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Nuove alleanze per Arzachena. La “cultura della tutela”: i beni culturali e la loro storia
26-12-2012
Paolo Coen

Propongo alla redazione di “Patrimonio SOS” l’intervento letto nel convegno Nuove alleanze per Arzachena, svoltosi ad Arzachena il 12 dicembre 2012: l’intervento è stato discusso con Domenico D’Orsogna, Ordinario di Diritto amministrativo all’Università di Sassari e organizzatore del convegno, Jesús Prieto de Pedro, Direttore Generale nel Ministero dell’Educazione, Cultura e Sport in Spagna, e infine con Alberto Ragnedda, Sindaco del comune di Arzachena.



“Mare e cemento. Costa Smeralda: il cantiere dell’emiro”. Ecco il titolo di uno fra i molti articoli comparsi nelle ultime settimane sui quotidiani nazionali. Articoli che hanno naturalmente riportato sotto i riflettori la Costa Smeralda e il comune di Arzachena.

Ecco in sintesi la notizia: un gruppo internazionale di affari, che fa capo all’emiro Al Thani, ha in progetto di realizzare in Costa Smeralda un investimento edilizio dell’ordine di alcune centinaia di milioni, forse di un miliardo di euro.

La notizia, in attesa di verifica, pone una serie di domande. Già in sé, questo progetto deve considerarsi una minaccia per la tutela del paesaggio? L’Italia, specie in questo periodo, può rinunziare a occasioni di tale portata? Infine: esistono procedure, metodi, protocolli grazie ai quali è possibile affrontare situazioni del genere in termini corretti? E perciò ottenere esiti soddisfacenti?

Le domande chiariscono i termini della questione e portano dritti al cuore del nostro discorso. Ovvero: la necessità di conciliare lo sviluppo del territorio con le istanze teoriche e le ‘buone pratiche’ della tutela. Dove per tutela s’intende in termini culturali – e dunque al di là delle distinzioni normative – quel complesso di azioni volto a conoscere, conservare materialmente e garantire la pubblica fruizione del bene culturale. Intenzionalmente preferisco “pubblica fruizione” a “valorizzazione”, termine quest’ultimo ormai logoro per l’eccesso di abusi.

Un tema certo non nuovo, quello odierno. Il nostro paese, è cosa anche qui nota, vanta difatti una politica, anzi delle politiche di tutela ben radicate nella sua storia. Addirittura secoli prima che l’Italia si costituisse come nazione.

È di certo vero che specie negli ultimi anni l’impostazione tradizionale e il complesso giuridico-amministrativo che ne è derivato sono stati avvertiti dalla società civile come un limite, assai più che come un baluardo, un interlocutore tecnico-istituzionale. “Lo Stato in questo campo non esercita la sua potestà, non fa lo Stato” afferma in parole povere questa sostanziosa fetta di società civile. “Lo Stato non è capace di badare ai propri beni, che poi sono beni di tutti. Li manda allo sfascio o li chiude nei depositi. E per rendere le cose anche peggiori impedisce a chiunque di accedere ai beni stessi, anche quando sono chiusi nei depositi”. Non a caso questa impostazione tradizionale viene spesso bollata con l’etichetta del ‘partito del no’.

Da questo sentimento ampiamente diffuso, anche se – va aggiunto – non unanime, ha preso il via fin dagli anni Novanta del secolo scorso una serie di riforme d’indirizzo liberista, per semplificare i termini. Riforme diverse, eppure tutte indirizzate verso l’apertura, l’aggiornamento del sistema di tutela alle nuove istanze, alle nuove domande poste dalla società civile. Come ha ricostruito Salvatore Settis, queste riforme non possono qualificarsi attraverso un colore politico, laddove sono state promosse, con singolare continuità, dalla sinistra come dalla destra di governo. Questo indirizzo, questo vento era già presente nel 1993 nei provvedimenti dell’allora ministro Ronchey in materia di ‘servizi aggiuntivi’ all’interno dei musei dello Stato. Ha continuato a soffiare nelle riforme attuate dal ministro Urbani, da cui derivano il relativo codice e, a seguire nel Decreto Legislativo 152 del 2006 e successive modifiche relativo all’Ambiente.

