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Una ex chiesa e una moschea
Tomaso Montanari
Corriere fiorentino, 27-10-2010

In questi giorni capita spesso di sentir parlare della futura moschea di Firenze: è un tema che appassiona, forse perché permette di tradurre con immediatezza un’idea di comunità in un’idea di città. E visto che il sindaco Renzi ha dichiarato a Controradio di trovare interessante la proposta (che ho avanzato sulle pagine del «Corriere fiorentino») di trasformare in moschea una chiesa in disuso, vorrei provare a chiarirne meglio i connotati.
In un simile gesto, l’aspetto davvero importante è quello simbolico. Una chiesa che diventa moschea, per amore e non per forza, in una città chiave dell’identità culturale europea: basterebbe questo per mandare un segnale forte a tutto il mondo occidentale, candidandosi a diventare il laboratorio di una storia diversa.
È ovvio che una simile iniziativa dovrebbe riguardare non una chiesa normalmente officiata, o architettonicamente pregiata o densa di opere d’arte, ma piuttosto una chiesa in disuso, recente o spoglia. Ci sono molti modi di realizzare questa idea, e ciascuno di essi comportebbe una sfumatura diversa sul piano dei simboli.
In primo luogo potrebbe farsi avanti la Curia, donando spontaneamente alla Comunità islamica una chiesa di sua proprietà e non più utilizzata. Si tratterebbe di uno straordinario atto di forza morale e di aderenza al Vangelo che non coinvolgerebbe il Comune o lo Stato. Da cattolico, sarei felice se l’arcivescovo valutasse questa possibilità.
Ma non tutte le chiese appartengono alla Chiesa: alcune sono di proprietà del Fondo Edifici di Culto del Ministero degli Interni (che ha, per esempio, appena messo all’asta il complesso religioso di San Gaggio), e molte altre sono state da tempo risucchiate in cittadelle militari, e sono dunque del Ministero della Difesa. In questo caso, dunque, l’iniziativa potrebbe partire da Palazzo Vecchio, che potrebbe chiedere alla Difesa di restituire alla città alcuni di questi luoghi un tempo sacri. Si potrebbe per esempio pensare a San Clemente in Via San Gallo (inserita nel vasto organismo dell’Ospedale militare, la cui prossima alienazione è già stata annunciata), o a San Jacopo di Ripoli in Via della Scala, oggi annessa alla Caserma Morandi.
In più di una occasione Matteo Renzi ha rivendicato la sovranità fiorentina sul patrimonio storico e artistico della città: ad esempio, lo ha fatto (con argomenti che possono lasciare perplessi) a proposito della destinazione dell’incasso dei musei statali, o della proprietà del David. Ecco, sottrarre una chiesa al ‘dio Marte’ per renderla al Dio d’Abramo (pur se nel culto islamico) potrebbe essere una battaglia davvero condivisibile.
Un’operazione di questo genere lascerebbe intatto il valore del simbolo (‘una chiesa per una moschea’), assicurando a tutte le parti un risultato soddisfacente: la comunità islamica vedrebbe realizzato il proprio diritto costituzionale ad un luogo di culto dignitoso e non estraneo alla città (un primo passo verso quella grande e simbolica moschea che prima o poi arriverà); il Comune non dovrebbe autorizzare nuove costruzioni e metterebbe a segno un punto importante nella partita col Governo, oltre a tenere le redini dell’integrazione e dello sviluppo della città; la Chiesa (il cui assenso sarebbe naturalmente necessario) parteciperebbe decisivamente alla costruzione di un clima di pace, e attraverso un gesto forse meno traumatico.
E, soprattutto, Firenze potrebbe tornare a disporre (in modo retto, e non consumistico o mercantile) del proprio patrimonio storico: con la sana confidenza di chi non usa il proprio passato per vivere di rendita, ma per fondare su di esso il proprio futuro.
Certo, sembra troppo bello per succedere davvero. Ma se non succede nella città che ha visto per prima la scomparsa della pena di morte ed ha avuto per sindaco Giorgio La Pira, dove potrebbe?

Tomaso Montanari



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