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La distruzione dell'ambiente e del paesaggio in Italia fra neocolonialismo tecnologista, incompetenza politica e degrado della cultura nazionale
11-03-2012
Luca Bellincioni

La distruzione dell'ambiente e del paesaggio in Italia fra neocolonialismo tecnologista, incompetenza politica e degrado della cultura nazionale

Transitando nei dintorni del Lago di Bolsena, da qualche mese possibile constatare quale cieca follia distruttiva ai danni dellambiente e del paesaggio si sia impossessata della nostra societ e della nostra politica. Enormi torri eoliche, alte circa 100 metri, svettano sulle dolcissime colline occidentali del quinto lago per grandezza dItalia e del pi grande bacino vulcanico dEuropa. Ci troviamo nel cuore dellEtruria, la quale assieme alle vestigia della civilt etrusca custodisce una parte essenziale dellidentit culturale del nostro Paese. Il Lago Volsino, con le sue due isolette (la Bisentina e la Martana), fu sacro agli Etruschi e ha conservato un paesaggio agreste e naturale di rara bellezza, caratterizzato dallo splendido alternarsi di boschi, pregiati vigneti (celebre il doc Est! Est! Est! di Montefiascone), uliveti, frutteti, pascoli e campi coltivati, in cui si inseriscono armoniosamente borghi medievali e rinascimentali e siti archeologici. Un paesaggio che ricorda da vicino gli antichi scenari della Campagna Romana che tanto affascinarono i viaggiatori del Grand Tour, e che per la sua integrit e per leccezionale interesse geo-morfologico (il vulcanismo) qualche anno venne interessato da un progetto (poi misteriosamente abbandonato) di candidatura a patrimonio mondiale dellUnesco. Purtroppo, a causa di una scellerata vicenda locale, che incredibilmente non riuscita a smuovere lopinione pubblica nazionale n alcuno degli intellettuali italiani che contano, fra ottobre e novembre del 2011 sono state innalzate numerose pale eoliche che hanno gravemente alterato questo delicato contesto paesistico nonch quelli limitrofi, in quanto le torri sono visibili sin da grandi distanze ed incombono sulla vicina magnifica Tuscania. Nei dintorni, come se non bastasse, nel giro di due anni esploso il business del fotovoltaico a terra, il quale, approfittando della crisi di unagricoltura ormai abbandonata a se stessa dalle istituzioni, ha consumato ulteriore paesaggio e terreno fertile, addirittura (e non si sa come) allinterno di zone protette da sic o zps (la Conca di Latera, antichissima caldera vulcanica dal fondo coltivato, ne lesempio pi triste). Ebbene, se non era questo un paesaggio da salvaguardare assolutamente, allora non sappiamo proprio quale altro potrebbe esserlo. Se stato possibile sfregiare in questo modo barbarico il Lago di Bolsena, come qualche anno prima accadde per il Castello di Montep presso Scansano, regno del Morellino, allora ormai possiamo aspettarci che le pale eoliche invadano ogni luogo dItalia, dalle Dolomiti alle colline toscane, dalla Valle Umbra alla Costiera Amalfitana. Magari a braccetto col sempre incombente cemento. E i progetti ci sono.
A questo punto, vien da pensare, potremmo tranquillamente abrogare lArticolo 9 della Costituzione, visto che assistiamo allennesimo suo sbeffeggiamento, allennesima conferma della sua inapplicabilit reale. Del resto un conto una trasformazione, lenta, graduata e soprattutto guidata del territorio, ben altro il discorso di un territorio completamente stravolto dal giorno alla notte nei suoi tratti essenziali e nelle sue vocazioni consolidate o in fieri, come accade con leolico o il fotovoltaico a terra. La vicenda del Lago di Bolsena forse al momento il caso pi esemplare in Italia di alterazione improvvisa e violenta di un territorio dalle peculiarit ben marcate, fra laltro nella fattispecie di un territorio improntato su uneconomia sostenibile di agricoltura, pesca, artigianato e turismo. Ma non certo lunico esempio di questo tipo. Assistiamo infatti oggi ad unaggressione senza limiti del paesaggio italiano, con interventi di cementificazione o di modificazione a fini energetici che probabilmente non ha precedenti come tempi e come rapporto opera/danni sul territorio. Infatti se negli anni Sessanta i primi interventi di trasformazione radicale del territorio, spesso irragionevoli ma in alcuni casi in qualche modo comprensibili, avvenivano su un territorio a livello ambientale e paesaggistico sostanzialmente immacolato, oggi al contrario i nuovi progetti edificatori, energetici ed infrastrutturali, vanno letteralmente ad infierire su un territorio, quello italiano, per larghi tratti compromesso, andando per giunta a concentrarsi sulle aree rimaste pi intatte, con il risultato, alla lunga, di non lasciare pi nulla di integro alle generazioni future.
