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Gerardo Pecci, Storico dell'arte scrive:

Gerardo Pecci
Storico dell'arte
Responsabile del Settore Arti Visive del Centro Culturale Studi Storici di Eboli,
gi cultore di Storia dell'Arte Moderna presso l'Universit degli Studi di Salerno



Nel momento in cui ho ricevuto il Vostro cortese invito ad esprimere un parere
sulla bozza ministeriale del Nuovo Codice dei Beni Culturali non ho potuto
esimermi dal leggere in modo approfondito il testo che sto per "commentare",
sia pure in modo parziale e frammentario per quegli aspetti pi strettamente
inerenti il settore di mia competenza.
Innanzitutto ho avuto l'impressione, fin dalla prima superficiale lettura, che si
tratti di un testo estremamente confuso, sia nella forma che nella sostanza, anche
se alcune parti sembrano appena un po' pi "organiche", redatto con una
terminologia anch'essa confusa, ma a tratti pericolosa poich vi sono termini e
frasi talmente subdoli che potrebbero generare equivoci d'ogni sorta. Si tratta,
secondo il mio personalissimo parere, di un testo "onnivoro", "onnicomprensivo",
che, cos com' stato concepito nella sua estrema macchinosit, vorrebbe
disciplinare tutto, ma in questo caso finirebbe solo per disciplinare il niente, il
vuoto pi assoluto. Emerge, purtroppo prepotentemente, solo il volto alquanto mesto
e squallido di una concezione economicista e privatistica dei beni culturali, non
pi considerati nella loro specifica natura di prodotti storici, culturali, ma nel
loro valore meramente venale. Tant' che nel testo si avverte lo strano bisogno di
una specifica "dichiarazione dell'interesse culturale" (Art. 13) corredato da un
macchinoso "procedimento di dichiarazione" (Artt. 14, e poi 15 e 16). Eppure gi la
ben nota Commissione Franceschini aveva specificato perfettamente sia la natura che
la definizione dei beni culturali, seguite e accettate, poi, da tutti. Ora, con
questo genialissimo testo, si va a mettere in crisi un patrimonio di studi e di
esperienze giuridiche legate ai beni culturali che si credeva fosse ormai
graniticamente acquisito e consolidato, almeno nei principi fondamentali. Ma la
logica del profitto evidentemente non la pensa allo stesso modo e nell'ideologia
politica neoliberista, che lo spirito-guida del testo della bozza, perch proprio
di ideologia si tratta e nessuno lo potr negare, i beni culturali sono solo un
mero prodotto economico da spremere e far fruttare a vantaggio dei privati che,
cos, potrebbero entrare direttamente nella gestione di tale patrimonio,
sostituendosi ai funzionari statali a cui, per legge, demandata qualsiasi
decisione per la tutela, la conservazione e la valorizzazione del nostro patrimonio
di storia, arte e civilt. Si elude, dunque, in questo modo quanto espressamente
previsto dalla Costituzione della Repubblica Italiana. La prevista alienazione,
sdemanializzazione e la permuta di beni culturali e ambientali sono tre modi
diversi per dire addio a quanto di pi caro noi abbiamo in termini di coscienza
collettiva e culturale. Tutto nella logica pi perversa e insensata che fa dei beni
culturali soltanto degli "oggetti" da poter barattare con altri "oggetti", con
logiche "politiche" che ben poco hanno a che fare con la vera e corretta politica
di salvaguardia, valorizzazione e fruizione dei medesimi beni culturali. Le
osservazioni che seguiranno, su alcuni articoli, vogliono essere soltanto un
ulteriore invito alla riflessione da parte di chi dovrebbe essere deputato alla
redazione del testo definitivo del Codice dei Beni Culturali. Ma procediamo con
ordine.
Articolo 2 comma 4
I beni culturali di appartenenza pubblica dovrebbero sempre essere destinati alla
fruizione della collettivit, indipendentemente dalle "esigenze di tipo
istituzionale" (che cos' "l'uso istituzionale"? Appendere, per esempio, un
Caravaggio nello studio privato del Presidente del Consiglio dei Ministri?
Utilizzare edifici storicamente e architettonicamente pregevoli per ospitare comandi
militari, rendendo tali beni inaccessibili ai civili e agli studiosi? E' quello che
mi capitato quest'estate quando volevo visitare per motivi di studio la Casina
Reale di Caccia di Persano, ma i militari mi hanno respinto con fermezza, rendendo
impossibile l'accesso al monumento architettonico.

Art. 4, comma 1
Conferire l'esercizio unitario delle funzioni di tutela alle Regioni significherebbe
di fatto disgregare l'unitariet delle azioni e funzioni della tutela stessa. E' una
norma che introduce una doppia funzione legislativa in materia, con pericolose
conseguenze per la reale integrit dei beni culturali.

