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Lettera al Presidente della Repubblica
2016-02-24
Archeologi del Pubblico Impiego - API MiBACT

Inoltriamo la lettera inviata oggi dall'Associazione degli Archeologi del Pubblico impiego API - MiBACT al Presidente delle Repubblica. Alleghiamo anche un documento che sintetizza la posizione dell'Associazione sulla riforma del Ministero.

API - MiBACT

Egregio Signor Presidente,

Il Ministro Franceschini ha presentato una nuova riforma del MiBACT che, millantando il principio della interdisciplinarit della tutela, condivisibile e in realt gi messo in pratica dalle strutture periferiche del Ministero, prevede laccorpamento delle Soprintendenze archeologiche a quelle competenti per il paesaggio, i beni storico-artistici e architettonici.

Ci rappresenta non una modernizzazione del MiBACT, ma la liquidazione delle competenze tecniche delle professionalit che vi operano. Il dicastero, anzich salvaguardare queste specialit, ha deciso che a soprintendere alle attivit operative in cui si esplica concretamente la tutela pu essere un dirigente privo di adeguata formazione. Larcheologia, la storia dellarte, larchitettura e le altre materie cos appiattite come genericamente afferenti ai beni culturali, sono discipline che hanno costruito e sviluppato procedure metodologiche e prassi di tutela modellate sulla specifica natura dei beni e protocolli di intervento che si apprendono con un lungo percorso di studi e esperienza sul campo.

Alla scomparsa di dirigenti specialisti non pu supplire la nomina di un capoarea funzionario, privo del potere decisionale e di rappresentativit esterna che la legge riserva esclusivamente (e correttamente) al dirigente.

Molti provvedimenti che si intende porre in capo a dirigenti non tecnici possono comprimere diritti fondamentali, quali la propriet privata, o incidere sulle opere pubbliche. Finora la Repubblica ha ritenuto che tali provvedimenti dovessero mantenere uno spiccato ed esclusivo carattere tecnico-scientifico a garanzia sia dei beni da tutelare, sia dei soggetti destinatari. Tale assioma fondamentale, all'origine del modello delle Soprintendenze, richiede di potenziare, e non deprimere, lautorevolezza delle figure cui si affida la grande responsabilit di tramandare alle future generazioni il patrimonio culturale della Nazione.

Una struttura fatta di dirigenti unici e di burocrati non tecnici sembra finalizzata all'assorbimento degli uffici nelle nuove prefetture, come vuole la Legge Madia, e alla subordinazione della tutela del patrimonio culturale a un ufficiale scelto dal Governo e alla logica dellinteresse prevalente secondo gli indirizzi governativi. A fronte di una struttura, il MiBACT, deputata ad accertare, su una solida base tecnico-scientifica, quali sono i beni culturali e ad assicurarne la tutela secondo il dettato costituzionale, che non prevede in questo campo alcuna forma di comparazione e bilanciamento con altri interessi. In particolare burocratizzare le Soprintendenze archeologiche, deputate anche alla ricerca e alla protezione del sottosuolo e di ci che non stato ancora scoperto, significa per lo Stato abdicare al compito di individuare, decodificare e mettere a disposizione della collettivit ogni traccia e documento del passato con lautorevolezza assicurata da un solido bagaglio di conoscenze scientifiche e specialistiche e con lautonomia e la distanza da altri interessi che il Ministero obbligato a garantire nellesercizio della sua costituzionale funzione pubblica. Nessun giovamento al settore dei Beni Culturali, ma una dichiarazione di fallimento e di resa da parte del Ministero, che sembra autocandidarsi a un progressivo e veloce autoscioglimento. Poich condividiamo laspirazione a migliorare lIstituzione che abbiamo scelto di servire, ricordiamo che il potenziamento dellefficacia e dell'efficienza della sua missione si raggiungono rafforzandone le competenze tecnico-scientifiche, lindipendenza da logiche che non le sono proprie, lattitudine a una tutela interdisciplinare che non snaturi le singole tipologie di beni in un insieme confuso e indistinto, la capacit di perfezionare lindivisibile processo ricerca-tutela-valorizzazione, soprattutto se questa si misura non sul mero incremento di introiti, ma come capacit di educare e migliorare la formazione delle persone. La prima fase della riforma, datata 2014 e non ancora completamente attuata, sta mostrando forti criticit cui si prova a rimediare con la collaborazione volontaria e solidale del personale, spezzettato artificialmente in enti (Polo e Soprintendenze) che, secondo i principi del modello italiano fatti propri anche dall'Unesco, dovrebbero stare uniti. Il dissenso della comunit scientifica internazionale e dei semplici cittadini dimostra che la sensibilit e la cultura della tutela pi diffusa nella societ che nelle stanze del palazzo.

