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in difesa dei beni culturali e ambientali

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L'arte usata
Beatrice Fabbretti
Il Giornale dell Arte - n. 212 luglio-agosto 2002

Ci risiamo. Dopo il “caso” dello scorso inverno sull’art. 22 (poi approvato come art. 33) della legge Finanziaria 2002, che prevedeva la possibilità di dare in gestione a privati i servizi mussali, a surriscaldare ulteriormente questa torrida estate 2002 è arrivata la conversione in legge del decreto “salva-deficit” del ministro dell’Economia Giulio Tremonti che, con la creazione delle due società “Patrimonio dello Stato spa” e “Infrastrutture spa” e la conseguente possibilità di alienare i beni dello Stato, compresi quelli culturali, ha fatto sussultare le associazioni ambientaliste che hanno lanciato un grido d’allarme (“Il patrimonio culturale è a rischio di svendita!), gran parte del mondo della cultura, l’opposizione politica ed anche l’ormai ex sottosegretario alla cultura Vittorio Sgarbi. Persino il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, nel promulgare la legge di conversione del decreto, lo scorso 15 giugno, ha inviato “contestualmente” una lettera al presidente del consiglio Berlusconi in cui, tra l’altro, ribadisce che “i beni culturali ed ambientali costituiscono identità e patrimonio comune di tutto il Paese”, e di questo si deve tener conto prima ancora che dei criteri di redditività.
Ripercorriamo le tappe del provvedimento.
Il 15 aprile 2002 il Governo approva il decreto legge n. 63, “recante disposizioni finanziarie e fiscali urgenti in materia di riscossione, razionalizzazione del sistema di formazione del costo dei prodotti farmaceutici, adempimenti ed adeguamenti comunitari, cartolarizzazioni, valorizzazione del patrimonio e finanziamento delle infrastrutture”. Il decreto contiene due articoli, il n. 7 e il n. 8, che istituiscono due società, la “Patrimonio dello Stato Spa” e “Infrastrutture Spa”.
Finalità della “Patrimonio Spa” sarà la messa in redditività del patrimonio pubblico, il cui valore è stimato intorno ai 2 milioni di euro (4 milioni di miliardi di vecchie lire). La società sarà interamente controllata dal Ministero dell’Economia, si avvarrà di un capitale iniziale di un milione di euro e i beni che lo Stato le conferirà saranno immobili, terreni e altri beni materiali come autostrade e aeroporti, ma anche beni immateriali come ad esempio le frequenze telefoniche Umts. Saranno conferiti anche crediti fiscali e previdenziali. La “Infrastrutture Spa”avrà il compito di agevolare il finanziamento di opere pubbliche e di investimenti per lo sviluppo, coinvolgendo anche capitali privati e concedendo presti a lungo termine. Alla “Infrastrutture Spa” potranno essere trasferiti beni della “Patrimonio Spa”, da utilizzare come garanzia per attrarre finanziamenti privati.
Appena due righe contenute nel comma 10 dell’art. 7 regolano il passaggio alla “Patrimonio Spa” dei beni culturali dello Stato: “il trasferimento di beni di particolare valore artistico e storico è effettuato d’intesa con il Ministro per i Beni e le Attività culturali”. Sono proprio queste due scarne righe ad aver fatto scattare l’allarme. Come è possibile che non venga stabilita a monte una norma certa che definisca quali beni siano alienabili e quali no, lasciando la valutazione al caso per caso? Soprattutto, perché quell’aggettivo “particolare”? Scrive il soprintendente regionale della Toscana Antonio Paolucci: “Quello che ci fa davvero unici e invidiati nel mondo non è il fatto che noi abbiamo gli Uffizi e il Colosseo, il Duomo di Milano e la Torre di Pisa. Anche altri Paesi hanno monumenti clamorosi e musei stracolmi di capolavori… Il carattere distintivo del nostro Paese è il museo diffuso, sono le emergenze minime e incognite che abitano ogni strada della città, anche la più degradata, ogni piega del territorio, anche il più manomesso”. E proprio questo “patrimonio minore” sembra essere più a rischio, in quanto, scrive sempre Paolucci, “non è di particolare valore artistico”.
