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Un punto darrivo, un punto di partenza. Discutendo di Paesaggio Costituzione cemento
31-12-2012
Luigi Piccioni



1. Le ragioni di un successo
Paesaggio Costituzione cemento di Salvatore Settis, uscito alla fine del 2010 , ha rappresentato un evento sotto vari profili. Le recensioni sono state numerose e autorevoli, lo storico dellarte ha avuto pi volte lonore di uno spazio televisivo di prima serata, il libro stato presentato in molte citt italiane, con notevole richiamo di pubblico e relatori importanti. Che ci sia potuto avvenire per unopera densa e di argomento non propriamente popolare rende levento ancora pi significativo. Le ragioni di tale successo sono diverse. Il personale prestigio di Settis ha avuto un indubbio peso: studioso tra i pi apprezzati a livello internazionale, editorialista per quotidiani nazionali come la Repubblica e il Sole 24 Ore, a lungo direttore della Scuola Normale Superiore e del Getty Research Institute di Los Angeles, presidente dal 2007 del Consiglio superiore dei beni culturali e paesaggistici fino alle polemiche dimissioni del 2009, autore nel 2002 di un altro pamphlet anchesso estremamente fortunato . Tutti gli interventi di Settis si segnalano del resto per un peculiare equilibrio tra solidit dellinformazione, rigore argomentativo, lucidit di prospettiva e una severa vis polemica che non mostra riguardi per nessuno. Paesaggio Costituzione cemento, cui ha pure giovato la collocazione editoriale presso Einaudi, giunto inoltre in una fase molto calda per il paesaggio italiano, segnata da un lato da eventi emblematici come il Piano casa, avvertito da molti come consacrazione definitiva della deregulation urbanistica in corso da un ventennio, e dallaltro da una fioritura di iniziative dal basso contro il degrado del territorio che non si vedeva forse dagli anni settanta.

2. Unopera bicefala e le sue radici pi lontane
Tanto quegli eventi quanto queste mobilitazioni vengono pienamente assunti nel libro e contribuiscono a forgiare unopera particolare, pi complessa rispetto a Italia S.p.A., nella quale si confrontano e si compenetrano due dimensioni di solito piuttosto distanti: quella del pamphlet severo, a forte caratura civica, e quella del saggio scientifico ricco e denso. Ma larchitettura complessa del ragionamento, fondata su una ricognizione storica ampia, approfondita e con ampi spiragli di originalit, in effetti uno strumento imprescindibile della denuncia e della chiamata allimpegno civico. Paesaggio Costituzione cemento il punto di approdo di un percorso che Settis ha intrapreso a partire dal proprio specifico, quello dei beni culturali, allinizio del decennio scorso. Italia S.p.A. Lassalto al patrimonio culturale era un agile ma circostanziato grido dallarme sul rapido degenerare delle politiche statali nel settore, dovuto indistintamente tanto ai governi di centro-sinistra quanto a quelli di centro-destra. Il suo dito era puntato in particolare su un incalzante succedersi di provvedimenti legislativi che dal 1998 al 2002 avevano stravolto e minato lassetto sia teorico che pratico della tutela italiana dei beni culturali. Il centro-sinistra aveva iniziato lopera con lattribuzione al ministero dei Beni culturali di improprie competenze su sport e spettacolo (governo Prodi, ministro Veltroni), la scissione delle competenze su tutela e valorizzazione tra Stato ed enti locali (dl. 112/1998, ministro Veltroni), la possibilit da parte del ministero del Tesoro di vendere immobili di valore artistico a societ per azioni (Finanziaria 1999, governo DAlema), la riforma Veltroni-Melandri delle Soprintendenze, la riforma del titolo V della Costituzione (governo Amato, 2001) che devolveva