Chiediamo l'immediato azzeramento della riforma e l'apertura di un confronto con i professionisti del Ministero, delle Universit, della libera professione, che valorizzi le competenze e la cognizione delle criticit dei tecnici del MIBACT. Nell'ottica della condivisione di quegli intenti e obiettivi che portarono i Padri Costituenti a scrivere l'art. 9 della Costituzione ed in seguito a fondare il Ministero per i Beni Culturali.

Archeologi del Pubblico Impiego - API MiBACT

ALLEGATO
Riforma Franceschini: la nostra posizione
Valorizzazione e Tutela.
Le trasformazioni iniziate dal Governo Italiano in materia di beni culturali hanno debuttato con il DPCM 171 del 2014 che ha spacchettato gli uffici periferici, ormai allo stremo per mancanza di personale, al fine di dividere tutela e valorizzazione. I Musei sono stati staccati dalle Soprintendenze, sono stati creati 17 Poli Museali Regionali; in pi, 20 Musei sono stati dotati di speciale autonomia. La seconda puntata prevede lautonomia di unaltra decina di musei e aree archeologiche.
In questo modo, la VALORIZZAZIONE va da una parte, la TUTELA DEL TERRITORIO dall'altra.
La creazione di Musei autonomi non un male in se, almeno quando si tratta di musei derivati da collezione.
Al contrario, la quasi totalit dei musei archeologici sono musei territoriali, che nascono e si arricchiscono con le ricerche che le soprintendenze effettuano quotidianamente nei bacini di riferimento, diventando importantissimi sbocchi nella fruizione di quanto recuperato dallattivit di tutela. Ancora oggi non chiaro come avverr l'implementazione dei musei dei poli, creati sul modello anglosassone dove l'ampliamento delle collezioni avviene sostanzialmente con l'acquisto.
I neonati Poli museali raccolgono musei eterogenei, che dipendono da un dirigente che in genere uno storico dell'arte (con tali ruoli sono state assorbite le figure dirigenziali rimaste prive di collocazione dopo la soppressione delle Soprintendenze Storico-artistiche). Lo scollamento che derivato tra specializzazione del dirigente e vocazione del museo gi emerso all'interno delle strutture, che in pi stentano a decollare anche per la difficolt di organizzare gli uffici. Infatti, la nascita della nuove strutture comporta nuovi uffici amministrativi, separazione di utenze, bollette, la creazione di nuove sedi, predisposizione di nuovi inventari per trasferire beni, la divisione di profili, la divisione di magazzini e laboratori. Tutto questo nella confusione totale per l'utenza, che deve rincorrere pareri e autorizzazioni per mostre o studio, tra uffici ormai diventati entit amministrative differenti, mentre il personale sommerso nella predisposizione delle pratiche per il passaggio di consegna da un dirigente all'altro. Per una pratica relativa a un prestito per mostre di reperti archeologici rinvenuti e conservati in una stessa regione, un istituto europeo ha dovuto coinvolgere ben sei istituti diversi, mentre nel pre-riforma cera un unico ufficio responsabile: la Soprintendenza.
Gli uffici sono ormai al collasso, e se si va avanti solo grazie alla solidariet tra colleghi.
La tutela del parere unico e le Soprintendenze olistiche.
Con la nuova fase della riforma vengono chiuse le soprintendenze archeologiche. Il personale viene disperso in uffici pi piccoli, divisi su base provinciale o meramente amministrativa. La soppressione delle Soprintendenze archeologiche prevista dal MiBACT stata giustificata in questi giorni con la necessit di dare risposte in tempi rapidi ai cittadini. Giova ricordare che per rispondere in modo repentino e unitario alle istanze da chiunque presentate esiste uno strumento cui ormai si fa ricorso abitualmente: la conferenza dei servizi. Tale istituto mette intorno al tavolo i rappresentanti dei vari enti convocati ad hoc e gli specialisti dei singoli settori che si confrontano nel merito delle richieste. In quellunico consesso si valutano, si armonizzano e si raccordano le istruttorie. E si emette un unico provvedimento che sintetizza tutti i pareri competenti. Con la riforma proposta si decide che quello archeologico non un punto di vista degno di avere un posto a quei tavoli. E' questa sicuramente una sconfitta per l'archeologia come disciplina e come prassi di tutela.
Nel modello delle Soprintendenze uniche, il raccordo tra specialit si dovrebbe fare in casa e solo successivamente si dovrebbe inviare un parere semplificato al costituendo Ufficio territoriale del governo, deputato a nominare un unico rappresentante dello Stato nella conferenza dei servizi. Si fa presente che in conferenza dei servizi i progetti possono essere modificati e adattati alle necessit
