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TOSCANA - Vieni, c è una discarica nel bosco
Juna Goti
30-10-10, 01 IL TIRRENO





LIVORNO. Gli abitanti delle aree collinari, in queste settimane di protesta non stop, la chiamano “la piscina”: i bordi sono ben delineati e appena inizia a piovere si riempie d’acqua. In realtà è un enorme buco a effetto. Doppio: perché da una parte c’è lo strapiombo che non ti aspetti (bisogna attraversare un cancello privato e percorrere un viottolo prima di trovarsi davanti la distesa industriale); dall’altra la vista che vorresti sempre vedere. Una terrazza a picco su Livorno: alle spalle lo squarcio del monte La Poggia, davanti la distesa di quartieri e poi il mare, di lato gli alberi della valle Benedetta. I livornesi la conoscono come ex cava del Canaccini: è la futura discarica di proprietà della famiglia Bellabarba. Fa un certo effetto pensare che proprio qui, in mezzo alle colline del Limoncino, sarà impacchettato un bel malloppone di rifiuti: 560mila metri cubi, ovvero circa 900mila tonnellate, in un’area che a conti fatti è grande come tre campi di calcio. Accadrà un po’ come quando si prepara un fagotto: si stende il fazzoletto, si posa sopra la spazzatura e poi si tira il fiocco. In linguaggio tecnico si dice “ripristino ambientale” perché una volta raggiunta la portata massima, quella che oggi è una cava sarà ricoperta da uno strato di vegetazione. Via il buco, insomma. Sotto gli alberi, tra una decina di anni (sempre che non ci siano colpi di scena) resterà il fagotto: un corpo distinto, invisibile, sottopelle. Come una ciste. Così, almeno, deve essere. A garanzia dell’ambiente e della salute: i rifiuti - dice la normativa (e ribadiscono autorizzazioni e convenzioni) - saranno “protetti” da una sorta di involucro per impedire il contatto con il terreno e con le acque circostanti. Un must per i gestori, un incubo per gli abitanti. E’ inutile girarci intorno, nessuno vuole davanti casa (annesso o terreno agricolo) una discarica. Neppure quando si tratta di un «impianto di smaltimento per rifiuti speciali, inerti, non pericolosi e inorganici». Comunque non rose o margherite. Gli scarti, è vero, da qualche parte devono pur finire. Tanto più se rischiano di aggiungersi ai mucchi abusivi sparsi qua e là lungo lo Stivale. Del resto, Saviano in “Gomorra” racconta anche di come la sua terra inghiotta montagne di rifiuti per far marciar il modello di sviluppo nel resto del Paese: Toscana compresa, lo dice esplicitamente. Nel nostro territorio, come si legge nel report stilato nel 2010 da Comune e Provincia, «si producono circa un milione e 200mila tonnellate di rifiuti industriali e solo il 55% viene smaltito all’interno della regione: il resto finisce fuori, con costi elevati per le nostre aziende e pericoli crescenti dal punto di vista ambientale e dei traffici malavitosi». Ma perché autorizzare discariche nel bel mezzo delle colline? Il punto è un altro: la normativa dice che per ricoprire le cave servono i rifiuti (nell’accezione più ampia del termine, che comprende anche terra e fanghi). Di ferite aperte, nel nostro territorio, ce ne sono a iosa: 41, considerando anche l’isola di Gorgona. Se si pensa che tutte sono nate lontano da aree di possibile insediamento abitativo, è chiaro che il risultato è un infelice effetto buco nella Livorno più verde e azzurra: colline (Limoncino, valle Benedetta, Montenero) e lungomare. Nello stesso report si parla di «26 cave ben integrate con il paesaggio circostante, 7 mediamente integrate (è il caso di Calafuria e Calignania), 8 per le quali è inevitabile un intervento di ripristino artificiale». Comune e Provincia scrivono anche che «occorre trovare subito siti idonei al deposito delle terre provenienti dagli scavi edili (frutto dell’espansione urbanistica) e adatti allo smaltimento delle terre dei siti di bonifica, che a Livorno si estendono per 10 km quadrati». Risultato: il Poggio Corbolone è stato riempito con 100mila metri cubi di terre di scavo, il retro del Tiro a Volo è pronto a riceverne 300mila, il Monte Burrone 150mila, il sito estrattivo delle Palazzine qualcosa in meno (100-120mila). Capitolo a parte per l’ex cava Cementir: l’autorizzazione provinciale per il ripristino è stata sospesa e si pensa a una delocalizzazione di attività produttive a elevato impatto ambientale.



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