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IL GRIDO DI DOLORE DEL PATRIMONIO STORICO-ARTISTICO E AMBIENTALE ITALIANO NEL CENTOCINQUANTESIMO ANNIVERSARIO DELL’UNITA’ D’ITALIA
19-03-2011
Gerardo Pecci*

Da alcuni anni il mondo della cultura, dei beni culturali, delle arti e del paesaggio, è in grave affanno, ma con l’andar del tempo è diventato malattia, crisi gravissima, ora è in coma profondo. Siamo quasi alle soglie dell’agonia vera e propria. Quello che per secoli, per generazioni, è stato il nostro vanto e il nostro orgoglio di Italiani è ora diventato un organismo irriconoscibile, gravemente ammalato. Al capezzale dei beni culturali, di quelli ambientali e del paesaggio non vedo medici in grado di dare il benché minimo aiuto: sono impotenti, sono inerti spettatori di una morte annunciata da tempo. Non hanno i mezzi, non hanno i soldi per poter comperare le medicine, non hanno alcuna cura se non quella di stare a guardare impotenti l’arrivo della fine. E non è cosa di oggi, non è una malattia che è stata diagnosticata da poco tempo: affonda le radici in tempi lontani, almeno un cinquantennio, ben prima che ci fosse la nascita del Ministero per i Beni Culturali e Ambientali nel 1974 (Decreto-legge 14 dicembre 1974, n. 657. – Istituzione del Ministero per i beni culturali e per l’ambiente) soprattutto per volontà di Giovanni Spadolini. Le recenti dimissioni dell’archeologo Andrea Carandini dalla presidenza del Consiglio Superiore dei Beni Culturali seguono a due anni di distanza quelle del suo predecessore, il Prof. Salvatore Settis, e ricordano quelle, allora clamorose, del Prof. Ranuccio Bianchi Bandinelli del 28 maggio 1960. Tre specialisti di chiara fama nel settore di propria competenza, l’archeologia e la storia dell’arte, che sono stati costretti a dare le dimissioni dalla presidenza del Consiglio Superiore perché la classe politica italiana è del tutto insensibile al grido di dolore che viene dal degrado del nostro grande patrimonio di arte e di civiltà e di natura (per quello che ancora rimane) che sempre più sprofonda nell’abbandono e nell’incuria più assoluta. Ricordo gli attacchi del ministro Bondi a Settis, che aveva osato rivolgere severissime critiche alla politica del non governo dei beni culturali (tagli, commissariamenti, trasferimenti di personale non gradito ai politici, rinvii di riunioni di organi ministeriali previsti dalla normativa vigente, immissioni di manager esterni all’amministrazione ministeriale ed esautoramento di dirigenti in servizio presso l’amministrazione centrale e quella periferica, ecc.) e le ovvie e conseguenziali dimissioni di Settis, che fu immediatamente sostituito con il prof. Carandini che, invece, si era mostrato più vicino alle posizioni politiche governative in materia di beni culturali e di paesaggio. Ora, proprio Carandini, che si era mostrato moderatamente filogovernativo, ha finito per fare la stessa scelta obbligata messa in atto da Settis due anni fa: dimettersi irrevocabilmente dall’incarico ricoperto. Si è finalmente reso conto che per i politici di questo governo, ma anche di altri governi del passato a dir la verità, l’Art. 9 della Costituzione non esiste e che non è il caso di finanziare adeguatamente il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, considerato che la cultura e i beni culturali e paesaggistico-ambientali sono visti dagli stessi politici come ostacoli alla cementificazione selvaggia, alla speculazione edilizia, al poter mettere allegramente le mani sui centri storici delle città e dei borghi più antichi e suggestivi della Penisola, distruggendo una stratificazione storica, artistica, urbanistica, architettonica di grande importanza e prestigio, una memoria che ci parla della nostra identità, del nostro prezioso passato, ma che agli occhi di questi speculatori, politici e imprenditori privati, è solo un ostacolo ai loro giochi di profitto economico, con tutto quel che ne consegue. Non ci sono i soldi per tenere adeguatamente aperti i musei, per poter fare