messe in luce dal confronto in tale sede. Cosa succeder quando i soggetti dotati della competenza tecnica per esprimersi non saranno presenti? I progetti verranno rimandati ad istruttoria, allungando quindi notevolmente i tempi? E in caso contrario, come potr essere autorevole e opportuna una decisione improvvisata senza il contributo degli specialisti? Il risultato potr essere solo una perdita di tempo o una diminutio nella tutela di cui a fare le spese saranno proprio i cittadini e la collettivit intera.
La difesa della specialit tecnica, che richiede un dirigente dotato di rappresentativit esterna che abbia la responsabilit delle decisioni, non una mera difesa corporativa. La difesa della Soprintendenza Archeologica come entit autonoma non una battaglia di retroguardia, ma scaturisce dalla consapevolezza che solo la forza e lautorevolezza di un provvedimento tecnico e scientificamente competente in entrambi i momenti della sua formazione (fase istruttoria e fase decisoria) pu giustificare la discrezionalit tecnica che oggi salva molti beni archeologici dai ricorsi amministrativi in tribunale dei signori del cemento. Si deve essere consapevoli che eliminare la dirigenza tecnica, accettando che il responsabile dei procedimenti non sia uno specialista, ma un coordinatore di istruttorie diverse, comporta lannientamento del principio della discrezionalit tecnica e avvalla lidea che i beni culturali possano essere oggetto di una tutela di carattere meramente amministrativo. E con lulteriore passaggio che affida a un ufficiale di nomina governativa il difficile compito di rappresentare gli interessi dei beni culturali rispetto alle altre esigenze si sta in pratica entrando nellambito della sottoposizione della tutela al controllo di poteri non tecnici (legge Madia).
Ci chiediamo inoltre come questa confusione delle specialit tecniche si concili con lart. 9-bis, del Codice dei Beni culturali e del Paesaggio (cos come modificato nel 2014), che ha sancito che gli interventi operativi di tutela, protezione e conservazione dei beni culturali, nonch quelli relativi alla valorizzazione e alla fruizione dei beni stessi, di cui ai titoli I e II della parte seconda del presente codice, sono affidati alla responsabilit e all'attuazione, secondo le rispettive competenze, di archeologi, archivisti, bibliotecari, demoetnoantropologi, antropologi fisici, restauratori di beni culturali e collaboratori restauratori di beni culturali, esperti di diagnostica e di scienze e tecnologia applicate ai beni culturali e storici dell'arte, in possesso di adeguata formazione ed esperienza professionale.
Si parla con insistenza di armonizzare i pareri del Mibact, quasi che le soprintendenze fossero monadi impazzite che asfissiano i cittadini con divieti discordanti, omettendo di ricordare che i singoli pareri delle diverse Soprintendenze vengono raccordati e fusi in un unico atto. Nel rispetto dei contenuti tecnici delle singole discipline che possono, e devono, essere integrati ma che non sono sovrapponibili, in quanto scaturiscono da procedure metodologiche di ricerca e da prassi di tutela costruite sulla specifica natura dei beni.
In realt, le Soprintendenze archeologiche che conosciamo noi lavorano sul territorio, con le Soprintendenze Belle Arti e Paesaggio, con le Universit, con gli enti locali, con le regioni, con i cittadini, che insieme a noi condividono quelle attivit di salvaguardia che concorrono a determinare lunica vera tutela efficace, quella condivisa. Il confronto con le altre discipline e pure con le altre istituzioni avviene gi per prassi consolidata. La tutela archeologica non fatta solo di pareri, fatta di ricerca sul campo, di attivit operative sui siti e sui reperti, di lavoro interdisciplinare e interistituzionale sul territorio.
D'altro canto, con strumenti come lo sportello SUAP, che in Sardegna per esempio viene gestito interamente per via digitale, l'interazione tra gli Uffici ministeriali, regionali e comunali gi una realt. Da questo punto di vista, la riforma ministeriale sembra rimasta indietro di decenni e non rendersi conto della realt. Il vero problema per gli uffici ministeriali quella di rapportarsi con strumenti digitali e con una linea internet assolutamente insufficiente e che costringe i funzionari a collegarsi da casa.
Il parere unico , quindi, un falso problema.
