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LA FONTANA DEL PESCATORE A PALERMO SCOMPARE UN ALTRO PEZZO D’ARTE IN CITTA’
12-04-2011
Claudio Alessandri

LA FONTANA DEL PESCATORE A PALERMO SCOMPARE UN ALTRO PEZZO D’ARTE IN CITTA’

Nel 1580 il viceré Marco Antonio Colonna, tra le tante opere pubbliche tese ad abbellire Palermo e i suoi dintorni, diede disposizione affinché venisse costruita una lunga e retta strada, perfettamente coincidente con Porta Felice, la via del Cassaro, oggi Corso Vittorio Emanuele e Porta Nuova, da questa, proseguendo in una lunghissima linea retta, fino a collegarsi con Monte Caputo, che ospita la splendida cittadina normanna con i suoi irripetibili monumenti. Verso il mare, la nuova arteria, assunse il nome del munifico vice re, cioè “Strada Colonna”, oggi Foro Italico, cambiano le dominazioni, le idee politiche, inevitabile che cambino i nomi delle grandi opere.

Nel 1630 il Duca di Alberqueque, in quel periodo vice re del Regno, decise di rendere più attraente quel lungo rettilineo che congiungeva Palermo alla borgata denominata Mezzo Monreale con una serie di fontane monumentali e di notevole pregio artistico. Di tutte queste fontane se ne sono salvate dalla totale distruzione, solamente due; la fontana dei due draghi e la fontana del pescatore.

La fontana dei draghi è inserita, ma sarebbe meglio dire semi occultata, da una modesta esedra prospettante l’Albergo delle povere. Quella del pescatore, è un’opera di dimensioni notevoli, è stata ideata dallo scultore Ignazio Marabitti che ha scolpito in marmo le figure che, originariamente, l’adornavano, originariamente poiché delle iniziali numerose sculture se ne possono osservare solo alcune che si sono salvate dai ladri di opere d’arte e rivendute a caro prezzo a collezionisti di pochi scrupoli.

La fontana del pescatore è posta quasi all’inizio della lunga salita che conduce al centro normanno, e più precisamente nel punto nel quale la strada piega a destra in uno stretto montante, impossibile non notarla, sia per la consistente grandezza, sia perché chiunque percorra quella strada, in automobile o con altro mezzo, deve rallentare il cammino in modo significativo. Lo scultore Ignazio Marabitti la ideò nel 1768 e sorgeva in un luogo che era naturale invito al passante, ci riferiamo ovviamente all’anno della sua comparsa e per qualche anno ancora, che affaticato dal lungo cammino percorso dalla città fino a quel luogo, poteva sostare per dissetarsi e poi riposare un poco, prima di affrontare la lunga salita che lo aspettava, stando seduto comodamente sulle panchine fatte di pietra che completavano l’assieme coreografico.

Ritroviamo lo scultore Ignazio Marabitti all’incirca a metà del ‘700 quando il novello Arcivescovo di Monreale è Francesco Testa, un alto prelato di grande spessore artistico e caratteriale, il Marabitti trova in lui un sostenitore competente, Marabitti in quel particolare periodo, lavora alacremente a Palermo, divenendo l’artista prediletto di nobili e prelati, per gli altri scultori esistenti in città di grande valore, sembra preclusa ogni possibilità lavorativa, non del tutto ovviamente, ma pochissimi vengono incaricati per l’esecuzione di opere scultoree.

La prima strada che univa Palermo a Monreale, voluta dal Vice Re Colonna, era poco agevole, estremamente ripida e in cattivo stato, l’Arcivescovo Francesco Testa, munifico e dinamico, fece costruire una nuova strada, il cui percorso rispecchia praticamente l’attuale. Per realizzare questa nuova opera fu necessario tagliare il fianco della montagna, una volta terminata la fece adornare da belle fontane che potevano essere utilizzate come abbeveratoi per animali da soma, ma anche i viandanti. Il gruppo scultoreo che si osserva per primo è proprio la fontana del pescatore, seguirono la Fontana del Drago e poco oltre la Fontana di Lodovico Los Conveus.

La Fontana del pescatore si compone di una grande vasca marmorea posta su una base che si eleva di due gradini rispetto al terreno di base. Su di una montagnola di massi composti elegantemente in forma piramidale, in vetta alla montagnola si possono osservare due putti in marmo che si reggono su tre delfini dello stesso materiale, il tutto è completato da una grande conchiglia.

Al di sotto si notano altri due puttini che danno l’idea di chinarsi per specchiarsi nell’acqua, uno dei puttini, quello che si appoggia a un albero è stato mutilato del braccio destro e, per di più, è stato privato della testa. Poco più in la un terzo puttino, seduto su una roccia a guisa di scoglio marino, regge una canna da pesca, quest’ultimo, ovviamente, da il nome alla fontana. L’acqua zampillava dalla conchiglia e dalla bocca dei delfini.

Ancora ai nostri giorni esiste una lapide marmorea fissata tra le rocce, nella quale si lesse una scritta latina che, tradotta, si legge:” La fontana offre l’acqua, l’albero l’ombra amica, di che cos’altro ha bisogno il viandante stanco?”. Facile dare una risposta a questa vetusta domanda: il viandante cerca l’acqua, ma la fontana, oggi, ne è priva, salviamo la frescura degli alberi, ma è giusto fare notare che quel suggestivo monumento giace nel più completo abbandono, gli elementi che componevano l’insieme scultoreo sono stati, in grande parte depredati o mutilati.

Un altro angolo artistico palermitano scompare tra l’indifferenza delle migliaia di viandanti che sfiorano quell’opera artistica, prima di impegnarsi sul ripido tornante che conduce ad un altro capolavoro, la cittadina normanna di Monreale.

Claudio Alessandri



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