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Eti, la baracca del teatro
Marcantonio Lucidi
Left 29/10/2010

Ha chiuso malinconicamente i battenti l'Ente teatrale italiano, dopo quasi settant'anni di storia. L'istituzione statale per la diffusione e promozione della prosa fondato nel 1942 è stato soppresso nel maggio scorso con la manovra anticrisi di Tremonti. Una sorte che si poteva facilmente prevedere già nel 2006, quando la Finanziaria di quell'anno lo bollava come «ente inutile». Lunedì 23 ottobre i dipendenti hanno abbandonato la sede di via Morgagni, a Roma, e si sono trasferiti negli uffici della Direzione generale dello spettacolo dal vivo, a Santa Croce in Gerusalemme, dove dovranno «portare a conclusione le attività ancora in essere del soppresso ente», come precisa un comunicato del ministero per i Beni e le attività culturali (Mibac). Ossia le attività delle tre sale rimaste in gestione o in proprietà al vecchio Eti, il Valle di Roma, la Pergola di Firenze e il Duse di Bologna. Dal cadavere dell'ente però continuano a sprigionarsi i fetori delle guerre interne, delle omertà, rivalità, rancori, vendette, che hanno caratterizzato il declino dell'istituzione. L'Eti era uno di quel posti molto italiani dove il clientelismo, il nepotismo, i favori, le raccomandazioni, i conflitti d'interesse sono stati parte integrante dell'attività quotidiana. C'è il direttore generale dell'Ente, Ninni Cutaia, che programma al Quirino fra il dicembre 2007 e il gennaio 2008, in pieno periodo natalizio (quindi di massimo incasso), uno spettacolo di mediocre qualità in cui però recita la sua compagna Daniela Poggi nel ruolo protagonista femminile. C'è Giuseppe Ferrazza (già presidente del Collegio dei revisori dei conti) che, appena nominato presidente dell'Eti dall'allora ministro dei Beni culturali Rocco Buttiglione, presenta il 9 ottobre 2005 al Valle un incontro fra due cugini, lo stesso Buttiglione che l'ha messo lì ed Eugenio Barba. L'occasione è data da una serie di spettacoli di Barba e della sua compagnia danese Odin teatret a Gallipoli, città di nascita del ministro e d'origine dei genitori del regista. Il progetto, «sostenuto dal ministero per i Beni e le attività culturali e dall'Eti», si leggeva nel comunicato stampa, costò 250mila euro Iva compresa, divisi in 216mila di cachet alla compagnia del cugino del ministro e 34mila per alloggi ed esigenze tecniche. Bisogna riconoscere però a questa gente il pregio della chiarezza. Quando fu chiamato alla testa dell'ente, Ferrazza dichiarò a un quotidiano romano: «Vorrei riportare in Italia, dopo tanto "esilio" Eugenio Barba». In una delle sue prime delibere, Ferrazza alzava il compenso annuale del presidente, da 61.974,83 euro a 80mila, e dei consiglieri di amministrazione, da 12.394 a 20.000. Evidentemente era per fare cifra tonda ma la Corte dei conti scrisse nella sua relazione del 2006 che la deliberazione «non ha avuto effetto perché non approvata dalle amministrazioni vigilanti, in quanto - come comunicato dal ministero per i Beni e le attività culturali con nota del 20 dicembre 2005 - non sono stati ravvisati "eventi particolari ed eccezionali, tali da giustificare la determinazione dei compensi in questione"». Niente da fare, quindi. Tuttavia le cose sono poi migliorate: nella relazione 2009 della magistratura contabile si scopre che nel 2008 il fondo retribuzione di posizione e risultato del direttore generale è stato di euro 134.333 ( 3 per cento) mentre il fondo dei dirigenti, pari a euro 108.947, è rimasto invariato (per un totale complessivo fra dirigenti e dg di 243.280 euro, in aumento del 2,7 per cento). Nella relazione si legge un altro passaggio interessante: «Va ancora una volta sottolineato che il Collegio dei revisori dei conti, pur svolgendo regolarmente gli specifici compiti di controllo di regolarità amministrativa e contabile, ha dovuto sostanzialmente supplire alla perdurante carenza di una adeguata struttura dedicata al controllo interno di gestione». Questa carenza dell'ente è ripetutamente ricordata negli anni dalla magistratura contabile che già ne aveva