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Il Castello Alfonsino e il frastuono dell’'ignoranza
24-08-2012
Teodoro De Giorgio

Un acceso dibattito sta infiammando gli animi dei brindisini: quale deve essere la destinazione d’uso del Castello Alfonsino? Da una parte sono schierati coloro che si dicono fermamente favorevoli al suo impiego come contenitore per eventi come quello organizzato di recente, dall’'altra
coloro che propendono per un uso compatibile con la sua conservazione. I termini della questione, però, sono fondamentalmente sbagliati e per essere precisi la questione non si pone: un dibattito infatti, per essere tale, comporta un confronto – più o meno costruttivo – tra individui con
idee diverse riguardo a un problema che manchi di soluzione. Nel caso della destinazione d’uso del Castello Alfonsino questa soluzione esiste già ed è meticolosamente regolamentata dalla Legge.
Il sistema dei cosiddetti “beni culturali” in Italia è regolamentato, sin dal lontano 1939, da un elaborato complesso di leggi avanzatissime, frutto della tradizione italiana di tutela che è la più antica e la più solida del mondo, anche sotto l’aspetto giuridico. Il nuovo “Codice dei Beni
Culturali e del Paesaggio”, approvato con Decreto Legislativo numero 42 del 22 gennaio 2004, fissa le disposizioni da adottare in materia di tutela, di conservazione, di fruizione e di valorizzazione del patrimonio
culturale italiano. Qualsiasi decisione attinente la gestione di un bene culturale, sia esso un dipinto o un edificio, deve tassativamente rispettare quanto sancito dal nuovo Codice, da cui si apprende che la tutela di un bene precede sempre la sua fruizione e la sua valorizzazione e che non possono esservi fruizione e valorizzazione senza tutela. La
tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale, unite in modo inscindibile, «concorrono – come recita la Parte Prima, Articolo 1, Principio 2 del nuovo Codice – a preservare la memoria della comunità nazionale e del suo territorio e a promuovere lo sviluppo della cultura».
Spetterà allo Stato, alle regioni, alle città metropolitane, alle province e ai comuni assicurare e sostenere in primis la conservazione del patrimonio culturale e in secundis favorire la sua fruizione pubblica e la sua valorizzazione (cfr. Parte Prima, Articolo 1, Principio 3, nuovo Codice B.C.). Ma cosa si intende per valorizzazione di un bene culturale?
Forse organizzare eventi, non importa di che tipologia, che consentano al maggior numero di persone di conoscere e di accedere a un determinato luogo? No di certo. La valorizzazione, come stabilito dal nuovo Codice, consiste nel disciplinare le attività dirette a promuovere la conoscenza
del patrimonio culturale e nell’'assicurare le migliori condizioni di utilizzo e di fruizione pubblica di un bene; il tutto rigorosamente attuato «in forme compatibili con la tutela e tali da non pregiudicarne le esigenze» (cfr. Parte Prima, Articolo 6, Titolo 2, nuovo Codice B.C.).
Questo significa che i beni culturali, oltre a non poter essere distrutti e danneggiati, «non possono essere adibiti a usi non compatibili con il loro carattere storico o artistico oppure tali da recare pregiudizio alla loro conservazione» (cfr. Capo III, Sezione 1, Articolo 20, Principio 1, nuovo Codice B.C.).