Ma cosaltro a bene vedere questa devastazione del paesaggio, se non il risultato di una nuova e pi subdola forma di colonialismo, non dissimile per certi versi a quella perpetrata degli Spagnoli ai danni degli Indiani dAmerica nel XV-XVI secolo? Sicch noi cittadini saremmo gli Indios, mentre gli specchietti e i campanelli del passato sarebbero gli odierni nostri cellulari, i nostri palmari, i nostri televisori a schermo piatto; e dallaltro lato, i conquistadores sarebbero le grandi multinazionali industriali, gli speculatori dellenergia e del cemento, gli immobiliaristi; tutti, come allora, sorretti dalle banche. E come accadde in quel tempo lontano, anche oggi ci viene sottratta la terra, e con essa la nostra cultura e la nostra identit. Oggi come allora la tecnologia spicciola, quella inutile e frivola, a far breccia nellignoranza della gente, che per ottenerla d tranquillamente via la propria fonte di vita, ossia come detto il territorio. Tutti ormai hanno in bocca parole come ecologia e ambiente, ma nessuno si lamenta se nelle campagne vicino casa costruiscono lennesimo centro commerciale. Anzi se ne felicitano: ci andranno a passare il tempo libero. Insomma, oggi come allora i colonizzati cedono in cambio di niente il proprio territorio, il quale per prima cosa dovrebbe dare loro le risorse primarie e indispensabili della vita, ossia acqua, cibo e aria buona. E come sempre accaduto, il colonialismo si tinge di giustificazioni etiche. Come per le guerre che dovrebbero portare la civilt, cos si ricopre di cemento un territorio non perch ci si vuol speculare, ma perch vi si vuole portare lavoro; si impiantano pale eoliche su un territorio non per sfruttarlo, ma perch lo si vuole aiutare a livello ambientale (!). Al danno si aggiunge dunque la beffa. Manca solo che ci rendano schiavi anche giuridicamente. Ma del resto, diminuendo la terra fertile e la possibilit di coltivarci il cibo in loco, non ci viene sottratta allo stesso tempo una fetta non indifferente della nostra libert individuale? Se per assurdo qualche Paese estero non ci vendesse pi il grano o altri prodotti che ormai importiamo dallestero, noi cittadini che non sappiamo nemmeno pi coltivare due patate non verremmo praticamente affamati? A livello logico strano constatare come dai mass media si gridi continuamente allo scandalo per il fatto che lItalia povera di materie prime importi energia dallestero (cosa peraltro vera soltanto per il gas e il petrolio, visto che con limpennata di eolico e fotovoltaico, favorita da incentivi statali esorbitanti, abbiamo abbondantemente superato la soglia di supporto della rete elettrica), ma che nessuno si sconvolga del fatto che il nostro Paese il pi ricco e vario di possibilit di produzione alimentare al mondo importi sempre pi cibo da Stati anche lontanissimi. Ogni persona di buon senso dovrebbe concludere che molto meglio dipendere dallestero per lenergia che per mangiare. Al limite, per fare una battuta e portare il ragionamento allestremo, meglio restare a piedi o al buio che senza qualcosa da mettere sotto ai denti!