alle Regioni ulteriori competenze sui beni culturali e ambientali. In questo modo al suo ritorno, nel 2001, Berlusconi aveva trovato la strada spianata per stravolgimenti ancor pi radicali contenuti principalmente nella Finanziaria 2002 che prevedeva la concessione a privati della gestione dei beni culturali pubblici e nel decreto Tremonti (l. 112/2002) con il quale veniva definitivamente sancita la possibilit da parte dello Stato di alienare tutto il proprio patrimonio senza alcuna distinzione tra patrimonio immobiliare e culturale e tra patrimonio disponibile e indisponibile, mettendo in capo al ministero delleconomia un ampio potere discrezionale al riguardo. Lattacco, di fatto bipartisan, ai cardini stessi dei principi di tutela consolidatisi nel corso del Novecento era talmente grave che Settis aveva sentito la necessit di reagire con un circostanziato atto di denuncia e con un appello a reagire rivolto anzitutto alla generalit dei cittadini, primi danneggiati da questi provvedimenti. La forza della denuncia di Settis stava gi allora nella complessa architettura argomentativa. Nel piccolo volume Settis metteva a frutto non soltanto una lucida passione civica ma anche una visione di lungo periodo delle culture italiane della tutela, una conoscenza approfondita delle problematiche giuridiche e amministrative del settore, una grande capacit di guardare oltre i confini nazionali e soprattutto unesperienza diretta nel campo della gestione privata statunitense dei beni culturali grazie alla direzione del Getty Museum, gestione tanto invocata in Italia quanto misconosciuta nei suoi effettivi meccanismi. Settis, confortato dalla decisione del ministro Urbani in controtendenza rispetto allispirazione del proprio stesso governo di nominarlo nel gennaio 2004 membro di un ristretto consiglio scientifico per la tutela dei beni culturali e paesaggistici appena creato, pubblica su Micromega un ampio Programma per i beni culturali nel quale riprende gran parte delle linee argomentative del libro e le declina in forma pi immediatamente propositiva . Sia in Italia S.p.A. che nel Programma largomentazione basata su alcune premesse di fondo. La prima che in termini strettamente economici profondamente sbagliato ragionare del valore del patrimonio artistico-culturale focalizzando lattenzione sul singolo bene e sugli introiti immediati che da esso possono derivare. Ci dipende dal fatto e siamo alla seconda premessa che una peculiarit europea ma soprattutto italiana lesistenza di un continuum territoriale che lega le opere nei musei a quelle nelle chiese e nei palazzi, alle architetture, agli impianti urbani; che lega luna allaltra citt e paesaggi, la lingua della letteratura e la cultura dei cittadini; e che questa unicit va coltivata sia perch riguarda lidentit nazionale come bene prezioso da non perdere, sia in quanto importante fattore di attrazione e di competitivit . Il bene singolo, insomma, vale anzitutto nella sua qualit di elemento di un ricco contesto storico-ambientale e da questo contesto esso ricava il suo valore effettivo anche in termini economici, valore ben maggiore di quello ricavabile da una sua pura e semplice vendita sul mercato. Terza premessa: proprio da questa consapevolezza, come dalla consapevolezza di tutti gli altri valori in gioco nel caso del patrimonio (spirituali, culturali, identitari), deriva una grande tradizione italiana della tutela, unica per antichit, per continuit storica, per centralit nel sistema giuridico nazionale e per rigore dei principi fondanti (tutela di tutto il patrimonio culturale, propriet pubblica e inalienabile di parti significative di esso). Una tradizione che va riscoperta e valorizzata anche nei suoi aspetti genealogici, riservando quindi un forte interesse per la storia della legislazione .

3. Le sue radici pi prossime: la svolta paesaggista
In questa elaborazione, che gi prefigura un impianto che Settis continuer ad utilizzare anche negli anni a venire, il paesaggio non trova sostanzialmente spazio. Nel fuoco della battaglia contro le pericolose politiche tremontiane, infatti, il patrimonio culturale finisce di necessit con lessere costituito essenzialmente dai beni storico-artistici. Esso tuttavia non del tutto assente dalle preoccupazioni dellautore, tanto vero che nellaprile del 2003 egli conviene pienamente con chi lo sta intervistando che
sono i nostri paesaggi la parte di patrimonio pubblico che rischia di diventare la principale vittima designata della svendita, soprattutto perch [...] noto che la gestione diretta di un monumento non diventa mai fonte di profitto per i privati, mentre
la speculazione sul territorio, magari per scopi turistici, promette ben altri guadagni .