La riforma olistica proposta dal Ministro parla di gruppi interdisciplinari di lavoro. Le Soprintendenze hanno gi questo approccio alla disciplina e vantano collaborazioni non solo con gli architetti (peraltro gi inseriti negli organici delle Soprintendenze), ma anche con le Universit, con laboratori di fisica, di genetica e di altri settori. Ma affinch la tutela emerga nella pubblica amministrazione e abbia efficacia deve tradursi in atti, in provvedimenti. E' attraverso questi atti, che modificano e creano situazioni giuridiche che le soprintendenze realizzano un particolare interesse pubblico affidato alla cura della pubblica amministrazione. Tali atti, che spesso comprimono diritti fondamentali quali la propriet privata o lo ius aedificandi, devono avere un responsabile procedimento. Tale figura stata inserita nell'ordinamento italiano proprio per migliorare i rapporti tra pubblica amministrazione e cittadini, individuando un soggetto responsabile che parla a nome di quel settore della pubblica amministrazione e si assume le responsabilit. Per la specialit della materia archeologica e per l'importanza dell'interesse che discende direttamente dall'articolo 9 della Costituzione, negli ultimi cento anni si ritenuto di affidare a un tecnico di sovrintendere ai beni archeologici (da cui il termine soprintendente). Da ci nasce la discrezionalit tecnica che un principio salvaguardato dal diritto e dalla giurisprudenza. Come si pu parlare di discrezionalit tecnica se a presiedere i procedimenti non sar un dirigente competente in materia? Per risolvere questa ovvia criticit si ipotizzato di individuare nelle Soprintendenze uniche 7 aree dipartimentali affidandole a funzionari dotati di posizione organizzativa. Tali figure saranno dotate di un salario accessorio che disperder ulteriormente le risorse in salari, e non avr un risvolto reale sull'azione amministrativa delle soprintendenze, in quanto il potere decisorio e la rappresentativit esterna comunque e sempre in capo al dirigente.
Larcheologia preventiva.
Le competenze tecniche poste in capo alle Soprintendenze Archeologiche che discendono dal Codice e dal Regolamento del Ministero sono innumerevoli e attengono alla conservazione, allanalisi dei progetti, allindividuazione stessa dei beni archeologici, mobili e immobili.
Il D. Lgs. 163 del 2006 (artt. 95/96) ha inoltre imputato al Soprintendente il controllo sulla verifica preventiva dellinteresse archeologico. Al fine di evitare che le opere pubbliche subiscano blocchi in corso d'opera, i progetti vengono sottoposti in via preliminare a una valutazione preventiva del rischio archeologico, con anche l'attivazione di saggi e di ricerche archeologiche funzionali ad accompagnare la redazione del progetto definitivo. La normativa ha individuato la partecipazione, a supporto della stazione appaltante, di soggetti con idonei requisiti professionali (ossia laurea e specializzazione/dottorato in archeologia).
Laccorpamento delle competenze delle Soprintendenze Archeologia riterr praticabile che un dirigente non archeologo sia responsabile di questi procedimenti e praticamente i soggetti che intervengono dallesterno, avranno requisiti tecnici specifici superiori a quelli del soprintendente. D'altro canto, su questo fronte, sono particolarmente preoccupanti le informazioni che arrivano in relazione alla nuova versione del Codice degli appalti, che depotenzia la verifica preventiva sull'interesse archeologico, limitata a un generico accenno con un rimando al Codice dei Beni culturali e del Paesaggio. Nella bozza che sta circolando informalmente, in linea con le direttive della legge che delega il Governo alla revisione del Codice, lattivazione dell'archeologia preventiva, quindi la verifica della compatibilit dellopera con la presenza del patrimonio archeologico, demandata alla stazione appaltante, che si affider ad archeologi professionisti pagati dalla committenza. In questo modo gli archeologi non strutturati saranno abbandonati in balia dei loro datori di lavoro, senza il controllo degli archeologi dello stato super partes, e gli interessi della tutela demandati alle decisioni di gruppi che agiscono secondo altre logiche, con un palese conflitto di interessi.
Chi potr garantire limparzialit e la terziet nella protezione e valorizzazione del patrimonio archeologico che fino ad oggi era assicurata dallattivit di controllo, sorveglianza e direzione su tutte le fasi della procedura esercitata dalle Soprintendenze? Per altro consentendo, al contempo, un impatto minimo o comunque preventivabile sullopera da realizzare.
Dallo Stato al Governo.
