metafora perché dobbiamo guardare in terra proprio sotto i nostri piedi. Nelle nostre città questi dischi di ghisa, di ferro fuso, raccontano storie passate proprio come ancora oggi lo fanno le epigrafi scolpite sulla pietra dai nostri progenitori. Spesso sporchi di fango o di bitume raccontano storie antiche, come per esempio le evoluzioni degli stemmi delle città, o più moderne storie di impresa, come per esempio quelle che avvicendano Sip e Stipel, ma anche Siptel e Telecom e altri ancora che è bello scoprire lungo le strade di Torino. Quando chi scrive partecipò alla tavola rotonda di Aosta e chiese se si aveva ancora memoria dei chiusini della grande industria siderurgica della città, che recavano il marchio caratteristico racchiuso da un rombo, ricevette molte risposte da persone che li ricordavano, ma nessuno fu in grado di ritrovarne uno. Buona fortuna agli archeologi di cui è sicuro il successo in questa direzione.



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