Articolo 5, comma 1
Il titolo dell'Art.5 parla di "cooperazione" delle Regioni , ma di fatto il comma1
conferisce pieno esercizio ad esse di alcune funzioni di tutela. Insomma: le Regioni
cooperano o si sostituiscono allo Stato? Cooperare non significa "esercitare per
delega", ma "collaborare" col Ministero.

Art. 5, commi 2 e 3
Anche la tutela sui beni librari e archivistici dovrebbe spettare allo Stato e non
alle Regioni. La stessa cosa dicasi per i beni musicali, per le fotografie, le
pellicole i materiali audiovisivi non di propriet statale. Sono comunque beni
ricadenti in ambito nazionale e ogni testimonianza avente valore di civilt di
diritto appartenente all'intera comunit nazionale, al popolo a cui appartiene.

Articolo 5, comma7
Come far il Ministero a vigilare sulle inadempienze e le inerzie delle Regioni,
soprattutto se dovessero vigere norme regionali alquanto diverse da quelle statali?
Quale dovrebbe essere l'organo con il compito di vigilare sui corretti adempimenti
delle Regioni in materia di beni culturali?

Articolo 7, commi 2 e 3
Nel momento in cui viene attribuita alle Regioni "potest legislativa concorrente"
si delegittima la funzione legislativa dello Stato in materia di beni culturali. Ma
confuse azioni di coordinamento delle attivit di valorizzazione tra il Ministero,
gli enti territoriali pubblici, le Regioni, con accordi e intese spesso
inconcludenti, innescherebbero pericolosissimi meccanismi, ferruginosi e
anacronistici, che rischierebbero per bloccare di fatto ogni corretta attivit
valorizzativa e tutelativa.

Articolo 10
L'articolo d un dettagliato elenco delle cose immobili e mobili che rientrano nella
categoria dei beni culturali pubblici, prevedendo una "dichiarazione" (in base
all'Art. 13) di beni "particolarmente importanti" da tutelare, anche se appartenenti
a soggetti privati. In pratica viene sostituita la tradizionale notifica con la
"dichiarazione".

Articolo 10, comma 3, lettera e)
Riguardo alle collezioni, o serie di oggetti che rivestono un "eccezionale"
interesse storico o artistico nel testo si specifica "a chiunque appartenenti" il
che significa che lo Stato dovrebbe emanare la dichiarazione prevista dall'Art. 13
anche a se stesso! Si rasenta il ridicolo.

Articolo 11
Le lapidi, le iscrizioni, gli affreschi, gli stemmi, i tabernacoli e altri ornamenti
di edifici esposti o meno alla pubblica vista sono considerati beni culturali
"qualora ne ricorrono presupposti o condizioni": ma quali sono tali presupposti e
tali condizioni? Si sa che anche nella normativa storica previgente tali categorie
di beni erano tutelate, e sono tutelate, indipendentemente da qualsiasi
"presupposto" o "condizione", per il solo fatto di esistere cio, in senso stretto,
per le loro qualit di testimonianze storiche aventi valore di civilt. Con il nuovo
testo si vanno a cercare motivazioni pretestuose e certamente macchinose per poter
"inquadrare e definire" una serie di oggetti che non hanno bisogno d'essere definiti
perch parlano da s.

Art.12
E' ridicola l'idea della "verifica dell'interesse culturale" poich, come spesso
capitato, pu succedere che un determinato oggetto non considerato quale "bene
culturale" lo sia diventato poi, indipendentemente da qualsiasi "verifica"
ministeriale. Ma noi ci chiediamo: che cos' "culturale" e cosa non lo ? Al comma 3
si parla di schedatura come atto indispensabile per stabilire la carta d'identit di
un bene culturale, o di pi beni, altrimenti non si pu procedere alla tutela. Ma
quanti beni culturali appartenenti a privati, ma anche allo Stato, mancano di
un'adeguata opera di catalogazione, di schedatura scientifica? Ora, se si tutelano
solo le opere "dichiarate" chiaro che il resto, ed la stragrande maggioranza dei
beni culturali esistenti in Italia, dovrebbe sfuggire alla legislazione di tutela e
valorizzazione. E', questa, una subdola maniera per poter allegramente
sdemanializzare e alienare, vendere allegramente al miglior offerente anche beni di
eccezionale interesse storico, artistico ecc. . Altro che tutela! I commi
2,3,4,5,6,7 sono pericolosissimi perch subordinano la tutela alla schedatura dei
beni; di fatto smantellerebbero, se accettati in sede legislativa e approvati, di
distruggere la maggior parte del patrimonio culturale italiano, e non temo di
esagerare quando affermo questo, poich ci sono milioni di oggetti ancora non
catalogati, schedati, "dichiarati".

Art.14
Il procedimento di dichiarazione particolarmente disarticolato, disomogeneo,
astrusamente ferruginoso. Inoltre esso dovrebbe essere promosso dal soprintendente
"anche su richiesta motivata della Regione o di ogni altro ente territoriale
interessato". Ma chi segnala al soprintendente o agli Enti Locali l'oggetto da
dichiarare quale bene "culturale"? I cittadini, quindi, non hanno alcuna voce in
capitolo, eppure sono loro, i loro beni a dover essere dichiarati "culturali"! Chi
li segnala i beni se i possessori tacciono?

