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Lettera aperta al prof. Andrea Carandini
2017-03-20
ASSOCIAZIONE NAZIONALE ARCHEOLOGI

Roma, 20 marzo 2017

Al Professor Andrea Carandini

Caro Collega,
ho letto con attenzione il suo editoriale Principi e Belle Addormentate, apparso un paio di giorni fa sulla
pubblicazione del FAI, prima che si sollevassero le proteste da parte delle Guide Turistiche professionali.
Nel leggerlo ho subto lincanto ammaliante delle sue parole avvolgenti. Con orgoglio e fierezza Lei esibisce
a ragione i numeri impressionanti del FAI e racconta la sua forza di mobilitazione. Ci parla della capacit di
narrazione dei volontari, che presuppone conoscenza e passione di comunicare. Forse in uninconscia
tentazione autobiografica, Lei parla anche di prncipi (i volontari del FAI che aprono le porte dei castelli
fatati) e di belle addormentate nel bosco (il popolo, evidentemente inteso come corpo ignorante e sonnolento
che ai quei castelli non ha mai avuto accesso). Parole suadenti che rivelano per un vizio di lettura della
societ italiana, un difetto di concretezza e di realt, un riflesso condizionato forse fisiologico per un nobile
come Lei, che si appresta a festeggiare i suoi ottantanni da privilegiato pensionato retributivo, figlio di
Ministro, professore gi a trentanni, ordinario per quaranta, gi Presidente del Consiglio Superiore dei Beni
Culturali e oggi alla guida del FAI. Ruoli di prestigio e di fama, che Lei ha conquistato sul campo per
indubbi meriti che le vengono universalmente riconosciuti in ogni ambiente.
Cosa manca per mi sono chiesto nelle sue parole eleganti? C leredit, la passione, il dono, la
pienezza, la gioia, la vocazione, la bellezza, la primavera; e persino la bidimensionalit, leradicazione, i
prncipi e le addormentate. Ma c anche tanta Costituzione: lambiente, il paesaggio, la cultura.
E allora cosa manca? Cos che rende queste sue parole fastidiosamente retoriche e stucchevoli per un paio
di generazioni di storici dellarte e archeologi italiani come me?
Caro Professore, manca un presupposto fondamentale: quello del lavoro. Ai suoi nobili castellani del
volontariato manca evidentemente o forse Lei fa finta di ignorarla lurgenza delloggi, listanza genuina
della rivendicazione delle cose semplici. E come se Lei volesse arrivare allart 9 della Costituzione senza
fare i conti con i primi quattro. Nel suo racconto edulcorato manca listanza del lavoro. Tutta questa bellezza
che Lei racconta diventa fastidiosa se rimane loggetto di una romantica passione da coltivare per diletto,
diventa rabbia se non sa trasformarsi nellopportunit di una professione per migliaia di persone che per anni
si sono formate con impegno e sacrificio per acquisire competenze specialistiche. Tutta questa meraviglia
che Lei vanta diventa arroganza generazionale se in un settore che frutta al paese quasi 90 miliardi di euro
nellindustria culturale e creativa, il 6% della ricchezza del Paese la conoscenza viene intrappolata nella
prigione eterna del volontarismo senza sbocciare mai nella prospettiva sana e fresca del lavoro retribuito,
nella realizzazione personale di sentirsi pagati ancor prima che appagati.
Cultura Lavoro, questo lo slogan di una manifestazione promossa a Roma nel 2014 dallAssociazione
Nazionale Archeologi, di cui sono presidente. Perch il lavoro che manca in Italia, non la passione o la
bellezza o la cultura o i turisti.
Dalle eburnee torri dei prncipi forse non si avverte linsulto quotidiano a migliaia di specialisti iperformati,
stufi di essere sfruttati con lavori a buon mercato travestiti sotto forma di stage e tirocini, come quelli
promossi di recente anche dal Ministero dei Beni e delle Attivit Culturali con gli inaccettabili bandi dei
Giovani per la Cultura.
Nessuno pu aver nulla contro i volontari, ma nessuno usi la retorica del volontariato per legittimare una
macchina ben congegnata che rischia di rivendicare lo sfruttamento sciacallo, con la storiella dei prncipi e
delle principesse, inghiottendo cos i presupposti di uno sviluppo sano basato allo stesso tempo sulla bellezza
del lavoro.

Ancora oggi, malgrado lesistenza di una chiara normativa di riferimento, di lauree, specializzazioni,
dottorati, post-dottorati, di corsi di abilitazione professionale e di alta formazione nelle discipline afferenti i
Beni Culturali, con il sostegno meschino delle Istituzioni e delle pi alte cariche dello Stato la conoscenza e
la trasmissione del patrimonio culturale vengono per lo pi considerate attivit del mondo del volontariato e
del dilettantismo.
E forse, a ben vedere, questo esito altro non che un modo per riportare il patrimonio culturale e la cultura
tutta al tempo della nobilt sabauda, quando costituivano linvolucro elegante per celare la brutalit dei
rapporti sociali e non lo strumento di promozione sociale affermato nella stessa Convenzione di Faro: un
mondo fatto di mecenati e popolo e fuori il pianto e il digrignamento dei denti.
La formazione universitaria, la conoscenza e la professionalit, caro Professore, dovrebbero creare sviluppo,
buona occupazione ed essere retribuite in maniera adeguata, e non deliberatamente ignorate nel nome di una
logica miope e superficiale nei confronti dei fruitori del Bene Culturale. E questo patrimonio umano di
competenze rischia oggi di essere annientato da politiche cieche alle quali Lei presta, in questo modo, il suo
autorevole fianco.

Salvo Barrano



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