una manutenzione ordinaria, necessaria, indispensabile, di siti archeologici come, ad esempio, Pompei, Paestum o la Valle dei Templi di Agrigento. Nella lettera di dimissioni da Presidente del “Consiglio Superiore per le Antichità e Belle Arti”, questo era il nome del Consiglio Superiore per i Beni Culturali nel 1960, il Prof. Bianchi Bandinelli scrisse che: «Se, infatti, si fosse voluto porre realmente un argine alla distruzione, ampiamente documentata delle bellezze d’Italia, si sarebbe sentito il bisogno di rafforzare il Consiglio Superiore, rivedendone la legge istitutiva e il regolamento. Ma anche con l’attuale legislazione si potrebbe ottenere una salvaguardia molto più efficace, ove da parte della Direzione Generale e del Gabinetto vi fosse la effettiva e costante volontà di opporsi agli attentati che da tante parti vengono portati alle caratteristiche delle nostre città e del paesaggio italiano. […] L’esperienza, sempre più aggravata negli ultimi dieci anni, ha mostrato che nessuna seria garanzia è data ai componenti del Consiglio Superiore di trovare nell’autorità ministeriale la massima tutelatrice e interprete della legge nell’interesse comune. […] Ma tutti coloro che hanno sensibilità storica e artistica e senso della decenza e che si preoccupano anche dell’importanza che nel nostro Paese assume l’elemento turistico, sanno, in Italia e oramai purtroppo anche fuori d’Italia, che l’Italia si sta distruggendo giorno per giorno, e che tale distruzione solo in casi isolatissimi è inevitabile conseguenza dei mutamenti tecnici, economici e strutturali della civiltà moderna: nella maggior parte dei casi è conseguenza del prevalere degli interessi della speculazione privata e della grossolanità culturale della attuale classe dirigente italiana». Letta attentamente questa lettera, datata 28 maggio 1960, rivela la sua straordinaria e icastica attualità: sembra essere stata scritta oggi, e non certamente cinquantuno anni fa, tanto è vera e attuale nei contenuti, soprattutto nella denuncia chiara e inequivocabile di “grossolanità culturale della attuale classe dirigente italiana”. Anche Carandini, che pur si era “illuso” di poter onestamente dare il proprio costruttivo contributo alla reale e concreta salvaguardia del nostro patrimonio culturale e del paesaggio, a distanza di cinquantuno anni dal posto e dal ruolo occupato dal suo professore Bianchi Bandinelli è giunto più o meno alle stesse conclusioni e ha fatto lo stesso doloroso passo: dare le proprie dimissioni. Anche le parole di Carandini hanno il senso di un epitaffio funebre per l’abbandono a se stesso del nostro patrimonio di storia, arte, civiltà. Infatti, nella lettera di dimissioni - pubblicata sul Corriere della Sera del 15 marzo 2011, pag.25 - scrive amaramente, e altrettanto duramente, che: «…sono giunto alla conclusione, molto amara, che nella politica italiana hanno vinto, da ultimo e finora, gli avversari della cultura e dei beni culturali tutelati dallo Stato, che, non potendo abolire il Ministero (accusato fra l’altro di aver intralciato il Piano-Casa), sono riusciti a deprivarlo di uomini e mezzi per neutralizzarlo. A questi avversari della cultura rivolgo lo stesso monito del sottosegretario Francesco Maria Giro: “Fermatevi”.[…]Ci stiamo allontanando dalla Patria, anche quella visibile fatta di paesaggio, storia e arte. Rischiamo di perderla e non sono passate neppure cinque generazioni dalla fondazione dello Stato italiano». Chi sono questi “avversari della cultura” citati da Carandini? Gli stessi uomini politici al governo, e nel Parlamento, chiaramente. Gli stessi avversari della cultura, della civiltà, i nuovi barbari, i mediocri politici e affaristi di pochi scrupoli, corrotti e corruttori, individuati benissimo già da Bianchi Bandinelli e poi da Salvatore Settis che li aveva denunciati apertamente con i suoi libri-denuncia, soprattutto “Italia S.p.A. L’assalto al patrimonio culturale” (Einaudi, Torino 2002) e che ora vengono ridenunciati nel nuovissimo libro-inchiesta