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Il fotovoltaico a terra, nuovo Sacco dItalia
23-03-2011
Luca Bellincioni

Il proliferare indiscriminato e continuativo del fotovoltaico a terra negli ultimi anni sta radicalmente degradando il paesaggio italiano. A differenza delleolico industriale (altro flagello del paesaggio italiano ed europeo), per il quale le autorizzazioni sono pi difficili e gli studi di fattibilit pi lunghi, gli impianti fotovoltaici a terra favoriscono non soltanto di incentivi drogati ma di un iter di autorizzazione decisamente breve e facilitato. Cos queste centrali fotovoltaiche, pi o meno grandi che siano, spuntano ormai letteralmente come i funghi nel nostro paesaggio agricolo: prima nel Sud dellItalia (per anni vero e proprio Far West delle rinnovabili), ma ora prepotentemente al Centro e sempre pi anche al Nord. La cosa che pi colpisce che questo veloce (e feroce) proliferare interessa tutte le zone pi integre del nostro Paese, in una sorta di suicidio paesaggistico nazionale per cui tutti quei territori che si erano salvati dalla cementificazione selvaggia dei decenni passati (e di quella attuale) ora sono presi dassalto da questa nuova speculazione che rischia di stravolgere il nostro territorio come mai era avvenuto prima, nemmeno nei vituperati anni 60-70, quando almeno le sofferenze della guerra erano ancora vicine e la smania di ricostruzione in qualche modo comprensibile. Oggi per, dopo ventanni di convegni sulla promozione del turismo sostenibile, della preservazione del paesaggio, dello sviluppo degli agriturismi, questo nuovo scempio davvero ingiustificabile ed inaccettabile. Dalle solitarie colline della Sicilia o della Basilicata alle verdi pianure della Puglia, dalle bucoliche colline umbro-marchigiane alle solenni ondulazioni della Tuscia Laziale, dalla celebrata campagna toscana alle piane romagnole e alle Langhe: buona parte dei territori pi belli ed intatti dItalia rischia di essere sommersa da questo nuovo cancro del paesaggio, che con la giustificazione dellenergia pulita, si mangia mese dopo mese migliaia di ettari di suolo fertile e di paesaggio. Ma pu mai per logica essere pulita unenergia che consuma ettari su ettari di terreni fertili? Non , pensandoci bene, proprio il consumo del territorio nei decenni del dopoguerra in tutto il mondo ad aver prodotto indirettamente un maggiore quantitativo di co2? Una volta del resto si parlava di riforestazione come strumento pi veloce, pratico ed economico per contrastare leffetto serra. Ora invece molti pseudo-ambientalisti non parlano altro che di energia, come se il modo pi pratico per contrastare linquinamento atmosferico consistesse nel ricoprire tutta Italia di pannelli fotovoltaici e pale eoliche. Mentre le numerose vecchie centrali idroelettriche (che spesso sono capolavori di armonia fra natura e produzione energetica) sono spesso sottoutilizzate o addirittura spente, o hanno le turbine di 50 anni fa.
Tuttavia, nel frattempo, non solo le centrali termoelettriche e a carbone rimangono in piedi ma dal governo si progetta trionfalmente anche il futuro nucleare. A questo punto per si pone un'altra questione: ormai stiamo producendo molta pi energia elettrica di quella che ci serve realmente. A chi giova tutto ci? Alle aziende energetiche, non certo alla collettivit. La causa da ricercarsi nella scellerata privatizzazione della produzione energetica sancita qualche anno fa dalla politica italiana e salutata da molti come una liberale uscita dallepoca dei monopoli. Eppure difficilmente quando ad occuparsi di energia elettrica era un unico ente queste cose sarebbero potute accadere: ora che le aziende sono tante, queste per far soldi (e quindi per continuare ad esistere) devono costruire incessantemente nuove centrali (di qualsiasi tipo). Il paragone con le imprese edili anche troppo facile: solo che quest'ultime possono obiettivamente riconvertirsi alla ristrutturazione e alla riqualificazione dell'esistente (e un dibattito nazionale a riguardo esiste da anni anche fra gli stessi costruttori), mentre le nuove aziende di energia devono produrre (e vendere) "corrente" sempre di pi. Si innescato un effetto propagatore devastante del quale forse pochi riescono oggi a percepire l'effetto drammatico sul nostro territorio, che destinato a cambiare radicalmente volto nel giro di pochissimi anni come mai era accaduto prima.
Eppure sono molti i cittadini che si chiedono, con semplice buon senso, perch mai vengano utilizzati terreni liberi per linstallazione di pannelli fotovoltaici quando invece abbiamo a disposizione centinaia di migliaia di ettari di superfici gi edificate, che se sfruttate potrebbero tutte insieme produrre molto di pi dellenergia di cui abbisogniamo? La nostra strategia energetica deve essere quella di diventare auto-efficienti possibilmente senza uso di risorse non rinnovabili, oppure di produrre energia in pi semplicemente per arricchire le grandi aziende? La domanda scottante: il legame fra energia e ambiente oggi fondamentale, ma sappiamo bene che pi energia produrremo pi lambiente sar danneggiato (a meno di non utilizzare il fotovoltaico diffuso e il microeolico sulle superfici gi edificate o compromesse). E il territorio, risorsa irriproducibile, un bene comune, il business delle aziende energetiche ovviamente no. Nessuna persona coscienziosa contro la diffusione delle energie rinnovabili in Italia, ma oggi indispensabile fare chiarezza e fissare regole certe sui modi e sui limiti di questo sviluppo, che da fattore di progresso rischia di diventare fattore di regresso ambientale e culturale - se non economico pensando a quanto il paesaggio incida sulla vocazione turistica dellItalia che fino a prova contraria per essa unindustria essenziale. Daltronde, come per tutte le tecnologie, il fotovoltaico deve essere uno strumento per il nostro benessere, non un fine, non un moloch indiscutibile cui poter sacrificare tutto ad occhi chiusi.
Concludendo, occorre urgentemente creare un comitato nazionale contro il fotovoltaico a terra che porti la questione allattenzione dellopinione pubblica, chiedendo il blocco immediato di ogni nuovo progetto per impianti fotovoltaici a terra e il dislocamento delle centrali gi realizzate pi compromettenti dal punto di vista ambientale e paesaggistico in loco adatto (ad es. coperture di edifici pubblici o privati) con il ripristino dello status quo ante dei luoghi. Il nostro paesaggio lo specchio della nostra identit nazionale: ed unoccasione propizia per iniziare a parlare di questo nuovo Sacco dItalia pu essere proprio lanniversario dei 150 anni dellunit del Paese. Proprio in momenti come questo occorrerebbe pensare a cosa vogliamo fare della nostra terra, per il presente e per il futuro. Ma mai come oggi lambientalismo italiano, quello vero e lungimirante, dovr lottare contro il tempo.




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