La riforma, quindi, prevede la trasformazione delle Soprintendenze, finora organo tecnico- scientifico e braccio operativo della tutela, in strutture meramente burocratiche che entreranno (con la terza fase della riforma) nel grande calderone dei nuovi uffici territoriali del governo della Legge Madia.
Ci comporter la subordinazione della tutela del patrimonio culturale ad un ufficiale di nomina governativa che operer nella logica dellinteresse pubblico prevalente secondo gli indirizzi del Governo in carica.
La tutela del patrimonio culturale e del paesaggio non sar pi un principio costituzionale assoluto, che non contempla alcuna forma di comparazione e bilanciamento con altri interessi, ma diventer un aspetto tra i tanti che il nuovo Prefetto dovr armonizzare e contemperare.
Significa per la Repubblica abdicare, a favore del Governo, al compito primario di conoscere, tutelare e mettere a disposizione della collettivit il patrimonio culturale della Nazione.
Ci che viene messo in discussione, oggi, il valore di interesse collettivo del patrimonio culturale, sancito come principio fondante della Nazione dalla Costituzione.
Si deroga, pertanto, a un principio costituzionale. Con leggi ordinarie e decreti ministeriali. Senza alcuna forma di confronto o coinvolgimento con i cittadini, che sono i proprietari del patrimonio culturale.
Riforma a costo zero.
Sia la fase 1, con la creazione dei Poli museali regionali e dei Musei Autonomi, sia la fase 2, con listituzione di nuove sedi territoriali delle Soprintendenze Uniche, comportano un frazionamento e una reduplicazione di competenze difficilmente affrontabili con il personale attualmente in servizio: aumenti di sedi che dovranno essere allestite e gestite ex-novo, complesse fasi operative per effettuare passaggi di consegna, riscontri inventariali, riorganizzazione degli uffici, etc....
Abbiamo gi appurato con il DPCM 171/2014 l'ingente investimento di risorse umane ed economiche che questo comporta, mentre la creazione di 7 posizioni organizzative per 39 uffici, che saranno remunarate con un salario accessorio (indennit di posizione) disperder denari che potevano essere incanalati pi proficuamente per far funzionare la tutela e la valorizzazione.
Mancato coinvolgimento dei tecnici del Ministero nella definizione della riorganizzazione ministeriale.
Lattuale riorganizzazione del MiBACT stata studiata a tavolino e calata dallalto, senza un reale coinvolgimento dei professionisti che operano al suo interno. Si evidenzia la necessit di una riforma che parta da un esame delle criticit riscontrabili nel funzionamento degli Uffici periferici e del raccordo di questi con gli Uffici centrali, ponendo rimedio innanzitutto alla carenza di personale, alla mancanza di risorse e di strumenti, allo scarso livello di informatizzazione delle procedure. Lattuale riforma invece stravolge completamente un assetto, senza prevedere strumenti operativi e linee di indirizzo: il quadro che si prospetta quello di uno stallo degli Uffici per un periodo piuttosto lungo, che non potr che avere ripercussioni sulla tutela del territorio italiano. Con l'opportuno coinvolgimento dei tecnici, si poteva veramente riformare, semplificando le procedure, sburocratizzando il ministero, studiando iter pi semplici e snelli per le pratiche, migliorando la qualit, l'efficienza e l'efficacia.
Insomma, la riforma non interviene a migliorare il nostro sistema di tutela che finora ha garantito la sopravvivenza dei nostri beni culturali e che il mondo ci invidiava, ma lo sconvolge completamente. Si separa la tutela dalla valorizzazione, ma non si pu valorizzare bene ci che non si conosce attraverso la ricerca sul campo e che non si conserva attraverso la tutela.
Si spezza il rapporto tra impiegati, funzionari del ministero ed il territorio di riferimento.
Si accorpano competenze diverse quando invece serve sempre pi la competenza specialistica.
Si fa entrare la politica nelle decisioni pi importanti la cui obiettivit veniva garantita da tecnici specializzati.
Si spendono fiumi di denaro e si disperdono saperi e competenze per spezzare uffici e riassemblarli in altro modo.
Alla luce di tutto questo, chiediamo che la riforma, contro cui si sono espressi tecnici e consulte universitarie, venga sospesa e si attivi un tavolo tecnico al fine di studiare reali formule migliorative della gestione dei beni culturali, nel rispetto della Costituzione e dei valori condivisi dagli italiani che a migliaia hanno firmato la petizione contro la soppressione delle soprintendenze archeologiche in Italia.
Archeologi del Pubblico Impiego - MiBACT



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