dal titolo “Vandali. L’assalto alle bellezze d’Italia”, scritto da Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo e pubblicato da Rizzoli a febbraio 2011. E che ci sia in atto un perverso piano politico, sottile e sistematico, subdolo, di destrutturazione, e forse anche di annientamento, della cultura legata ai Beni Culturali è rilevabile anche nella cosiddetta “Riforma”(sic!) Gelmini della Scuola Secondaria di Secondo Grado, anche (ma non solo) attraverso l’abolizione dell’indirizzo di studi artistici denominato “Rilievo e Catalogazione” (ex Progetto Sperimentale Michelangelo) nei Licei Artistici: che era l’unico in grado di formare studenti che acquisivano le competenze e le conoscenze storico-artistiche, anche architettoniche e tecniche, per poter procedere alla compilazione corretta delle Schede di Catalogazione dei Beni Culturali, di diverso genere, secondo gli standard di catalogazione adottati dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, che erano quelli elaborati e pubblicati attraverso l’ICCD. Ciò costituisce una vergogna autentica: un taglio indiscriminato e scelleratissimo, voluto e sistematico, alla reale e concreta didattica dei beni culturali, un’offesa verso i giovani studenti, in grado di offrire, una volta diplomati, i propri servigi anche in supporto delle Soprintendenze, a cui è istituzionalmente demandato, sul territorio di propria competenza, il compito primario dell’individuazione e della catalogazione di quegli speciali oggetti che tutti noi definiamo con il nome di beni culturali. Come si possono tutelare i beni culturali se non vengono prima individuati, catalogati e notificati? Quello che non si cataloga non esiste: questa è la pura filosofia del tradimento dell’Art. 9 della Costituzione della Repubblica Italiana da parte della cattiva politica e indirettamente anche dell’Art.33. Alle spalle di quello che sta succedendo ora vi sono, ancora una volta, le amare accuse e le denunce raccolte nel volume di Ranuccio Bianchi Bandinelli “L’Italia storica e artistica allo sbaraglio”, pubblicato dall’editore De Donato, Bari, nel 1974, che resta una testimonianza accorata e storicamente forte di mali che ancora oggi non solo non sono stati risolti, ma si sono aggravati in maniera esponenziale. Altrettanto forte è il volume di Francesco Erbani “L’Italia maltrattata” (pubblicato nel 2003 dall’editore Laterza di Bari) in cui il giornalista denunciava apertamente e coraggiosamente i problemi della speculazione edilizia e paesaggistica, messa in moto da una delinquenza legata alla mafia, alla n’drangheta, alla camorra, con la complicità di una classe politica inetta e corrotta in grado di distruggere le coste, i centri storici cittadini, di rendere soffocante la vita delle città attraverso la più selvaggia e barbara politica del profitto a ogni costo. Ma i politici ignorano queste pagine: non leggono, non vogliono leggere, non ne hanno il tempo, perché il tempo è denaro e la loro crassa arroganza non può tenere conto delle esigenze della collettività perché non vogliono guardare oltre il proprio naso di Pinocchio e le proprie tasche, piene di mazzette, di soldi: appunto quelli provenienti dai loro “affari”. E intanto un grido di dolore si solleva dalla comunità degli studiosi, dei ricercatori e dei funzionari del Ministero per i Beni Culturali e Ambientali, dell’Università dei docenti di storia dell’arte delle Scuole Superiori, abbandonati a se stessi e senza una meta sicura da raggiungere. Se non s’invertirà questa tendenza - e bisogna agire presto e in modo deciso - ogni ulteriore considerazione sarà vana perché significherà che siamo giunti alla fine della nostra civiltà, calpestata e vilipesa, infine annientata per sempre. E leggeremo i libri di storia dell’arte come se fossero scritte e fotografie cimiteriali, che ricordano il caro estinto. E resteremo a spasso, passeggiando tra le rovine della nostra civiltà perduta.

*Docente di storia dell’arte e giornalista



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