Il cartello delle associazioni ambientalistiche (WWF, Legambiente, Fai, Italia Nostra, Camitato per la bellezza, Greenpeace, Inu, Lac, Vas, Marevivo, Lipu, Lav, Associazione Bianchi Bandinelli) propongono un emendamento “salva monumenti” che stabilisca l’inalienabilità per determinate categorie di beni peraltro come già previsto dal Dpr 283/2000 (“Regolamento recante disciplina delle alienazioni di beni immobili del demanio storico artistico”), che il decreto Tremonti cancella; che obblighi a stilare un elenco per il trasferimento dei beni artistici da sottoporre ad una preventiva approvazione del Ministero dei Beni culturali, chiamato a dettare anche i criteri di gestione; obblighi a un’intesa anche con il Ministero dell’Ambiente e del Territorio per i beni nelle aree naturali protette; preveda l’approvazione da parte della Conferenza Unificata Stato, Regioni, Enti Locali degli elenchi prima del definitivo trasferimento e il diritto di prelazione dei soggetti pubblici sulle eventuali alienazioni.
L’allora sottosegretario Sgarbi sostiene l’emendamento, che viene inizialmente presentato in Senato dal relatore di maggioranza Carlo Vizzini (Fi). Il 13 giugno il Parlamento approva la legge, ma l’emendamento, per esigenze di rispetto dei tempi tecnici, viene trasformato in “ordine del giorno”. Il giorno precedente, proprio su questo tema, si consumava la rottura tra Urbani e Sgarbi, il quale rimetteva le deleghe, quindi il 20 giugno il Consiglio dei Ministri gli revocava la carica di sottosegretario. E mentre Sgarbi minaccia il ricorso al Tar, per la sua successione si fanno i nomi di Ferdinando Adornato, presidente della Commissione Cultura della Camera, Gabriella Carlucci, presentatrice tv e responsabile dello spettacolo di Forza Italia e di Salvatore Carruba, assessore alla Cultura del Comune di Milano.
Il 15 giugno il presidente Ciampi promulga la legge di conversione del decreto 63 (divenuto legge n. 112/2002) ma, adottando una prassi inedita, la accompagna con una lettera al Presidente del Consiglio fatta di considerazioni, puntualizzazioni, richieste di correttivi. Il presidente Ciampi auspica che l’Esecutivo traduca “tempestivamente” e con misure operative l’ordine del giorno approvato in Senato, che fissa paletti e regole certe per l’alienazione dei beni culturali. Gongola Sgarbi: “Urbani deve dimettersi”. Gongola l’opposizione politica che, peraltro, aveva presentato un disegno di legge ad hoc sull’alienazione degli immobili del demanio artistico e storico e paesaggistico, da “offrire” al Governo per uscire dall’impasse (i beni venivano divisi in tre categorie: quelli inalienabili sempre e comunque; quelli alienabili a determinate condizioni, tra cui la valorizzazione a carico dell’acquirente e la garanzia di pubblica fruizione; quelli alienabili). Tornano alla carica le associazioni ambientaliste. Il Ministro Urbani non perde l’aplomb che lo contraddistingue, si dichiara d’accordo con la lettera di Ciampi, che interpreta preoccupazioni giuste, anche se forse si tratta di un richiamo “ad abundantiam”, dato che la tutela del patrimonio culturale non sarebbe messa in discussione dalla legge: “Senza concertazione col Ministero per i Beni e le Attività culturali, che ha come compito specifico la tutela e la conservazione del nostro patrimonio, non può esserci alcuna vendita”. E ancora: “Basta conoscere la Costituzione italiana e il Codice civile per sapere che il patrimonio culturale è inalienabile”. Gli fa eco il ministro Tremonti: “E’ un equivoco emotivo. Noi vogliamo valorizzare il patrimonio dello Stato. Il Governo non vuole “vendere” il Colosseo, ma valorizzare e ricavare un reddito da beni che fino ad oggi hanno rappresentato solo dei costi per le casse pubbliche”. Ma se così fosse stato che senso aveva includere i beni artistici nella legge? E mentre le associazioni ambientaliste scrivono al premier Berlusconi per chiedergli un incontro, questi ostenta toni rassicuranti, “piena sintonia” con il Quirinale, conferma che il Governo vuole tutelare e valorizzare il patrimonio dello Stato, certamente non venderlo e che verranno recepite quanto prima le osservazioni al decreto salva deficit contenute nell’ordine del giorno approvato al Senato. Quanto ad elenchi (ma basterebbero chiari criteri), Urbani non ne vuol neppure sentire parlare: “In generale, l’idea di condizionare tutto alla presenza di elenchi, dicono dal Gabinetto del Ministro, è un modo per ritardare l’applicazione della norma e per mantenere i privilegi di chi, per esempio, abita immobili di Stato pagando somme irrisorie o detiene in concessione spiagge prestigiose corrispondendo canoni ridicoli. Quanto ai beni culturali, si procederà con la logica del caso per caso, avvalendosi delle competenze dei Soprintendenti e dei Comitati di settore. Del resto, la proprietà pubblica non sempre mette al riparo da scelte dettate dalla logica del privilegio, né garantisce la fruibilità”.

http://www.mecenate.info/files/articolo.asp?art=168


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