Beni architettonici pubblici come il Castello Alfonsino di Brindisi, classificati di alto valore culturale e soggetti a elevato rischio di degrado, non possono dunque in alcun modo essere adibiti a contenitori, neppure occasionali, di eventi come quello organizzato di recente e questo
per ragioni di carattere etico e strutturale. Tralasciando l'’aspetto etico, su cui pure ci sarebbe da discutere (il nuovo Codice disciplina finanche le norme sulla concessione dei beni architettonici pubblici ai soggetti privati, disponendo che possano essere accordati esclusivamente
«per finalità compatibili con la loro destinazione culturale», cfr. Sezione II, Articolo 106, Principio 1, nuovo Codice B.C.), desidero porre l'’accento sui danni strutturali cui il bene è stato sottoposto: far accedere migliaia di persone (oltre 3000 le presenze registrate nella serata in oggetto) in un ambiente che ne può ospitare – come regolamentato dalla locale Soprintendenza – massimo 400, e diffondere in quell’ambiente
musica con decibel tanto elevati da far letteralmente vibrare le antiche strutture murarie, non può che avere effetti devastanti sulla salute e sulla conservazione del bene stesso. È doveroso, a questo proposito, soffermarsi ancora una volta sui danni arrecati dalle onde acustiche, anche a bassa frequenza, al patrimonio architettonico storico, specie se edificato come il bene in questione con mattoni in pietra porosa (carparo
rosso) e non in marmo, come nei casi – più volte inappropriatamente citati –dell'’Arena di Verona, del Colosseo o del teatro greco di Siracusa, monumenti che hanno saputo resistere al tempo e soprattutto ai romani.
Caratteristica dei mattoni in pietra porosa è il loro progressivo
sgretolamento con conseguente svuotamento, dovuto alla corrosione causata dal tempo, dagli agenti atmosferici, dall'’umidità, dalla salsedine e, non
in ultimo nel caso brindisino, dai fumi tossici provenienti dal vicino polo petrolchimico. A questo si aggiunga che nella darsena del Castello Alfonsino, vale a dire nel porticciolo interno, c’' è un sontuoso portale, sovrastato dagli stemmi della famiglia d'’Aragona, che si è quasi totalmente sgretolato (come documentano le fotografie allegate), ragion per cui da qualche anno è stato puntellato per l'’evidente rischio di crollo e che in presenza di onde acustiche tanto potenti avrebbe potuto
tragicamente rovinare sui numerosi giovani che nella serata dell’11 agosto u.s. vi transitavano sotto; giovani ai quali, come traspare dalle dichiarazioni degli amministratori locali, era dedicata quella famigerata serata.
Quanto accaduto a Brindisi è della massima gravità istituzionale perché sono state messe seriamente e deliberatamente a repentaglio la conservazione e l’immagine del Castello Alfonsino, oltre che l'’incolumità delle persone. Un fatto che non ammette scusanti, soprattutto perché le autorità locali sono palesemente venute meno all'’obbligo di garantire la sicurezza e la conservazione dei beni culturali di loro appartenenza,
secondo quanto decretato dal nuovo “Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio”: «Lo Stato, le regioni, le città metropolitane, le province e i comuni assicurano e sostengono la conservazione del patrimonio culturale» (cfr. Parte prima, Articolo 1, Principio 3, nuovo Codice B.C.) e «lo Stato, le regioni, gli altri enti pubblici territoriali nonché ogni altro
ente ed istituto pubblico hanno l’obbligo di garantire la sicurezza e la conservazione dei beni culturali di loro appartenenza» (cfr. Sezione II, Articolo 30, Principio 1, nuovo Codice B.C.) e di «limitare le situazioni di rischio connesse al bene culturale nel suo contesto» (cfr. Sezione II,
Articolo 29, Principio 2, nuovo Codice B.C.).
Per fare maggiore luce sulla vicenda e per impedire che l’evento possa essere incautamente riproposto, ho ritenuto doveroso, avendo personalmente preso parte alla serata incriminata, informare dettagliatamente il Ministro per i Beni e le Attività Culturali, prof. Lorenzo Ornaghi, su quanto accaduto presso il Castello Alfonsino di Brindisi, allegandogli
finanche le dichiarazioni rilasciate in merito dagli amministratori locali favorevoli all'’iniziativa, che hanno parlato di «serata ben riuscita», di «operazione riuscita», di «fatto sicuramente positivo», ammettendo pubblicamente di non essersi opposti all'’iniziativa, ma di averla, al
contrario, favorita, perché – come ha affermato il vicesindaco di Brindisi all’indomani dell’evento – «il vero oltraggio è l’inedia [sic] in cui è stato abbandonato quel bene di assoluta bellezza».



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