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2009-10-31 - Firenze, Stazione Leopolda
I palmenti del Mediterraneo: prospettive di ricerca, conservazione e valorizzazione integrata

http://www.patrum.org ________________________________________

Sabato 31 ottobre 2009 presso la sala Boito della Stazione Leopolda a Firenze si terr, nell’ambito del Salone dell’Arte e del Restauro di Firenze, il convegno: I palmenti del Mediterraneo, prospettive di ricerca, conservazione e valorizzazione integrata. La tavola rotonda si prefigge di dare una maggiore visibilit e promozione al patrimonio storico e demo antropologico rappresentato dagli antichi palmenti in pietra, presenti all’interno di alcune aree, lontane tra loro ma dislocate all’interno del bacino del mediterraneo, attraverso un processo di maggiore conoscenza e diffusione dei dati ottenuti durante le ricerche condotte negli scorsi anni riguardanti l’esistenza e la riscoperta dei manufatti presenti e rinvenuti in Toscana (Isola del Giglio), in Calabria (Ferruzzano, S. Caterina dello Ionio, Pollino) in Basilicata (Pietragalla), sull’Isola di Malta, in Bulgaria e in vari Paesi del Mediterraneo (Mauritania, Spagna, Israele). All’incontro parteciperanno: Anthony Bonanno, preside Facolt di Archeologia dell'Universit di Malta, “I palmenti di Malta e Gozo” Palma Silvestri, autore de "Nella mia isola, Palmenti e Capannelle, frammenti di memorie dell'Isola del Giglio" Mario Brandaglia, autore del saggio "Il vitigno Ansonica della provincia di Grosseto e della regione Toscana " Naida Panicucci Gruppo Archeologico Pisano "I Palmenti dell'Isola di Capraia" Maria Zanoni, Antropologa, presidente Arte26 “I palmenti di Calabria” Vincenzo D'Angelo, autore del libro "I palmenti di Pietragalla" Raffaele Riverso, Gruppo Archeologico Paolo Orsi, “I palmenti di S. Caterina Ionio” Chiuder il dibattito la dott.ssa Paola Rendini, Responsabile della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana con una relazione su: "Le ricerche archeologiche nell'Isola del Giglio" L’organizzazione dell'evento condotta dall’Associazione Patrum , che come Associazione Non Profit, la naturale istituzionalizzazione delle ricerche e degli studi compiuti in questi anni nel territorio dell’intero bacino del Mediterraneo. La Patrum si augura oggi di poter cooperare ad ogni livello affinch le sue ricerche siano diffuse a livello internazionale e che le sue ricerche e i suoi campi di salvataggio possano essere resi disponibili per sensibilizzare i giovani alla salvaguardia di questo grande patrimonio culturale e per favorire la nascita di nuove associazioni che, operando in un sistema integrato, possano creare nuove occasioni di studio e valorizzazione turistica di un insieme di testimonianze culturali di inestimabile valore storico e documentario. Brevi cenni storici sui Palmenti del Mediterraneo Intorno al III sec. a. C. l’economia della Magna Graecia era basata principalmente sulla produzione e sul commercio del vino. Nelle vallate del Bruzzano e del Buonamico era praticata la viticoltura, per la produzione di vini di qualit destinati all’esportazione. Tutta l’area collinare (circa 250 metri sul livello del mare) caratterizzata da terreni sciolti, con terrazzamenti (le armacie) contenuti da muri a secco, talvolta costruiti con grosse pietre irregolari a forma triangolare, secondo l’uso pelasgico (Sculli – I vitigni autoctoni della Locride - pag. 34). Notevoli estensioni di vigneti erano nel territorio di Ferruzzano, in un’area di circa mille ettari, dove sono stati individuati 152 palmenti che affiorano a cielo aperto, usati fino a tempi recenti ed ora invasi dalla macchia mediterranea, utilizzati come abbeveratoi per gli animali o distrutti per lasciare i terreni liberi da arare e coltivare senza impedimenti. Come il busto di Dioniso del VI sec. A. C. e le pinakes del tempio di Persefone in cui sono riprodotte scene di vendemmia e grappoli d’uva, anche i palmenti, manufatti per la vinificazione, legati ai vitigni impiantati in epoche remote su quelle colline, sono testimonianze da indagare per la conoscenza della storia, delle tradizioni popolari, delle trasformazioni del paesaggio agrario della