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Il Mibac alla “riversa”
10-12-2010
Francesco Floccia

Le archeologie di Pompei che rovinano sopra loro stesse simboleggiano la morte che conferma se stessa. Ogni rovina rappresenta la storia ma lo scempio o la beatificazione danno celebrit e ragion d’essere. In questi giorni quasi ogni lettera pubblica, appello, comunicazione di studiosi, di istituzioni culturali, di osservatori politici o sindacali allarmati (“inorriditi”) per i noti eventi pompeiani concludono i propri messaggi con una esortazione: il Ministro dei beni culturali si dimetta. Tutto il mondo della cultura che ha voce per esprimersi vede di fatto nella persona del ministro la figura carismatica che tutto potrebbe e che nelle avversit ogni colpa deve assumersi scontando pena e mortificazione: nulla di politico dunque a questo punto n di ideologicamente fazioso bens insorgenza del sentimento sacrificale dall’istinto atavico, primitivo, da sempre legato al mito. Nelle vicende filosofico-rappresentative della nostra cultura europea c’ una fase letteraria ed espressiva (XV-XVI secolo) in cui il “mondo” viene visto “alla rovescia” ossia diversamente dalla realt visibile o percettibile, incompatibile con le logiche correnti e morali, ma secondo “rovesciamenti” apparentemente impossibili e propri del “folle” comunque savio della “Nave dei Folli” “..che vuol sempre biasimare e mai non trova nulla da lodare” ma che se “d’estate fieno non fa/ d’inverno non pu avere granaio pieno..” . Nessuna logica illuminista – seguendo l’ampio ragionamento di Maria Moneti in “Hegel e il mondo alla rovescia, una figura della ‘Fenomenologia dello Spirito’”, La Nuova Italia, 1986 – escluderebbe che un moderno ministro non debba essere responsabile di ci che di grave avviene nell’ambito delle proprie competenze istituzionali, ma nel momento in cui il flash di una visione ‘ribaltata’ della realt ci delinea nella mente l’ipotesi possibile dell’‘altra’ verit (io o l’altro siamo causa e motivo di un problema?), allora l’intera questione si “rovescia”: nelle stampe popolari del Rinascimento europeo non solo italiane ricorrente la scena del contadino che trascina l’aratro mentre il bue o il mulo lo governano manovrando essi i finimenti e brandendo la frusta tra le zampe. Stampa ‘popolare’ non perch incolta bens perch raffigura la nobilt dell’individuo – cos almeno si riteneva nella visione riformata dell’epoca – in palese contraddizione con la sua immagine personale e d i coscienza nel lavorare, con forza e impegno ma soprattutto rivendicando merito. Oggi, nelle contingenti circostanze di sfaldamento materiale delle opere storiche, si vuole che si sappia che tutti hanno operato bene e che pertanto solo la figura del ministro demeriti in una situazione critica di tutela complessiva del patrimonio artistico che - come specifica connotazione – vive della sua stessa storia e del futuro giacch il fine italiano della conservazione esige il requisito fondamentale dell’indistruttibilit dell’opera d’arte. L’impegno professionale degli addetti in tale settore dovrebbe essere pertanto assoluto, robusto, scabro e silente come si verifica durante l’aratura di un campo. Ma la cruda realt che vede invece – nonostante l’impegno di chi opera materialmente – il susseguirsi di sgretolamenti nelle murature archeologiche suggerisce a ciascuno un’altra verit che d’istinto reclama, come scrive in un contesto di studio la citata Moneti, p.28, che “la colpa, se le cose non sono andate nella direzione buona per la quale ci si era adoperati” vada attribuita a “forze consapevolmente maligne”. Nessun contrasto solo apparentemente politico si risolver per nel Mibac fintanto che l’azione degli uomini e delle donne di cultura che sono la spina dorsale di quel dicastero sar ritenuta dagli stessi esclusiva e insostituibile, professionalmente corretta ma eccessivamente eroica ed assoluta tanto da contrapporsi – esulando dal taglio tecnico della propria professionalit e suggerendone le dimissioni - allo stesso ministro (pro-tempore) che invece - “Populi concessu” - ha ben altra legittimazione preminente sul valore perseguito “doctrina, artibus, studiis” da coloro che lo sfiduciano: Cicerone (“Dello Stato”, I-XXXIII), parlava degli ‘ottimati’ che pur “senza avere il consenso del popolo” esibiscono comunque un potere “forse per la loro cultura [o] per l’attivit che esercitano” (Cfr. Edizione Zanichelli, Bologna, 1970, pp.66-67). Se in nome della cultura si pensa di migliorare la “repubblica” colpendone i rappresentanti comunque si sovverte la tradizione archetipica (e quindi popolare) che vuole appunto che sia il contadino a governare il tiro dell’aratro e non viceversa.

6/12/2010



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