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Un "Istituto Centrale dell’Archeologia"? Non c'è pace per il Ministero per i beni culturali.
2016-02-10
Associazione degli Archeologi del Pubblico Impiego – comparto MiBACT (API – MiBACT)

La Riforma fase due non è neppure iniziata e già si annuncia una terza rivoluzione. L'istituzione di un non meglio definito Istituto Centrale per l'Archeologia.

E' ancora caldo il letto di morte della Direzione Generale Archeologia, affossata da un DM dello stesso Ministro che ora paventa rischi per la disciplina, e già si pensa a come supplirne la mancanza. E si annuncia la sua sostituzione con un nuovo organismo che avoca a se l'archeologia italiana. Ancora non è chiaro quali saranno i contorni di questo nuovo ente che si profila all'orizzonte; l'impressione che se ne ricava, però, non è certo quella di una accelerazione verso la modernità, quanto piuttosto di una immensa confusione che sta gettando nella paralisi la gestione dei Beni Culturali.

A dettare tempi e modi di questo stillicidio non sono tecnici del settore, ma consulenti ignari della complessità della materia e pertanto non consapevoli dei processi deleteri che si rischiano di innescare a scapito del patrimonio archeologico nazionale.

Quanto costerà questo nuovo organismo? Quanti e quali dirigenti e quale personale avrà? Ma la riforma non doveva essere a costo zero? E che cosa potrà fare mai un istituto centrale che non sapessero già fare, e meglio, gli archeologi specialisti che ogni giorno setacciano l’intero territorio nazionale? E poi, ancora, non sono state spezzate le Soprintendenze Archeologia, sezionandole ed accorpandole, in nome di una maggior presenza sul territorio ? In questa logica, come si pone un Istituto CENTRALE ? Centro o periferia ?

Gli scavi universitari, le missioni all'estero, dei quali il nuovo Istituto dovrebbe andare ad occuparsi sono solo una parte dell'archeologia, ben poco hanno a che vedere con il controllo dei cantieri, la tutela quotidiana, la salvaguardia del territorio, il lavoro giornaliero degli archeologi del ministero, che questa riforma complica e avvilisce, e che questo “nuovo” Istituto non è certo creato per facilitare.

Per capire cosa sta succedendo è opportuno riassumere le tappe di questa corsa verso la morte, attuata con il pretesto della cosiddetta "tutela olistica", prassi peraltro già applicata quotidianamente nelle strutture che si vanno riformando. Prima l'artificiale separazione dei musei dal territorio di riferimento. Poi la creazione di Poli museali eterogenei, dove la direzione prescinde dalla specialità dei contenuti che si vogliono promuovere alla fruizione del pubblico. Poi l'introduzione di nomine politiche nella gestione dei beni culturali. Quindi, la soppressione delle Soprintendenze archeologiche e il trasferimento del personale tecnico-scientifico, altamente qualificato e specializzato perché reclutato con concorsi pubblici altrettanto altamente selettivi, a mettere timbri in prefettura, con l’unico risultato di sottomettere la tutela del patrimonio culturale alla volontà politica del momento.

Ora come ultimo atto arriva l'accentramento a Roma del futuro dell'archeologia italiana.

Non è solo la fine di un apparato organizzativo dall'alto profilo scientifico, ma soprattutto la liquidazione del modello italiano basato su un forte rapporto con il territorio e sull’integrazione imprescindibile tra conoscenza e salvaguardia.

Si inventa qualcosa che c’era già, un luogo di raccordo e di indirizzo sulla ricerca archeologica, di dialogo e collaborazione con università ed enti di ricerca: tutte prassi ormai consolidate a livello territoriale grazie al lavoro delle Soprintendenze e armonizzate a livello centrale dalla Direzione Generale.

Si inventa qualcosa che c’era già, e che era “olisticamente" rivolto all’intero e unitario processo di attività sul patrimonio -conoscenza, tutela e valorizzazione, e si spacchetta in organismi dai contorni confusi, separati per “funzioni” che non possono essere separate e accorpati per “materie” giustapposte, per competenze non sovrapponibili.

Si prepara, diligentemente e a piccoli passi ai più impercettibili, la soppressione del Ministero per i Beni Culturali. Non è la prima e non sarà l’ultima volta che un generale che non si fida del suo esercito. Ma forse è la prima volta in assoluto nella storia che lo si vuole annientare.

Con buona pace di chi in questo Ministero non è capitato per caso, ma ha scelto coscientemente di lavorarci per fare l’archeologia come questo Ministero aveva sempre saputo fare finora.



10 febbraio 2016



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