Di questo sempre pi evidente neocolonialismo tecnologista non ci siamo ancora accorti e continuiamo a considerare la cura dellambiente come un argomento secondario, non essenziale. A meno che la cura dellambiente non sia concepita appunto a livello tecnologico, ossia nella convinzione che alterandolo tramite alcune tecnologie esso possa essere aiutato ( questa la grande menzogna dellideologia delle rinnovabili senza se e senza ma). In realt lambiente per essere risanato ha bisogno esclusivamente di riconquistare ampi spazi di naturalit e biodiversit sottratti in decenni di sciagurato sfruttamento. Sfruttamento che troppe volte in Italia si associato agli sprechi o alla criminalit organizzata. Al tal proposito potremmo interpretare la furente lotta dei no-tav in Val di Susa, ossia come un segno tangibile di una cittadinanza, quella italiana, che inizia ad essere stufa della retorica e della politica delle grandi opere, in un Paese nel quale essa ha provocato pi danni che vantaggi. La gente vede intorno a s sempre pi disservizi, mentre lo Stato richiede sempre pi sacrifici. Gli stessi treni ad alta velocit cominciano ad essere visti non come un nuova opportunit di mobilit e di lavoro ma come un mero business che finir col depauperare ulteriormente il servizio dei treni dei pendolari e comunque come uno spreco di ingenti somme di denaro ragionevolmente utilizzabili per servizi ben pi importanti, quali la sanit e la scuola o, appunto, la tutela del territorio. La gente ha ormai le scatole piene di sentirsi dire che non ci sono pi soldi per niente, per poi veder miracolosamente comparire miliardi di euro per le solite grandi opere: cos, se fino a qualche anno fa la protesta dei no-tav concerneva piuttosto il tracciato prescelto, ora punta direttamente al rifiuto dellopera tout court. Le grandi opere, insomma, almeno nel nostro Paese (complice la storia degli ultimi sessantanni), sono sempre pi sinonimo di spreco, degrado ambientale, o addirittura mafia. Certo, il mito dello sviluppo quantitativo, del progresso positivista insito nella tecnologia ha ancora presa nella maggior parte della popolazione, ma una porzione sempre pi vasta di cittadini inizia ad accorgersi che non sulla quantit, bens sulla qualit, non sulla trasformazione di principio dellesistente ma sulla sua riqualificazione e valorizzazione, non sul cieco modernismo ma sul recupero del meglio delle tradizioni si gioca il nostro futuro.
In ogni caso, il nuovo governo tecnico, per quanto tale, fra le tante idee e promesse non ha ancora proferito parola alcuna sulla necessit, oggettivamente improcrastinabile, di operare opere di bonifica e restauro del territorio italiano. Si parla di crescita, di liberalizzazione, e giammai di tutela-valorizzazione del nostro patrimonio ambientale, paesaggistico e culturale. Eppure siamo quello che un tempo era chiamato il Bel Paese e molti allestero ancora continuano a considerarci tale, reiterando le proprio presenze turistiche nonostante unofferta ricettiva, di tutela dei beni e di servizi correlati, sempre pi scadente quanto a rapporto qualit/prezzo. Ad ogni modo niente: neanche i nostri tecnici al governo riescono a comprendere lurgenza di recuperare il territorio, anche con scelte coraggiose e drastiche. E cos, invece di proteggere i boschi e i terrazzamenti, di abbattere ecomostri e costruzioni infelici, e in generale di curare le aree fertili incentivando le attivit agro-silvo-pastorali che sono i loro naturali custodi, i nostri tecnici lasciano, come i loro predecessori, che si inondino le nostre campagne di ville, villette, palazzi, centri commerciali e poli logistici (tutte costruzioni che sempre pi spesso rimangono vuote e invendute), che invece di coltivare grano si coltivino pannelli fotovoltaici, che invece di piantar alberi e curare i campi si piantino pale eoliche, che invece di monitorare la qualit delle nostre acque si permetta alle aziende pi disoneste di rilasciare nei nostri fiumi e quindi nelle falde acquifere e nel mare sostanze micidiali per lambiente, che invece di imporre ex lege la raccolta differenziata ad ogni Comune la si lasci alla sua facolt. La crisi proviene anche da queste cose, ma i mass media tacciono, perch sono argomenti difficili, spinosi, poco popolari, poco interessanti, e poi vanno troppo spesso in contraddizione proprio con le lobby che sostengono lattuale mondo della comunicazione. Basta guardare il mondo moderno e futuro propagandato ferocemente dalle pubblicit televisive, in cui si prefigura una vita assurda e non certo auspicabile fatta di masturbazioni tecnologiche, di gente che non sa fare nulla di pratico, di famiglie finte e ridicole, di citt di grattacieli (con orti e piante nelle vasche di cemento) e di campagne piene di pale eoliche senza pi un animale. Si tratta in realt di modelli esterni alla cultura italiana (e spesso anche a quella europea), e che, tramite il martellamento dei mass media, fanno ormai breccia nella popolazione senza alcun freno. Noi dovremmo prendere esempio dai nostri splendori passati, come il Rinascimento, e cercare di farli rivivere rendendoli in qualche modo attuali e fruttuosi, e invece molti di noi sospirano di fronte alla immagini dei grattacieli di Dubai e delle megalopoli americane.