È un indirizzo, mantengo la metafora, un vento che continua a soffiare e che stimo allo stato attuale difficilmente reversibile. Vi era un tempo in cui lo Stato era in grado di acquisire e mantenere quei beni che altri soggetti si rivelavano incapaci di gestire. I casi più frequenti erano palazzi o grandi complessi architettonici lasciati decadere da famiglie nobili o, in circostanze più rare, ordini monastici. Vengono subito in mente, fra i molti esempi possibili, il castello ducale di Aglié nel Canavese, a nord di Torino, ceduto dai duchi di Genova negli anni Sessanta del ventesimo secolo e ancor oggi di competenza della Soprintendenza ai Beni Architettonici del Piemonte. Oppure, stavolta nel sud, la certosa di Padula, nell’estrema propaggine della provincia di Salerno, quasi al confine con la Basilicata. Un cantiere immenso, quello di Padula, che, colpito dal terremoto degli anni Ottanta e perciò gratificato da finanziamenti eccezionali per il restauro architettonico, divenne per alcuni anni un esperimento pilota, quasi una bandiera del Ministero.

Segnali non migliori arrivano dalle Regioni. Certo, le Regioni hanno svolto, svolgono e forse svolgeranno una parte attiva anche nella tutela. Ma se nel pieno dell’era Bossi qualcuno aveva supposto che potessero acquisire le funzioni delle Soprintendenze, fino a sostituirle, beh, lo stesso qualcuno è costretto adesso a ricredersi. Vedremo tra febbraio e marzo cosa sarà rimasto dell’edificio leghista. Tutto lascia supporre, in ogni modo, che il loro ruolo anche in questo campo vada ad indebolirsi.

Nel suo insieme, questo mondo volge al passato. Sembra quasi lontano anni luce. La realtà di molte Soprintendenze di oggi consiste dai problemi per pagare le bollette della luce, dei telefoni e del riscaldamento. Quella del Ministero Centrale – è notizia che circola con insistenza durante gli ultimi mesi – nella messa in mobilità di alcune decine fra dirigenti di prima e di seconda fascia. C’è chi dice quaranta; altre stime parlano di sessanta. Vedremo alla fine quanti saranno.

Uno dei sintomi più chiari della tendenza attuale è la serie di fondazioni o consorzi museali costituiti o partecipati sorti negli ultimi anni con l’obiettivo di gestire beni tecnicamente di proprietà demaniale. La formula ha avuto il suo laboratorio a Torino. Mi riferisco al Museo Egizio e al Consorzio della Venaria Reale. Ha poi preso piede in Lombardia, nella Villa Reale di Monza; qualche mese or sono, nel maggio del 2012, è stata applicata per la prima volta a un altro, grande museo: la Pinacoteca di Brera. Vi è motivo di credere che la stessa formula con pochi cambiamenti possa estendersi ad altri musei cardine dello Stato posti a Roma, Venezia e Firenze: o, se non altro, a quelli capaci di garantire margini di profitto. Al recente meeting Florens 2012 esattamente questi sono stati i binari lungo i quali è corso il dibattito sugli Uffizi tra il sindaco e allora candidato alle primarie del Partito Democratico Matteo Renzi e la soprintendente al Polo Museale Cristina Acidini a proposito degli Uffizi. Un dibattito com’è logico molto acceso, dati i termini della questione.

Ironicamente, persino i più agguerriti del partito che ci ostiniamo a chiamare ‘liberista’, persino quanti parlano dei beni culturali in via del tutto economicistica, come se fosse il ‘petrolio’ d’Italia – si trovano costretti ad ammettere che l’esistenza di questo ‘petrolio’ si deve alla struttura tecnico-amministrativa in vigore. Ovvero a quella struttura che fa capo al Ministero per i Beni e le Attività Culturali e che si articola a livello periferico attraverso le Soprintendenze. Perché, se non altro a titolo di mera onestà intellettuale, solo grazie ad essa in Italia è ancora possibile parlare di ‘tutela integrata’. Esagero: se l’Italia è in qualche modo ancora ‘il Bel Paese’.

Un discorso serio e quel che più conta pragmatico deve essere perciò in grado di superare le conflittualità, le sclerosi – talora di natura ideologica o peggio etica – che spesso vedono contrapposti questi due partiti, il partito dello sviluppo e il partito della conservazione a tutti i costi. Una sintesi può e deve risiedere nella ricerca comune della qualità. Una qualità eco-sostenibile ed antropo-sostenibile. Questa ricerca può schematizzarsi in tre punti. Il primo: ricerca della qualità dell’opera, del progetto urbanistico e del progetto architettonico, fino al design. Secondo punto: ricerca della qualità di vita delle persone che debbono vivere in quel determinato contesto. Terzo ed ultimo punto: ricerca di una piena e razionale sostenibilità dell’opera all’interno dell’ecosistema individuato.

Stabilito il cosa, viene adesso il come. Ovvero: come perseguire in concreto questo valore comune?