Detto questo, per anche interessante notare come in questa fase Settis si opponga fermamente alle rinnovate proposte di modifica dellarticolo 9 della Costituzione tendenti a integrare il richiamo al paesaggio con uno riguardante pi specificamente lambiente . Il suo ragionamento si basa su una preoccupazione molto pratica, quella cio di impedire che lintroduzione di finalit attorno alle quali nel corso degli anni si creata una fortissima concorrenza tra Stato e Regioni finisca con lindebolire irrimediabilmente lefficacia dellarticolo stesso, tanto pi che finora la Corte Costituzionale ha finito sempre col riconoscere la competenza preminente dello Stato in materia di paesaggio. E, osservata pi da vicino lorigine di alcune delle proposte di integrazione, si tratta molto probabilmente di una preoccupazione giustificata. Ma non difficile vedere tra le righe dellarticolo una sottile diffidenza verso le varie accezioni di ambiente e una tendenza a subordinarle strategicamente al concetto di paesaggio e al suo retroterra anzitutto patrimoniale e cultural-identitario.
Come che sia, il periodo successivo alla citata intervista a Settis del 2003 segnato dalladozione (2004) del Codice dei beni culturali e del paesaggio e dalle sue importanti modifiche del marzo 2006 e del marzo 2008. Tutti provvedimenti che devono molto al contributo dello stesso Settis divenuto anzi dal 2007, per volere di Francesco Rutelli, presidente del Consiglio Superiore dei Beni culturali e paesaggistici. Ma, come si gi accennato, questi sono anche gli anni in cui grazie allassestamento dellegemonia politico-culturale berlusconiana la deregulation urbanistica fa grandi passi in avanti fino a sfociare nel devastante quanto emblematico Piano casa mentre sul versante opposto si assiste a un ritorno di sensibilit diffusa e di mobilitazione per la salvaguardia del paesaggio e del territorio. Esemplare di questo ritorno appare in particolare la nascita di uno strumento telematico agile e reattivo ma al tempo stesso polivalente e articolato come il sito web Eddyburg curato a partire dal 2003 su base volontaria da Edoardo Salzano con lausilio di una ramificata rete di collaboratori tra cui spiccano in particolare Maria Pia Guermandi, Vezio De Lucia, Paolo Berdini, Piero Bevilacqua e Lodo Meneghetti. Molti altri esempi potrebbero tuttavia essere fruttuosamente citati, e Settis stesso avr modo di farlo generosamente in Paesaggio Costituzione cemento . proprio in questa temperie che il campo visuale di Settis si allarga progressivamente fino ad attribuire alla questione del paesaggio una centralit che nel 2003 era chiaramente enunciata ma non ancora praticata .
Nel corso del 2007, investito dalla responsabilit della presidenza del Consiglio Superiore e dellopera di revisione del Codice dei beni culturali e del paesaggio, Settis inizia a replicare per il paesaggio lo schema operativo che era stato alla base di Patrimonio S.p.A.: unanalisi al contempo di grande respiro e di grande dettaglio finalizzata allintervento diretto che si fa pienamente carico dellintera storia italiana delle politiche di tutela.
Questa impostazione gi ben delineata in un articolo del 2007 su la Repubblica che contiene in embrione tutto lo sviluppo argomentativo di Paesaggio Costituzione cemento . Come nel caso di Patrimonio S.p.A., tuttavia, la spinta ad andare oltre la denuncia estemporanea viene da un repentino aggravarsi della situazione. Tra la fine del 2001 e la primavera del 2002 il casus belli era stato il gi citato uno-due a firma Tremonti costituito dallarticolo 33 della Legge Finanziaria 2002 e dal decreto del 15.4.2002 che istituiva la Patrimonio S.p.A., due contestatissime misure che andavano nella direzione di una sostanziale privatizzazione del patrimonio storico-artistico italiano negando cos una secolare tradizione di tutela.
