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Riforma
2016-01-21
Associazione degli Archeologi del Pubblico Impiego – comparto MiBACT (API-MiBACT)

L’associazione degli Archeologi del Pubblico Impiego – comparto MiBACT (API-MiBACT), in relazione alle comunicazioni del Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, on. Dario Franceschini, e allo schema di Decreto Ministeriale di riforma dell’organizzazione del Ministero, denuncia quanto segue.
Lo stato attuale di sofferenza degli uffici che operano direttamente sul Patrimonio (Soprintendenze, Poli Museali, Segretariati Regionali), dovuto alla riforma già in atto con il DPCM 171/2014, e caratterizzato anche da numerose difficoltà relative all’attuale carenza di personale, alle attività di divisione e trasferimento patrimoniale, alla frammentazione delle competenze e degli incarichi, che gli uffici che operano sul territorio stanno affrontando in totale solitudine, con enormi sforzi e sacrificio dei dipendenti, impedisce di gestire con efficacia l’ulteriore lacerante riforma che arriva a meno di un anno dalla precedente e con questa, tra l’altro, in palese contraddizione.
Queste problematiche, non tenute in alcuna considerazione da parte del Ministro e del Governo, nonostante gli appelli fatti nel corso del 2015, incidono sulle attività istituzionali penalizzando nei fatti il compito e l’operatività degli uffici stessi, in particolare nel settore dell’Archeologia. Gli sforzi quotidiani dei dipendenti, al servizio dei cittadini e di tutti gli utenti esterni, rischiano di essere completamente vanificati.
Le motivazioni con le quali nasce questo nuovo Decreto Ministeriale appaiono peraltro infondate: si stravolge nuovamente l’assetto del Ministero per venire incontro a problematiche paradossalmente innescate proprio dalle recenti scelte dello stesso Governo in materia di silenzio-assenso ed in materia di riorganizzazione della P.A. (v. Legge Madia). Peraltro, come anche in occasione del DPCM 171/2014, si intende lasciare agli uffici sul territorio l’onere e i disagi di trasferimenti e accorpamenti di risorse umane e strumentali (magazzini, archivi, sedi centrali, nuclei, etc) senza indicazioni definite. Si profila pertanto un ulteriore e lunghissimo periodo in cui le poche forze in campo, pagate con i soldi della comunità, saranno impiegate sostanzialmente nella riorganizzazione logistica e procedurale, nelle mere operazioni burocratiche che si innescano con il cambiamento degli uffici, a scapito dell’efficacia, efficienza ed economicità dei Servizi ai Cittadini e della Tutela.
Una Tutela che gli Archeologi dello Stato dovrebbero esplicare piuttosto prendendosi cura del territorio, dei monumenti e dei reperti, in quanto braccio operativo e organo tecnico-scientifico di ricerca che per legge svolge quella “adeguata attività conoscitiva” preliminare ad ogni forma di tutela amministrativa, conservazione, fruizione e valorizzazione. Si propone oggi di erigere a responsabile di procedimenti di scavo e conservazione del patrimonio archeologico dirigenti che avranno meno competenze tecnico-scientifiche specifiche sia dei funzionari che andranno a dirigere sia dei professionisti esterni a cui daranno i pareri.
La qualità del lavoro nel settore della tutela archeologica, senza la guida di dirigenti con competenze specialistiche, senza depositi, senza laboratori, senza archivi, senza biblioteche, non potrà che andare incontro ad uno scadimento e ad una burocratizzazione generalizzati. Ciò che viene presentato come potenziamento della salvaguardia del patrimonio archeologico all’interno delle Soprintendenze Uniche rischia di essere solo uno “specchietto per allodole” e nasconde l’enorme confusione di competenze e frammentazione di funzioni che dovranno essere affrontate da tecnici umiliati nella loro professionalità, privi di mezzi e di autorevole rappresentatività. La prima, ovvia conseguenza di tutto ciò verrà ad essere l’allungamento di tutte le procedure di controllo tecnico ed amministrativo, creando ritardi e disagio a cittadini ed imprese.
L’omogeneità dell’azione di tutela e ricerca sugli ambiti regionali, finora garantita dalle Soprintendenze Archeologia, verrà di fatto cancellata a tutto detrimento della conoscenza e della operatività dello Stato sul patrimonio archeologico presente capillarmente sul territorio.
Stupisce ancora una volta la completa assenza di un dibattito interno con il coinvolgimento dei tecnici; un settore delicatissimo, reputato dai più un paziente perennemente in coma, viene sottoposto a ripetuti interventi chirurgici effettuati non da specialisti di medicina, come invece dovrebbe essere. Il continuo svilimento del personale tecnico-scientifico e la mancanza di conoscenze approfondite dei meccanismi propri degli uffici che materialmente curano i beni culturali sul territorio provocano dunque un ulteriore e –si teme- definitivo naufragio delle poche energie rimaste in campo.
Infine, pare anche il caso di sottolineare che nella bozza di riforma del Codice degli Appalti sembrano scomparsi gli articoli che finora hanno normato la c.d. “archeologia preventiva”. Se queste norme venissero davvero cassate dal nuovo Codice, si potrebbe pensare che il Paese intero voglia retrocedere dalla Tutela nelle sue forme più avanzate, con palese tradimento dei principi sanciti dall’articolo 9 della Carta Costituzionale.
In qualità di cittadini e di servitori dello Stato chiediamo urgentemente al Ministro Franceschini un incontro al fine di verificare quale sia la sua disponibilità ad affrontare le nostre osservazioni per valutare le conseguenze negative di questa pericolosa e inefficace riforma e al fine di trovare soluzioni condivise.

Alessandro Asta
Filippo Demma
Francesco Sirano
Coordinamento Nazionale



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