spiegate le ragioni in passato: «Nel direttore generale finiscono per assommarsi e concentrarsi la cura di tutti gli adempimenti attuativi delle varie aree delle attività istituzionali e strumentali, nonché di preparazione, supporto ed esecuzione delle determinazioni del Consiglio di amministrazione». Insomma, una vera e propria oligarchia perché «ai dirigenti preposti ai tre uffici interni della Direzione Generale non è concretamente assicurata una sfera di competenza con effettivi poteri propri». Sicché il dg e il cda lavorano in tandem a fare quello che vogliono. «La questione - ha spiegato recentemente la Corte - è stata superata nell'aprile 2010 con la nomina dell'Organismo indipendente di valutazione della performance». Peccato che solo pochi mesi dopo l'Ente è stato soppresso. Gli aspetti, diciamo cosi, folkloristici di questo baraccone non si fermano qui. Nello statuto dell'Eti approvato il 4 marzo 2002, all'articolo 11 riguardante il cda si legge che i suoi componenti «operano nell'esclusivo interesse dell'Ente. Eventuali interessi personali e diretti relativi allo svolgimento di attività imprenditoriali ed artistiche nell'ambito del teatro e della danza costituiscono elemento di incompatibilità con le funzioni di consigliere». Bene, in quello stesso 2002 nel mese di luglio il ministro Giuliano Urbani nomina presidente di via Morgagni nientemeno che Domenico Galdieri, uno dei più noti impresari e registi teatrali napoletani. Ne nascono polemiche politiche grosse anche nel centrodestra con dichiarazioni di Vittorio Sgarbi e del forzista Ciro Falanga, anche perché Galdieri è un caro amico dell'attrice Ida Di Benedetto, la quale è la compagna proprio del ministro Urbani. Addirittura fu proprio Galdieri a far debuttare in teatro una giovanissima Di Benedetto in un Capitan Fracassa. Urbani si difende in un'intervista: «Galdieri è stato per anni il produttore di Eduardo De Filippo, dico Eduardo! Poi, tra l'altro, è stato "anche" il produttore della signora Ida Di Benedetto ma come lo è stato di tantissimi altri artisti». Epperò Urbani neanche aspetta la fine naturale del mandato di Galdieri (luglio 2005) e lo rinomina il 15 aprile di quell'anno, proprio il giorno in cui l'Udc esce dal governo Berlusconi II e apre la crisi. Il decreto viene controfirmato una seconda volta il 21 aprile, a esecutivo formalmente scaduto e due giorni prima del Berlusconi III e dell'ascesa a capo del Mibac di Buttiglione. Un'operazione fatta «senza il previsto passaggio nelle commissioni parlamentari e mentre ancora il nuovo governo non aveva ottenuto la fiducia», secondo la denuncia delle senatrici Ds Vittoria Franco e Chiara Acciarini in un'interrogazione parlamentare. In estate però ci pensa Buttiglione che nomina Ferrazza. Tuttavia le polemiche su Galdieri non finiscono qui e anzi resistono agli anni. In un'interpellanza parlamentare del 17 giugno scorso, Gabriella Carlucci (Pdl) ricorda una vecchia storia che si chiamava "progetto aree disagiate" e serviva a sostenere l'attività teatrale nelle zone meno sviluppate del Paese. La Carlucci cita un passaggio del libro Il teatro e il suo sud di una ex consigliere d'amministrazione Eti, Luciana Libero: «Numerose risorse che potevano essere destinate ad un nuovo progetto meridionale, sono state dedicate, su impulso del Presidente Domenico Galdieri, ad iniziative sparse, in particolare in area napoletana e a volte contigue all'attività dello stesso Galdieri, titolare del Consorzio Teatro Campania e della Compagnia Ente Teatro Cronaca». La risposta all'interpellanza del sottosegretario ai Beni culturali Francesco Giro denota la confusione che vige persino sul numero di dipendenti in forza all'Eti: «Il Ministero è anche a conoscenza delle piante organiche dei teatri gestiti dall'Ente e di quelle dell'Ente stesso. Da tali dati risulta che la dotazione della pianta organica è di 173 unità più 15 ad esaurimento, mentre la consistenza reale al 31 dicembre 2009 era di 135 unità più 10 ad esaurimento». Persino sulla data della nomina dell'ultimo presidente, Ferrazza. c'è disordine. Infatti Giro afferma: «Parimenti, preciso