A partire dalla primavera del 2009 lo sprone ad agire dato dal varo del citato Piano casa voluto da Berlusconi, un provvedimento per il rilancio delleconomia attraverso la ripresa delle attivit imprenditoriali edili che consente di aggirare i vincoli, le misure di pianificazione e di tutela e persino le semplici autorizzazioni normalmente vigenti nel caso si intenda ampliare o ricostruire un edificio. Il Piano, sia nella sua prima che nella seconda versione contiene anche misure di depenalizzazione degli illeciti e svuota di fatto i poteri delle Soprintendenze. Scrive a caldo Settis: Questa bozza di legge un condono ex ante, anzi non solo legittima e depenalizza, ma incoraggia ci che fino ad oggi reato, consegnando citt e paesaggio dellintero Paese al partito del cemento, al saccheggio di speculatori senza scrupoli, devastando senza rimedio borghi e campagne, persino lo skyline delle nostre citt .
nel fuoco di questo virulento attacco governativo al patrimonio paesaggistico, al territorio e allambiente ,al quale peraltro quasi tutte le Regioni mostrano di volersi associare senza particolari remore, che Settis decide di redigere un piccolo libro di battaglia sulla tutela del paesaggio .

4. Un ampio cuore storico e la sua funzione
Il risultato, che appare nelle librerie allinizio di dicembre 2010, non un piccolo libro bens un denso volume di oltre 300 pagine organizzato in sette capitoli. I primi due fanno un giro dorizzonte sulla situazione attuale del paesaggio italiano, sia dal punto di vista materiale che da quello politico-culturale, istituzionale e legislativo. Lultimo richiama alle ragioni e alla necessit della partecipazione popolare, a partire dai contesti locali e dallazione di base, alla tutela del paesaggio. I quattro capitoli centrali costituiscono invece unampia e approfondita ricognizione sulla vicenda della tradizione italiana della tutela del patrimonio a partire dai comuni medievali fino alle grandi tappe della legislazione novecentesca. La lunga narrazione storica non esornativa, ma esattamente come in Italia S.p.A. serve a dimostrare che nel nostro Paese la richiesta di tutelare con attenzione il patrimonio non una stravaganza di minoranze passatiste e un po snob, ma al contrario lespressione di una consapevolezza di lunga durata delleccezionalit del nostro patrimonio che ha trovato il modo di incarnarsi in una tradizione legislativa che ha saputo in pi occasioni essere allavanguardia nel mondo. Nel terzo capitolo vengono ripercorse le grandi tappe della tutela dei beni culturali in Italia, dalle concrete misure di tutela adottate dal medioevo sino alla met dellOttocento allaffermazione settecentesca delle idee di patrimonio e di museo, dallelaborazione di concetti cruciali come il concetto di pubblica utilit di ascendenza romana allinvenzione di strumenti operativi come il catalogo dei beni da tutelare.
Quello che Settis illustra un percorso segnato da profonde anche se non sempre consapevoli continuit e da un linguaggio condiviso nel tempo e nello spazio. Tale percorso finisce col delineare una tradizione italiana della tutela, cronologicamente antecedente a tutte le altre e per molti aspetti tra le pi avanzate. Tale tradizione trova per i primi ostacoli al suo pieno dispiegamento proprio al momento dellunificazione nazionale, per la difficolt ad armonizzare le legislazioni preunitarie, per larretratezza concettuale e operativa del Regno di Sardegna e per le saldissime convinzioni liberiste delle prime lites unitarie. La stasi in questo campo dura fino ai primi anni del Novecento quando, in modo estremamente esitante e faticoso, viene dapprima emanata una legge-quadro (1902) che lascia ampi varchi allarbitrio dei proprietari privati e successivamente una legge pi organica e restrittiva (1909), vero atto di nascita della disciplina nazionale italiana della tutela e madre di tutti i provvedimenti successivi, fino ad oggi. Oltre a questa primogenitura la legge del 1909 ha altri due aspetti interessanti. Il primo che essa afferma in modo chiaro la preminenza del principio di pubblico interesse rispetto alla propriet privata nel campo delle antichit e delle belle arti, anche se poi non passa in parlamento lessenziale principio complementare dellazione popolare.
Il secondo aspetto costituito dal fatto che la legge frutto del lavoro di un gruppo di funzionari, politici e giuristi emerso negli anni immediatamente precedenti (Rava, Ricci, Rosadi, Bernabei, Parpagliolo) e che forger tutte le politiche italiane di tutela dei due decenni successivi.