Art.22
I termini di cui al comma 1 dovrebbe essere elevato a centottanta giorni e quello di
cui al comma 3 a novanta.

Art.25, comma 2
La norma prevista da questo articolo, al comma due, pericolosa poich di
carattere prettamente politico e non tecnico-giuridico, investe del procedimento il
Presidente del Consiglio dei Ministri e l'intero Governo, il che pu comportare
pareri e decisioni a seconda della situazione politica del momento e non sulla base
di dati oggettivi.

Art.28, comma 4

Che cosa s'intende per "realizzazione di opere pubbliche ricadenti in aree
archeologiche"? Costruzione di "ville panoramiche" su antiche vestigia per il loro
"godimento"? Condotte idriche o elettriche che attraversano parchi archeologici?

Articolo 50, comma1
Si vieta il distacco di affreschi, stemmi, graffiti, lapidi, iscrizioni, tabernacoli
ecc. anche se non sono riconosciuti i "presupposti" e le "condizioni" che li
qualificano come beni culturali, secondo quanto previsto dall'Art.11. Ci vuol dire
che queste tipologie particolari di beni sono gi di per s riconosciuti quali beni
culturali aventi valore di testimonianza di civilt. Quindi per loro non
applicabile alcun riconoscimento di "presupposti e condizioni". Quindi tale
constatazione oggettiva sembrerebbe in aperta contraddizione con quanto previsto dal
predetto Art.11.

Proseguendo nell'analisi del testo del nuovo Codice, pericolosissime sono, poi, le
norme relative al Capo IV, Sezione I, soprattutto per la leggerezza con cui si
possono alienare i beni, che per loro stessa natura dovrebbero essere inalienabili.
E' inconcepibile pure la norma prevista dall'Art.58, comma1, che prevede la permuta
di beni tra enti pubblici ed enti privati, anche stranieri: chi sceglie, e in base
a quali criteri e principii, i beni da permutare? Allora: chiediamo al Louvre la
permuta della "Gioconda" di Leonardo da Vinci con altra opera di Raffaello Sanzio,
per esempio "Lo Sposalizio della Vergine"! Il criterio stesso, l'idea della
permuta, certamente devastante poich, per esempio, molte opere potrebbero essere
decontestualizzate dall'ambiente in cui magari per secoli sono state conservate,
strappandole dal contesto artistico, urbanistico, ecc. in cui furono concepite e in
cui attualmente si trovano. Altro articolo pericoloso il 121. Esso prevede in via
ordinaria la gestione diretta dei beni culturali di natura pubblica da parte del
Ministero per i Beni e le Attivit Culturali. Ma il comma 3 del medesimo articolo
prevede anche la gestione "mediante affidamento o concessione ad altri soggetti".
Volendo pensare in modo furbesco si pu dire che questa norma pu tendere a fare in
modo che il Ministero eviti l'assunzione di personale qualificato nei propri
organici centrali e periferici (Soprintendenze) affidando ad agenzie esterne,
politicamente guidate e per vie non sempre del tutto trasparenti (il che uno
"sport" collaudatissimo e tipicamente italiano), la gestione diretta dei beni
culturali pubblici a enti privati, associazioni, fondazioni, ecc. Tale norma
comporterebbe una deresponsabilizzazione dei compiti imposti dalla Costituzione al
Ministero che eviterebbe di fare il proprio dovere di amministratore pubblico.
Addirittura il Ministero delegherebbe a persone private "poteri di indirizzo e
controllo spettanti al titolare dell'attivit o del servizio [.] anche con il
conferimento in uso del bene culturale oggetto di valorizzazione." (commi 6 e 7).
Si tratta di un'aberrazione mentale massima, degna di un serial killer, senza
precedenti. La partecipazione dei privati importante per la valorizzazione dei
beni culturali, ma senza che ci comporti la sostituzione di personale qualificato
statale, ministeriale, con altro di natura privata. Immaginate gli Uffizi gestiti
da privati? Che il Museo Archeologico Nazionale di Paestum venga affidato ad una
societ privata? Con quali garanzie? Con che tipologia di personale? Il modello
italiano non quello statunitense. Pensare di importare modelli esteri nella
gestione del patrimonio culturale italiano semplicemente: anacronistico,
puerilmente ingenuo o sottilmente diabolico?
Non mi sento in grado di esprimermi per quel che concerne i beni paesaggistici, la
cui definizione nel nuovo Codice, secondo me, abbastanza fumosa, poich non
settore di mia competenza. Tuttavia, da semplice cittadino dico che l'ambiente va
preservato e tutelato perch in gioco la nostra stessa esistenza, ed l'ambiente
che conserva le testimonianze dell'opera dell'uomo nel tempo e le stesse opere
d'arte.




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