che lo stesso funzionario è stato nominato presidente dell'Eti il 1 agosto 2005 ed è stato successivamente riconfermato alla presidenza nel 2008». E Carlucci replica parlando di «date evidentemente contrastanti con quelle che poi vengono diffuse in maniera più o meno ufficiale. Nel sito ufficiale si afferma infatti che Ferrazza è presidente dall'agosto 2004 al febbraio 2007 e poi dal marzo 2007 ad oggi». In ogni caso, nell'ultimo cda dell'Ente prima della sua soppressione, oltre al presidente Ferrazza - che detiene o ha detenuto altre cariche di revisore o consigliere di amministrazione in istituzioni teatrali concorrenti dell'Eti e in particolare è membro del Collegio dei revisori del Teatro di Roma - siedono Emanuele Banterle e Massimo Pedroni. Banterle è stato vicepresidente del Piccolo di Milano e soprattutto possiede «quote in società pari all'82% del capitale sociale nel Teatro di Monza; quote pari al 31% del capitale sociale nella Utim Sas»: sono i dati riportati dal bollettino 2009 della Presidenza del consiglio dei ministri riguardante la «pubblicità della situazione patrimoniale di titolari di cariche elettive e direttive di alcuni enti (anno di riferimento redditi 2008)». La Utim è una delle più importanti agenzie italiane di «intermediazione tra le compagnie teatrali di prosa, musicali, ecc, e i teatri delle regioni Piemonte, Lombardia, Liguria e tutti gli affari ad essa inerenti», come si legge nel sito internet dove si specifica che Banterle è uno dei collaboratori. L'ex consigliere Pedroni, invece, era ed è tuttora consigliere di amministrazione del Teatro di Roma e direttore artistico della compagnia teatrale "Diritto e rovescio" che ha la sua sede in via di Parione 17, dove secondo le "Pagine bianche" risulta abitare lo stesso Pedroni. Sicché quando l'Eti mandava una lettera al suo membro di cda usava l'indirizzo del rappresentante di una compagnia privata o del consigliere di un teatro pubblico concorrente. Questi intrecci hanno delle conseguenze. Per esempio: il 19 febbraio 2010 lo spettacolo Il caso di Alessandro e Maria di Giorgio Gaber, interpretato dall'onorevole Luca Barbareschi, viene sottoposto al cda che delibera una collaborazione distributiva istituzionale internazionale. Lo spettacolo è stato prodotto da Noctivagus, società milanese costituita dall'impresario Robert Schiavoni, anche co-fondatore proprio della Utim di cui fa parte Banterle. Inoltre, uno dei membri del cda è Susanna Bolchi, figlia del compianto regista televisivo. La Bolchi è socia fondatrice di Casanova entertainment, la casa di produzione di Barbareschi. Il Caso di Alessandro e Maria è stato distribuito nei teatri dell'Eti e al protagonista il giornale ufficiale dell'ente, Etinforma, dedica la copertina della prima pagina del numero di maggio 2009. L'ente non era nuovo a queste situazioni: fu commissariato nel 1993, in pieno vento di "Mani pulite", quando nove consiglieri si dimisero a seguito di un decreto legislativo (il 394 del 2 ottobre di quell'anno) che recitava: «E’ prevista l'incompatibilità dell'appartenenza ai Comitati o agli Organi dell'Ente con l'esercizio di attività professionali obiettivamente tali da pregiudicarne l'imparzialità». Chissà perché, la regoletta non ha più funzionato. Comunque, nel 2009 i tre organi dell'Ente - formato da presidente, consiglio di amministrazione e collegio dei revisori per un totale di nove componenti - sono costati 163.325,63 euro. A proposito dei bilanci, dl complessa lettura a causa della particolarità di un ente che doveva gestire se stesso e quattro teatri di primaria importanza nazionale: le perdite ammontano a 10.742.182,59 euro, le entrate dello Stato a 11.816.000 euro e resta un residuo per le attività istituzionali di 1.073.817,41. La conclusione è che l'Eti senza considerare i teatri, ha speso il 13% per l'attività istituzionale e 1'87% per il proprio funzionamento. Tuttavia tenendo conto delle quattro sale, il funzionamento (affitti, paghe, contributi e ripiano degli sbilanci) ha assorbito i1 91% e l'attività culturale solo il 9. Il costo delle consulenze e dei collaboratori