Assistiamo insomma oggi al declino della nostra identit storico-culturale nazionale, la cui perdita appare ancora poco sentita a causa dello scarsa importanza che sempre pi viene conferita alla storia dalla nostra societ. E la perdita didentit provoca a sua volta smarrimento di senso civico (come se in Italia non ne avessimo abbastanza di una tale lacuna), poich linteressarsi alle questioni di una comunit deriva dal sentirsi parte di essa, e questo sentimento nasce proprio a partire da una comune identit riconosciuta. La perdita di importanza storica produce inoltre la morte della memoria collettiva, di cui nemmeno si sente la mancanza in quanto il prevalere della tecnologia e dei suoi tempi rapidissimi impone uno sguardo sempre proteso al futuro e mai al passato perch non c tempo di farlo. Il passato anzi proposto non come patrimonio comune di esperienze sia positive sia negative, le une da conservare e rendere attuali le altre da rifiutare e considerare come terribile monito, ma, di per s, come insieme di errori, superstizioni, incapacit. Quel che c stato, grosso modo, prima degli anni Sessanta (e cio prima dellinizio dellera globalizzante, tecnologica ed iper-consumistica dellinurbamento di massa, delle automobili, della tv e degli elettrodomestici) tutto da buttare, unepoca buia. In verit il passato scrigno di saperi preziosi, e spesso modello, ormai incomprensibile, del saper vivere sfruttando al minimo, o quanto meno bene, lambiente. Ed invece, lungi da questottica, la pubblicit televisiva propaganda in modo martellante che occorre superare il passato, visto come qualcosa di vecchio, di inefficiente da superare prima possibile. Il senso della tradizione perduto; la visione matura di un passato da criticare, da cui prendere esempio nel bene e nel male assolutamente persa. Il passato soltanto male e non sappiano proprio pi cosa farne. Si comprende cos anche lo scarso interesse che sempre pi si diffonde nei confronti della vecchiaia, delle persone anziane, un tempo rispettate e ritenute preziose perch depositarie del sapere e della memoria senza i quali si sentiva unanimemente di non poter affrontare il presente e di non poter comprendere e prevedere alcun futuro. Nella nostra societ gli anziani sono sempre pi accantonati poich letteralmente contro-corrente, essendo essi protesi verso la memoria e il passato mentre il mondo viceversa sempre pi proteso esclusivamente verso lamnesia ed il futuro, col presente che appare una fugace consumazione di circostanze pi o meno consapevoli (per lo pi indotte dai mass media) o di atti abitudinari e sempre uguali a se stessi scanditi dagli orari di lavoro. Insomma, oggi custodire il passato, e con esso il paesaggio, diviene sempre pi un atto di ribellione. Per la prima volta nella storia, tradizione fa rima con rivoluzione.
Passato, memoria, paesaggio: tutto collegato. Un paesaggio integro, cio dai caratteri tradizionali (se non antichi), cosaltro se non una memoria, la storia e assieme il depositario della nostra identit che ha radici pi o meno lontane? Anzi, non basta: un paesaggio integro lesempio del passato che vive hic et nunc, di un passato che sa e pu creare sviluppo economico e addirittura benessere sociale. Del resto tutelare il paesaggio un atto assolutamente democratico: s, perch il paesaggio integro una risorsa che aumenta la qualit della vita di tutti, e viceversa un paesaggio cementificato e deturpato fa la ricchezza soltanto di quelli che guadagnano nel rovinarlo. Malgrado ci, la popolazione stenta a riconoscere una tale ovviet in quanto plagiato da un mondo mass-mediatico smaccatamente finanziato dalla speculazione industriale. Purtroppo gran parte dei contenuti del pensiero dei cittadini data oggi dai mass-media (la scuola incide sempre meno), i quali naturalmente non investono molto nel tramandare il passato e la storia e nel promuovere modelli di sviluppo che ne tengano conto. Sicch, se i diseducati cittadini non sentono pi il bisogno della storia, e quindi della memoria, essi non sentono pi nemmeno la necessit di preservare