Va innanzitutto fissato il quadro legislativo. Il punto di partenza di un discorso del genere deve nascere dalla storia della tutela e dalle regole che ne sono scaturite. Regole che, come si è in parte accennato, sono a loro volta il frutto di una vicenda sedimentata. Non è possibile cambiare le regole in corsa per adattarle a situazioni, a obiettivi di volta in volta diversi. Questa moda, pure largamente adottata in passato, magari – perché no? – con intenzioni oneste, si è rivelata controproducente, nociva. Sempre. Le iniziative, come ho in parte premesso, dovranno perciò mantenersi accostate al dettato del codice Urbani e del decreto sull’ambiente 152/2006. Penso in particolare a quanto fissato all’articolo 2 del 152/2006, che va sotto l’etichetta “Finalità”. L’obiettivo primario consiste – cito alla lettera – nella “promozione dei livelli di qualità della vita umana, da realizzare attraverso la salvaguardia ed il miglioramento delle condizioni dell'ambiente e l'utilizzazione accorta e razionale delle risorse naturali”. Sottolineo le due parole chiave: “salvaguardia” e “miglioramento”.

Conciliare, tenere uniti sviluppo e tutela del territorio significa anche sapersi dotare di strumenti culturali, di capitale umano all’altezza degli obiettivi prefissati. I patti vanno stabiliti fra pari. Questi strumenti possono assumere in concreto le forme di commissioni, o di comitati costituiti da varie professionalità di livello internazionale, da rinnovarsi periodicamente. Queste commissioni offrono la possibilità di interagire con i vari partner, anche potenziali, che di volta in volta si presentano alla porta; valutandone le proposte in termini culturali. Da pari a pari.

È altresì auspicabile che non si rimanga seduti; ovvero che si possano elaborare in via preventiva delle linee guida, in grado di individuare per tempo cosa si può, si potrebbe concretamente fare e soprattutto come farlo. Benvenuti siano in tal senso gli studi di fattibilità e concorsi per idee. Questo genere di operazioni sono spesso bollate dal cosiddetto ‘partito del no’, con l’accusa di costituire una sorta di lasciapassare, di cavallo di Troia, in vista di future speculazioni. Al di là di moralismi facili e bigotti, i concorsi per idee presentano dei vantaggi indiscutibili. Costano poco, in quanto per definizione si tratta di idee; mettono in luce i sentieri dove far correre il progetto, evidenziandone in anticipo estensioni e limiti; costituiscono un formidabile veicolo promozionale per lo sviluppo. Infine e soprattutto. Innalzano immediatamente il tasso di funzionalità, razionalità e qualità complessivo. A patto che siano fatti bene e fatti prima – sottolineo – prima che partner grandi o piccoli bussino alla porta ed effettuino pressioni. A posteriori, è logico, tutto diviene difficile.

Conciliare lo sviluppo e tutela del territorio porta dunque pressoché in automatico a ragionare per progetti, a creare una cultura del progetto. Il contrario di questo modo di pensare è la sotto-cultura del finanziamento. La chiamo sotto-cultura perché, in vista del processo che ho sommariamente descritto, condanna anche psicologicamente i vari soggetti alla trincea, alla diffidenza, a un perenne fronte autodifensivo.

La conclusione di questo breve discorso riporta una volta di più alla cronaca. Da Arzachena sposto l’obiettivo a un altro dilemma del moderno sud Italia. L’ILVA di Taranto. Quella dell’ILVA è un’esperienza obiettivamente terribile. In apparenza molto diversa dalle spiagge incontaminate della Sardegna, dal jet set internazionale e dalle proposte degli Emirati Arabi. Eppure Taranto può insegnarci qualcosa anche sulla Sardegna, a patto di saperne cogliere il messaggio. L’ILVA ci trasmette con chiarezza quali strade si possano imboccare quando il rapporto fra privato e pubblico si traduce in una governance incapace di porre – in primo luogo a sé stessa – una logica forte e culturalmente onesta. Ci mostra, con evidenza drammatica, cosa succede quando le due logiche, quella del lavoro, dello sviluppo e quella dell’ecologia, della salute dell’Uomo e del territorio, dell’ambiente, prendono direzioni prive di una reciproca solidarietà.

Propongo un ultimo caso, anche qui estrapolato dalla cronaca e in apparenza distante dalla Sardegna. I lavori effettuati su Londra in vista delle Olimpiadi. Dove i due parametri sono stati tenuti singolarmente uniti. Torniamo in Italia. Almeno per la Sardegna, per Arzachena, diamo una volta per tutte un senso moderno alla questione. Bene: il senso moderno di un processo del genere, ripeto, è che l’Italia tutta riesca ad avviare, anche – perché no? – con il finanziamento di soggetti privati processi virtuosi, che superino gli steccati, i paletti e si traducano in sintesi positive.



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