esterni è, da una ricognizione nella banca dati dell'ente, di 459.946 euro. Ma quanto è costato tutto questo agli italiani, anche a quelli che non vanno a teatro? Uno studio del 2005 di Federculture informa che il costo medio sociale per ogni spettatore, ossia quanto paga il contribuente ogni volta che qualcuno occupa una poltrona dei teatri Eti, oscillava all'epoca fra i 13,35 euro per il Quirino e i 32,84 per il Valle. Ci si sarebbe aspettati quindi che la dismissione del Quirino, avvenuta a luglio 2009 in favore del Teatro stabile privato della Calabria di Geppy Gleijeses (l'unico a essersi presentato per rilevare quella che è una delle sale teatrali più importanti d'Italia), avrebbe migliorato i conti se l'ente avesse avuto un futuro. Le procedure di quella dismissione furono affidate a Miria Pirri dello studio commercialista "Pozzi Pirri & associati", per un compenso di oltre 18.720 euro (come risulta nel database dell'ente nella lista dei consulenti). Ci sono altri 8.744,77 euro devoluti nello stesso anno allo studio Pozzi-Pirri per un incarico su un contenzioso tributario. Mario Pozzi è stato in passato presidente dei revisori dei conti dell'Eti mentre Miria Pirri, già candidata con Forza Italia al primo municipio romano alle amministrative del 2006 (scrisse di sé sul suo sito elettorale «il coraggio di scendere in campo con l'intraprendenza dei bisonti»), era incaricata della consulenza fiscale e amministrativa dell'Eti. Quindi chi aveva assicurato la consulenza apparteneva allo stesso studio di chi era stato incaricato di revisionare i conti.
Un Ente in chiaro stato confusionale, per usare un eufemismo. In una lettera interna datata 5 giugno 2006 e indirizzata al dg dell'epoca Marco Giorgetti, l'allora dirigente dell'ufficio promozione e organizzazione, Ilaria Fabbri, parla di progettazione senza budget: «Si facevano partire, in assenza di indicazioni rispetto ad una riflessione in merito a criteri e indicazioni di budget di riferimento, 343 lettere a strutture teatrali, invitandole a definire le proprie disponibilità ad una attiva collaborazione con l'Ente al fine di determinare un comune progetto distributivo nazionale da realizzarsi nell'anno 2006». Roba da mettersi a ridere se non fosse drammatica: le 343 missive sono partite secondo la Fabbri «nel corso del primo semestre 2006» e un progetto distributivo nazionale, niente di meno, doveva essere fatto, concluso e impacchettato entro l'anno stesso. La Fabbri parla di previsioni d'incasso sbagliate, si lamenta di «incoerenza, discontinuità, precarietà, inadeguatezza», stigmatizza «i ritardi decisionali degli organi di amministrazione e/o le mancate o parziali informazioni da parte della Direzione generale alla struttura» che «abbassano il livello di efficienza ed efficacia». Poi lancia un avvertimento su un'altra faccenda: ricorda che l'ente può stipulare solo contratti a percentuale (30% dell'incasso al teatro, 70 alla compagnia) e mai con la formula dei "pagati", ossia un cachet alla compagnia: sistema molto più comodo, molto meno rischioso per gli impresari e certamente gradito agli eventuali amici del giro. Infatti questa storia non piaceva neanche ai magistrati contabili. «Il Regolamento ministeriale che disciplina i finanziamenti Fus (Fondo unico dello spettacolo, ndr) esclude per l'Ente la possibilità di praticare contratti a cachet per gli spettacoli, anche se in decentramento», ricordano perentoriamente nella loro relazione del 2008. Quanto alla grande trovata di questi ultimi anni - i famigerati premi "Olimpici per il teatro" che gratificano soprattutto gli artisti e le compagnie favorite da rapporti di amicizia, parentela e affari con vari membri delle giurie, in un ridicolo intreccio di clientele, interessi e nepotismo - è costata nel 2009 all'ente 60mila euro più 5.300 di consulenze. Forse è meglio che l'Eti sia stato soppresso. Al ministero dei Beni culturali si fregano le mani: dicono che da maggio, quando Tremonti lo ha fatto fuori, sarebbero già stati risparmiati più di cinque milioni e mezzo di euro.



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