i caratteri originali di un paesaggio in quanto il suo ricordare il passato disturba contraddice lo spirito dei tempi. Ci fa breccia soprattutto nei giovani, i quali affascinati dal turismo di low cost & megalopoli - sempre pi vedono nelle persistenze della tradizione nel nostro Paese un sintomo di arretratezza, di incapacit se non perfino di corruzione. E cos una di quelle poche cose buone che ci rimangono e che andrebbero salvaguardate coi denti, come il paesaggio storico, diviene ai loro occhi lesempio eclatante di unItalia che non sa modernizzarsi, che non sa essere al passo con gli altri Paesi (che per paradossalmente il pi delle volte tutelano il paesaggio meglio di noi!). Cos si spiega lo studente universitario che dai finestrini di un treno appena fuori Roma afferma allamico appena tornato da qualche metropoli mondiale con un low cost: ancora stiamo con le pecore sui prati, lItalia proprio un Paese di merda. Agghiacciante. E pensare che ogni singolo prato con le pecore intorno alla Capitale un miracolo scampato al malaffare. Vorrei sapere cosa mangiano quelli come lui: cellulari e tubi catodici o formaggi, carni e ortaggi prodotti proprio da quei campi cos arretrati, cos di merda? Ecco le nuove generazioni ammaestrate dalla tv, per le quali i professori sono dei coglioni e lo studio al massimo il viatico per entrare nel mondo del lavoro, non certo uno strumento di maturazione intellettiva e intellettuale. Lo studio serve per prendersi il pezzo di carta, non certo per diventare una persona indipendente e consapevole: cos dicono tutti, lo dice anche la tv, cos. Anzi, gli stessi insegnanti iniziano a ripetere quel che dice la tv.
Ma non sono soltanto i mass-media i fautori di questo disastro. La colpa di tale degrado proviene anche dal basso: dalla famiglia, dalle comunit locali. Infatti il tipo di sviluppo proposto dalla valorizzazione strategica di un paesaggio integro appare troppe volte alla popolazione come sorpassato, vecchio, poetico e di certo poco pratico, non perch sia tale, ma semplicemente perch cos viene, quasi sempre, presentato dalle amministrazioni locali, spesso rette da incompetenti e/o faccendieri. Le cose pratiche, auspicabili, moderne, razionali diventano allora solo quelle che hanno fatto e continuano a fare la ricchezza di chi specula sul territorio: imprenditori e politici, siano essi indaffarati nel buon vecchio cemento, nel movimento terra o nei nuovi business energetici. I no-tav sono ancora una misera e disperata minoranza. E cos via a turbogas, centrali eoliche, campi fotovoltaici, poli logistici, centri commerciali, nuove strade parallele ad altre strade. Tutte cose, guarda caso, spesso benedette da unespressione magica: sviluppo tecnologico e modernizzazione, di fronte alla quale tutti, bianchi e neri, ricchi e poveri, di destra e di sinistra, finiscono col tacere. Per ventanni almeno i termini tecnologia e sviluppo sono stati praticamente santificati dai mass media. Sicuramente la tecnologia sa essere utile, ma non Dio. Non deve produrre fede cieca, bens deve essere sottoposta a critica ragionevole che ne respinga gli utilizzi inutili e ne promuova quelli indispensabili. E lo sviluppo deve essere qualitativo, non quantitativo: tutte cose che non si misurano col PIL, ma con la presenza di servizi diffusi e con la qualit sia degli ambienti urbani sia di quelli agricoli e naturali. A guardare le statistiche, i Paesi scandinavi ad esempio non sono fra i primi al mondo come PIL, ma primeggiano quanto a diritti, qualit della vita, rispetto dellambiente. Bisogna saper leggere e interpretare la parola sviluppo, come bisogna dare un giusto posto alla tecnologia senza farle invadere ogni angolo della nostra vita (siamo fatti di carne, non di plastica). Sono argomenti pratici, importanti, attualissimi, ma di cui si parla sempre troppo poco. Forse perch i giornalisti di oggi non sono culturalmente capaci nemmeno di vederli n di concepirli, n dallaltro lato la popolazione capace di comprenderli? O perch non fa comodo a chi ci governa de facto il cervello?
