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Diamo a Pompei i soldi regalati alle sagre
Giorgio Israel
Il giornale 8/11/2010

Meno soldi alle sagre e biglietti pi cari: cos salviamo i nostri tesori
Gli enti locali taglino i fondi alle loro iniziative clientelari, lo Stato alzi il prezzo d'ingresso a musei e siti archeologici

Per una singolare coincidenza, mentre era da poco crollata la Casa dei Gladiatori di Pompei, ignaro dell'evento, stavo visitando gli scavi di Ostia Antica, non impressionanti come quelli di Pompei ma di grande suggestione e importanza, poich offrono l'immagine di una citt commerciale dell'antica Roma. Mi chiedevo come fosse possibile una tariffa d'ingresso cos irrisoria: 6,50 euro, ridotti a 3,25 o a zero per numerose categorie. In cinque abbiamo pagato 6,50 euro. Somme simili non coprono il costo necessario a riscuoterle. Non sarebbe possibile pretendere molto di pi e abolire certe assurde facilitazioni? Ma certo che sarebbe possibile. Figuriamoci se un turista, una volta venuto in Italia, si tirerebbe indietro di fronte a una spesa un po' pi consistente! E poi, perch mai nei musei esteri sono presenti negozi che offrono una profusione di oggetti e gadget fantasiosi e anche di qualit, mentre i nostri non vanno oltre una misera offerta di cartoline, matite o T-shirt? La fantasia non arriva neppure a mettere in vendita puzzle dei mosaici, costruzioni dei monumenti per bambini o riproduzioni dei dipinti. All'estero, sfruttano come limoni i quattro zeppi che possiedono, mentre noi, che rigurgitiamo di beni culturali, li esibiamo sciattamente, con la testa girata dall'altra parte, come se la conservazione di questo immenso patrimonio fosse un'incombenza fastidiosa, una condanna; e il suo sfruttamento fosse da lasciare in mano all'esercito dei ciceroni fasulli, dei camion di paninari e dei borseggiatori. Sappiamo bene che anche una gestione oculata di tariffe e negozi servirebbe al pi a coprire le spese del personale. Servono investimenti rilevanti, rilevantissimi. Ma come si fa a non capire che questa la risorsa che rende l'Italia unica al mondo? Pare che sia falsa la notizia che qualcuno nel governo abbia detto che la cultura non si mangia. Meno male, perch pur lasciando da parte la volgarit di una simile espressione, sarebbe stupefacente che non si capisca quale immenso valore economico rappresenta il patrimonio culturale italiano. Sia ben chiaro. Se vogliamo parlare il linguaggio della verit va detto che su questo tema pu scagliare la prima pietra soltanto chi senza peccati, cio quasi nessuno. E indubbio che il governo e la maggioranza abbiano le loro colpe. Se il rigore finanziario si esercitasse in modo uniforme su tutti i fronti non vi sarebbe niente da dire. Ma non cos. Gli esempi sono tanti. Basti dire che non si pu da un lato combattere il fenomeno dei falsi invalidi e poi approvare leggi che rischiano di estendere in modo sterminato la platea dei falsi disabili. Certamente le finanze del nostro Paese sono in bilico e il rigore indispensabile in presenza di una crisi strutturale profonda che purtroppo non ancora alle spalle. Ma questo un Paese in cui, pur mettendo da parte l'evasione fiscale, si sperperano risorse in modo indecente. Nel nome della cultura scorrono torrenti di quattrini da ogni lato. Non c' ente locale che non abbia la sua sagra letteraria, scientifica, filosofica, che non promuova un premio letterario, che non organizzi convegni sugli argomenti pi inattesi. Tutto questo mobilita un'enorme quantit di risorse, per produrre spesso poco o niente di valido. Provate a constatare lo stupore con cui uno straniero accoglie la descrizione della mole incredibile di iniziative culturali che pullulano in ogni angolo del Bel Paese. Basterebbero le spese necessarie a sostenere un certo numero di queste iniziative per dare ossigeno alle nostre disastrate Biblioteche nazionali. Un minimo senso di responsabilit dovrebbe indurre gli enti locali a fare a gara nel dirottare i fondi impiegati nelle iniziative culturali effimere verso il compito di salvare un inestimabile patrimonio archeologico, artistico, architettonico, museale, culturale; invitando gli sponsor privati che intervengono in quelle iniziative a fare altrettanto. E, se tale senso di responsabilit non vi fosse, bisognerebbe esplorare tutte le vie per costringere a comportamenti virtuosi, come si richiede in circostanze di emergenza. Purtroppo, in barba alla verit che nessuno pu scagliare la prima pietra, stiamo assistendo alla solita sagra dell'ipocrisia nazionale. Difatti, se il governo non brilla per sensibilit nei confronti della cultura, chi lo attacca dall'opposizione fa la parte del bue che da del cornuto all'asino. Chi, se non quasi tutte le amministrazioni locali di sinistra (ispirandosi all'ideologia della cultura dell'effimero), ha finanziato per anni lautamente feste su feste, festival su festival, le iniziative pi fasulle, spesso appaltate a dilettanti il cui unico merito era quello di essere amici, mentre i marciapiedi dei centri storici andavano in pezzi e i monumenti si ricoprivano di immondizia e di graffiti? L'ex sindaco di Roma Veltroni, invece di gridare allo scandalo, dovrebbe fare autocritica per aver favorito la cultura dell'effimero, mettendosi in gara con Venezia per duplicare il festival del cinema, invece di impegnarsi esclusivamente sul fronte del patrimonio archeologico, artistico e culturale della capitale. Il crollo della Casa dei Gladiatori di Pompei frutto di un disastro che ha premesse lontane, l'esito di un disinteresse scandaloso di cui tutti, nessuno escluso, dovrebbero fare ammenda e per il quale dovrebbero cospargersi il capo di cenere. Invece, si preferisce imbastire la sagra dell'ipocrisia e della strumentalizzazione politica e non mettere il dito sulla vera piaga: la necessit di cessare una volta per tutte di sparlarsi addosso dalla mattina alla sera di cultura in termini metodologici, ludici o spettacolari, mentre i fondamenti materiali della cultura - monumenti, musei, scavi, biblioteche, archivi - si sgretolano. Si tratta nientemeno che dei fondamenti della nostra civilt, quelli che danno senso alla nostra identit storica. Ma sono sempre meno coloro che nutrono interesse per questi fondamenti. Siamo sempre pi nelle mani di persone la cui sensibilit culturale prossima allo zero. In fondo, la stessa situazione che si verifica con l'istruzione. La prima preoccupazione non dovrebbe essere quella di plasmare la formazione dei giovani su quei valori e su quei contenuti culturali che sono il fondamento della nostra civilt? Invece siamo sotto la ferula di personaggi che predicano che non deve contare nulla cosa si pensa, bens soltanto come si pensa. In tal modo, il cosa, ovvero la cultura propriamente detta, va a pezzi come la Casa dei Gladiatori. Perci, con tutto il rispetto per i manager e il loro ausilio indispensabile, non bastano i tecnicismi. Il patrimonio culturale non si salva con il modello Asl o consegnando tutto ai privati. Occorre una presa di coscienza nazionale e una grande spinta morale per salvare ci che rappresenta la nostra principale e unica ricchezza. Purtroppo, c' seriamente da temere che nutrire la speranza di una simile presa di coscienza sia una grande ingenuit.



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