Calabria meridionale, vocata alla vitivinicoltura ed all’esportazione di vini di qualit, come d’altronde altre zone (Sibari, Thurio, Laos) che producevano i vini pi rinomati della Magna Graecia (Biblino e Caicino). I palmenti raccontano la storia di un mondo contadino e pastorale, legato ad una cultura trasmessa oralmente che non ha potuto lasciare molte testimonianze scritte; illustrano il lavoro e le tecniche di trasformazione dell’uva, dal periodo greco ai nostri giorni. Come attestano fonti storiche, il nome vero e proprio di "palmentum" (il termine deriva dal latino palmes palmitis, tralcio di vite o da "paumentum", l'atto di battere, pigiare) lo si trova solo e con frequenza, in numerosi documenti medioevali del IX e X secolo dell'Italia meridionale, accanto a quello di "trapetum", suo omologo per la preparazione dell'olio. Il palmento tipo era costituito da due vasche scavate nella roccia arenaria, una superiore (buttscu) ed una inferirore (pinci), comunicanti attraverso un foro. Dove non c’era roccia friabile, il palmento veniva costruito in muratura, impermeabilizzando le vasche con uno stato di intonaco di circa 3 cm. costituito da sabbia e calce mista a coccio pestato che faceva da collante. L’uva versata nel buttscu, il cui foro veniva otturato con argilla, veniva pigiata con i piedi e lasciata riposare l per un giorno ed una notte; quindi, eliminato il tappo, si lasciava defluire il mosto nel pinci. Poi nella vasca superiore, attraverso delle scanalature ricavate nelle pareti laterali, veniva posizionata una grossa tavola piena di fori (forta), per creare una strettoia (consu) in cui si versavano le vinacce per essere ulteriormente schiacciate da una specie di pressa costituita da un tavolone di legno di quercia forato (chjancni) su cui poggiava un pesante tronco di legno (leva) che terminava a forcella, azionato da un tronchetto filettato (fusu), retto da una pesante pietra che fungeva da contrappeso (mzara). Infine il mosto veniva riposto nelle anfore vinarie. Su qualche palmento incisa una croce di sicura derivazione bizantina, riconoscibile dalla semifera con cui termina il braccio verticale. Le croci potrebbero essere state incise dai Bizantini su palmenti precedentemente scavati da altri che essi intesero utilizzare per la loro redditizia attivit vitivinicola, come attestano i resti di anfore vinarie magnogreche, presenti sulle coste del mediterraneo fino a tutto il periodo della dominazione bizantina in Calabria. Dalla comparazione con i Palmenti di Ferruzzano, grazie al lavoro del Prof. Anthony Bonanno, preside della Facolt di Archeologia dell’Universit di Malta, e della Soprintendenza ai Beni Archeologici di Malta, (prof. Anthony Pace e prof. Nathaniel Cutajar) stata avviata un’analoga campagna di ricerca e catalogazione sul territorio dell’arcipelago maltese. Queste ricerche hanno portato ad una serie di importantissime scoperte di Palmenti nel territorio delle isole di Malta e Gozo, concentrati soprattutto in aree rurali come Xewkija, e in entrambi i lati di Mgarr ix-Xini canyon. Di particolare importanza storica e documentaria sono i Palmenti presenti nell’area di Misqa Tanks, nelle immediate vicinanze degli insediamenti neolitici di Mnajdra e Hagar Qim, cosa che suggerisce la presenza di un antico insediamento rurale di probabile epoca romana. Pi recentemente, nel luglio 2008 sono stati scoperti altri importanti Palmenti nelle aree di It-Tafal ta’ Bingemma, Ta’ Lippija e La Ferla Cross. Il progredire degli scambi culturali e l’organizzazione di vari incontri e ricerche comuni, ha portato negli anni al riconoscimento di svariati e molteplici esempi di palmenti, in Toscana, nelle isole del Giglio e di Capraia, in Basilicata a Pietragalla, ma anche in Israele, Bulgaria, Corsica, Marocco e Mauritania. Gli studi su questi antichi manufatti proseguono attraverso una convergenza anche di altre discipline, come la linguistica, l’epigrafia, la critica delle fonti scritte, l’etnologia, la geologia poich la lettura di queste testimonianze di civilt e culture indimenticabili poggia su differenti elementi linguistici ed etno-antropologici.



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