Anche tutelare il paesaggio interesse assai pratico, non certo chimera da poeti, come viene sempre pi propagandato. Parlando appunto pragmaticamente, quanto ci costano il mancato sviluppo turistico di alcune zone e il declino paesistico di altre a causa di operazioni assurde, logicamente demenziali di tipo energetico, infrastrutturale o urbanistico? Quanto ci costa (per di pi in un momento in cui si taglia su tutto) regalare finanziamenti a pioggia in favore delle rinnovabili, che non vanno verso la riqualificazione energetica dellesistente (come dovrebbe accadere), ma vanno a favore delle grandi aziende (spesso estere) che colonizzano le nostre aree agricole con le grandi centrale eoliche e fotovoltaiche? Quanto ci costa la mancata bonifica del territorio, con gli ormai continui disastri autunnali delle alluvioni che ha colpito in modo indifferenziato lintero Paese dal Nord al Centro al Sud (Veneto, Toscana, Liguria, Campania, Calabria)? E quanto ci costa lavvelenamento delle acque, con la distruzione di aziende agricole e zootecniche, con lacqua che in sempre pi Comuni esce dal rubinetto non potabile? Almeno di fronte a tali disastri appare una certa unit dellItalia, ossia quella dellincuria e del disinteresse verso lambiente e le sue emergenze, verso le sue criticit. E ancora, quanto ci costa, in ogni termine, la crisi nera dellagricoltura (anche su questo argomento il silenzio assoluto da parte dei mass media) a causa della quale siamo sempre pi dipendenti dallestero PER MANGIARE, noi che siamo il Paese che per le sue particolari condizioni climatiche ha la possibilit di auto prodursi praticamente di tutto, nutrendo lintera cittadinanza? Quanto ci costa in termini economici, sociali e produttivi la scomparsa fra la popolazione dei mestieri tradizionali, sia quelli agro-silvo-pastorali sia quelli artigianali? Infine, quanto denaro il governo potrebbe ottenere punendo gli illeciti ambientali cos come si cerca di fare con levasione fiscale? Perch non si inizia a sorvegliare davvero il territorio punendo severamente i singoli cittadini o le ditte che scaricano rifiuti lungo le strade e nelle campagne o che costruiscono edifici abusivi, o le aziende che inquinano da decenni ai danni dellambiente e della salute dei cittadini? Oggi chi danneggia lambiente va considerato alla stregua di un nemico dello Stato, poich troppo alto il danno che egli provoca alla collettivit e ai pochi mezzi economici della cosa pubblica. E invece, quanto ci costa il lassismo e buonismo su tutto, cui siamo ormai abituati? Facendo il conto di tutti questi costi, la somma ammonterebbe a diverse migliaia di miliardi di euro. Sottratte alla collettivit.
Per troppi decenni le regole fondamentali del buon governo del territorio sono apparse cosa non solo superflua ma contraria allo sviluppo economico. La politica ha appoggiato questidea, e gran parte del mondo intellettuale celebre o ha fatto finta di niente (laddove avesse la preparazione culturale e la sensibilit adatte a capire limportanza della questione) oppure apparso nei fatti cos culturalmente scadente da non accorgersene nemmeno. Oggi paghiamo il conto dei danni provocati da una societ per cui il buon governo rimasto per almeno cinquantanni un tab. Negli anni Sessanta e Settanta, Cederna, Pasolini e pochi altri furono le voci ammonitrici; ai giorni nostri, rari sono, fra i nomi celebri, gli illuminati capaci di mettere in guardia dallo sfacelo ambientale e paesaggistico in atto.
Si parla tanto di promozione del made in Italy: eppure lindustria brancola nel buio e le amministrazioni locali paiono sempre pi accecate dal mito della logistica e da quello delledilizia facile di capannoni & villette che rimangono sempre pi spesso vuoti e invenduti. Anche in merito alle energie rinnovabili, occorre da subito puntare sulla ricerca e lavorare sulla qualit: dallo Stato vanno incentivati soltanto gli impianti fotovoltaici ed eolici che non vadano a consumare terreni agricoli o a danneggiare ecosistemi naturali e cio quelli legati allautoproduzione per gli edifici civili e industriali. Gli stessi impianti eolici in aree agricole, se davvero necessari, potrebbero essere di dimensioni proporzionate al territorio, rifiutando e smantellando gli impianti che oggi si stanno diffondendo (in realt gi obsoleti, ed per questo che ce li vogliono rifilare dallestero, come fossimo un Paese del Terzo mondo), caratterizzati da torri eoliche di 100 e pi metri costruite per realt ben diverse e vaste di quella italiana. Senza dimenticare lidroelettrico, storicamente ben presente in Italia dal Nord al Sud (con centrali che spesso sono piccoli capolavori di architettura e ingegneria paesaggistica), che rimane anche a detta degli esperti la tecnologia pi pulita ed efficiente (come rapporto costi-danni/benefici) ma che dai nuovi speculatori energetici (e dai loro sostenitori) non viene mai citata, semplicemente perch gi c.
