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Maledetti dilettanti
Urbani? Ingenuo. Sgarbi? Capriccioso. Insieme, una coppia da cacciare. Parola di Melandri. Che candida Fisichella

Marco Damilano
L'Espresso online 27/06/2002

L'Inesistente e il Capriccioso, li chiama. La coppia di litiganti che guida il ministero dei Beni culturali. «Come posso scegliere tra l'uno e l'altro? Sono entrambi disastrosi. Giuliano Urbani, il ministro, è un ingenuo che voleva fare il presidente della Rai. Vittorio Sgarbi, il sottosegretario, è un egocentrico che agisce per conto di se stesso. Insieme hanno portato la cultura italiana al punto più basso». Giovanna Melandri, ministro della Cultura nei governi ulivisti, si rifiuta di tifare per uno dei duellanti del Collegio Romano dopo il richiamo di Carlo Azeglio Ciampi sulla Patrimonio Spa, la società che avrebbe dovuto rilevare il nostro patrimonio artistico.«Al posto di Urbani vorrei Domenico Fisichella. È un uomo di destra. Ma ha già fatto il ministro, con competenza e passione. E rispetta le opinioni degli altri».

Lei dice che questo è l'annus horribilis della cultura. Un periodo che coincide con l'opposizione dell'Ulivo. È l'invidia a farla parlare?

«Rispondo con i fatti. Per la prima volta durante i governi dell'Ulivo il settore cultura è uscito dal ruolo residuale che gli era stato assegnato ed è diventato un tassello importante. Una scelta di tutto il governo. Più risorse pubbliche, più investimenti: non solo su Galleria Borghese e sui grandi centri, ma anche sugli affreschi di Benozzo Gozzoli a Montefalco, sul museo archeologico di Palestrina e così via. Mi aspettavo dal centro-destra una competizione virtuosa».

E il ministro Urbani, invece, cosa ha fatto?

«La Finanziaria ha tagliato i fondi per la cultura. Cinquecento miliardi in meno. Eppure Sgarbi aveva proclamato che ci sarebbero stati musei gratis per tutti. Noi avevamo introdotto lo sconto del 50 per cento per giovani e insegnanti. Strumenti fondamentali per aprire i musei erano l'appoggio dei sindacati e l'inserimento dei giovani assistenti con contratto a tempo determinato e con l'impegno di assumerli. Impegno disatteso. Costava solo 40 miliardi di vecchie lire: non li hanno trovati. E le agitazioni hanno impedito ai turisti di visitare i musei il 25 aprile e il primo maggio».

Perché Urbani e Sgarbi accettano il ridimensionamento del loro ministero?

«Per due motivi. Il primo è la continua lite tra loro che blocca tutte le iniziative. Come quella che finanzia il restauro e la tutela di 250 progetti per i prossimi tre anni (vedere scheda). Bloccata. Poi c'è un altro motivo. Vogliono sabotare la dimensione pubblica della cultura per poi dire: non c'è niente da fare, privatizziamo. Come stanno facendo in altri campi, dalla sanità alla scuola».

Obiezione di Urbani: la privatizzazione della cultura è cominciata con voi dell'Ulivo.

«Farebbe meglio a ragionare: la sua apertura ai privati è un fallimento. C'è una retorica mercantile e una pratica disastrosa. Durante il mio mandato con l'allora ministro del Tesoro Vincenzo Visco avevamo giocato la carta dell'incentivazione fiscale della cultura. Con la piena deducibilità dal reddito d'impresa delle donazioni per la cultura. Deducibilità al 100 per 100. La norma valeva per il 2001, a copertura c'erano 270 miliardi. Poi è cambiato il governo e non si è fatto nulla».

Anche sulla cessione dei beni immobili alla società Patrimonio Spa il centro-destra replica che siete stati voi a iniziare a vendere.

«Hanno abrogato una norma che ci era costata un lungo lavoro con le associazioni e gli enti locali. Il nostro regolamento diceva nero su bianco: il patrimonio è inalienabile. Per alcuni beni storico-artistici il titolo di proprietà può essere ceduto dallo Stato al privato, ma solo a scopo di tutela e a condizione che siano rispettati alcuni requisiti: per esempio, l'apertura al pubblico del locale. Altrimenti i beni tornano allo Stato. Loro invece usano il patrimonio come garanzia delle grandi opere pubbliche. Come un'ipoteca. Siamo alla stangata, a Paul Newman e Robert Redford che scappano con il bottino...».

Avete detto che il Colosseo è in vendita. Urbani ha smentito. E promette: sul patrimonio garantisco io.

«Il Colosseo non è a rischio. Ma tanti altri beni sì, e non lo dico solo io. Il ministro ci ha ripetuto per un mese che le nostre preoccupazioni erano frutto di una fantasia malata. Ora si scopre che sono matti anche il presidente della Corte dei conti, tutte le associazioni di tutela, e per ultimo il presidente Ciampi. La verità è che le garanzie si scrivono con le leggi. E Urbani non conta nulla. I ministri della Cultura sono altri».

Chi? Sgarbi?

«No. Il manifesto per la cultura di Berlusconi e soci l'hanno scritto Tremonti con le forbici e Lunardi con il cemento. I veri ministri sono loro. Gli altri due sono solo comparse».

In questi giorni Sgarbi si è schierato contro Urbani. E "l'Unità" ha pubblicato un suo editoriale di fuoco. È il nuovo eroe della sinistra?

«Mi rifiuto di trasformarlo in un simbolo. Si è accorto all'ultimo momento di quanto stava accadendo. Ha detto che bisogna ripristinare il nostro regolamento. Sono d'accordo con lui».

Chi butta giù dalla torre? Urbani o Sgarbi?

«Urbani è il ministro che esegue la linea Tremonti e vende i gioielli di famiglia per pagare i debiti di gioco. Sgarbi è il sottosegretario che si augura che fallisca la Biennale. Dunque giù tutti e due. O forse terrei su ancora Sgarbi per vedere se fa sul serio. Con una preoccupazione».

Quale?

«Che alla fine quei due si vendano pure la torre prima di essere cacciati».



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