Ecco: quello che gi c, nel bene e nel male. E questo il punto. Di tutto quello che gi c di edificato, occorre capire cos che si deve eliminare (poich incompatibile con un buon governo del territorio) e cos che invece va migliorato e riqualificato, a livello edilizio, urbanistico ed energetico a seconda dei casi. E soprattutto bisogna puntare su quel che gi c di unico in Italia e che non ha paragoni nel mondo: vale a dire il nostro straordinario patrimonio ambientale e culturale, fatto di citt darte, antichi borghi, musei, monumenti, aree protette e paesaggi, ma anche di enogastronomia, produzioni agroalimentari, artigianato, piccola industria e tanto altro ancora. Ed ecco che qui si innesta il riscatto della tecnologia, la quale, non deificata ma resa strumento delluomo, dovrebbe porsi al servizio di una valorizzazione-promozione turistica del territorio che ormai corre sui terreni sempre pi competitivi e sofisticati del web e della comunicazione mass-mediatica. La stessa tutela del paesaggio si dovrebbe avvalere gi da tempo dei programmi di visualizzazione satellitare del territorio, che permettono oramai di monitorarlo metro per metro. Davvero, smantellare lannoso fenomeno dellabusivismo edilizio, vera e propria piaga italiana, oggi apparirebbe un gioco da ragazzi se solo vi fossero la volont politica e il rigore necessario (la stessa severit con cui oggi lo Stato si abbatte come una scure sulle nostre tasche).
Considerare il turismo come priorit per il rilancio economico dellItalia sembra quasi banale. Ma purtroppo non scontato. Finch nellagenda della politica nazionale non comparir una tale priorit (e tuttoggi non compare), che fissi termini certi per il risanamento del territorio e per la tutela-valorizzazione del suo patrimonio ambientale e culturale, occorrer continuamente ricordarci che siamo il Paese di Michelangelo e Leonardo da Vinci e che i nostri beni storici, archeologici e paesistici non possono essere abbandonati a se stessi (pensiamo ai crolli di Pompei e allo scempio del Lago di Bolsena) ma che devono essere sorvegliati e ottimizzati in modo da produrre ricchezza per tutti e a lungo termine. Pensiamo alle eccellenze artistiche, storiche e paesaggistiche italiane lasciate al degrado o rimaste improduttive: quante sono? Pensiamo solo alle magnifiche ville venete, alle incisioni rupestri della Val Camonica, alle spettacolari necropoli dellEtruria, ai paesaggi e ai monumenti della Campagna Romana, ai siti archeologici e alle aree naturali del Sud. A volte si tratta di luoghi del tutto sconosciuti ancora completamente da valorizzare e mettere in sinergia, in altri casi si tratta di beni che ancor oggi attirano i turisti stranieri affascinati dalle parole entusiastiche dei viaggiatori del Grand Tour ma che non sono mai stati resi turistici; e allora, quanto potrebbero rendere in termini economici se adeguatamente recuperati e resi fruibili?
E per concludere, c anche un grande patrimonio umano e intellettuale che potrebbe essere utilizzato nella valorizzazione sistematica di tutti i nostri luoghi a vocazione turistica (sia essa reale e gi espressa o potenziale e ancora inespressa): quello dei tanti laureati in materie umanistiche, da sempre dimenticati da tutti e che invece potrebbero trovare finalmente una possibilit di lavoro allinterno di un serio progetto di salvaguardia, valorizzazione e promozione del patrimonio culturale italiano. Si parla sempre di sostenere la ricerca, intendendo per esclusivamente quella scientifica o tecnologica, e per di pi quella alle dipendenze delle aziende private e dei loro affari. Eppure in un Paese come il nostro la ricerca di tipo storico, letterario, artistico, naturalistico e archeologico o pi in generale quella relativa alla valorizzazione dei beni culturali e ambientali dovrebbe occupare un posto di primo piano. Un settore di ricerca, peraltro, a vantaggio della collettivit e non di pochi. Ma se nemmeno i tecnici al governo sanno concepire politiche adeguate al rilancio di tutte queste nostre ricchezze e potenzialit, a chi dobbiamo pi affidarci?



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