Questo lungo excursus sulla tradizione italiana della tutela dei beni culturali spiega Settis non una divagazione. Lidea che il paesaggio costituisca un tassello cruciale del patrimonio nazionale e i principi della sua tutela confermati in tutte le leggi successive e nella Costituzione stessa si affermano infatti in quegli stessi anni di primo Novecento, ad opera degli stessi personaggi, aderendo alla tradizione italiana della tutela e in un rapporto intimo con i provvedimenti riguardanti il patrimonio culturale. l, insomma, che secondo Settis vanno ricercate la filosofia e le radici storiche della cultura e della legislazione paesaggistiche italiane che attraversano il Novecento arrivando fino ai nostri giorni. Da l, e seguendo la stessa ispirazione, si dipanano la legge del 1922 sulle bellezze naturali, quindi il riordino legislativo voluto da Bottai tra la seconda met degli anni trenta e i primi anni quaranta e infine il cruciale riconoscimento della tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico nazionale tra i principi fondamentali della Costituzione. I tre capitoli che seguono sono di conseguenza dedicati a ricostruire la vicenda della legislazione italiana della tutela del paesaggio, dalla comparsa in Italia delle prime preoccupazioni ambientaliste, a cavallo tra Otto e Novecento, fino agli aggiornamenti del 2008 al Codice dei beni culturali e del paesaggio. Anche qui Settis raccoglie e intreccia in ununica narrazione diversi filoni di ricerca per mostrare come a un buon punto di partenza le leggi del 1922 e del 1939 siano seguiti esiti disomogenei, a volte caratterizzati da competenza e lungimiranza ma pi spesso da approssimazione e miopia. Ci che secondo Settis caratterizza questi cento anni un conflitto permanente tra la volont di affermare principi di tutela chiari e di renderli operativi in modo efficace e una tendenza opposta a rendere quanto pi inoffensiva possibile la tutela stessa. La prima tendenza si espressa chiaramente nella redazione dellarticolo 9 della Costituzione, nella Legge Galasso del 1985, in una serie di pronunciamenti della Corte costituzionale dagli anni settanta in poi e nel Codice del 2004 con le sue revisioni successive; la seconda ha trovato espressione anzitutto nel mancato raccordo tra la legge sulle bellezze naturali del 1939 e la legge urbanistica del 1942 e successivamente nellapplicazione parziale della stessa legge del 1939, nella mancata approvazione della riforma Sullo e nellingarbugliata e compromissoria devoluzione di competenze alle Regioni dopo il 1970, il tutto mentre alle classi dirigenti italiane mancava salvo rare eccezioni unidea alta della tutela e un respiro progettuale moderno al riguardo. Negli ultimi dieci anni il conflitto si se possibile inasprito ulteriormente giungendo a esiti schizofrenici come la parallela promulgazione del Codice dei beni culturali e del paesaggio, la proposta di riforma urbanistica Lupi e lavvio del Piano casa di Berlusconi. Questa dialettica illustrata da Settis grazie a una narrazione di grande dettaglio sostenuta da una visione coerente dei soggetti e degli interessi in campo, delle ricorrenze e delle novit e delle concrete conseguenze di ciascun atto.

5. Unoperazione concettuale forte, con qualche assolutizzazione e torsione interpretativa
Loperazione che sottende la narrazione chiara e ambiziosa: dare piena legittimit a un robusto regime di tutela radicandolo da un lato nella necessit di salvare il salvabile in un Paese di immense ricchezze devastato dalla rapacit e dallincuria e dallaltro in una grande tradizione nazionale di cura del bene pubblico che dal medioevo arriva al Codice passando per la pietra angolare dellarticolo 9 della Costituzione.
Scrive Settis: Lantico modello della conservazione contestuale del patrimonio culturale nel suo intimo legame col paesaggio potr ritrovare lo smalto e lo slancio richiesto dalle drammatiche circostanze che viviamo e dalla nostra responsabilit verso le generazioni future solo se sapremo misurarci con nuove domande e nuove tensioni senza perdere la nostra memoria storica e istituzionale. necessario saper innescare due processi culturali: il primo, del quale ho parlato, la piena consapevolezza storico-istituzionale della funzione civile e sociale della tutela del patrimonio [e del paesaggio]. Il secondo processo [...] la piena reintegrazione dei temi della tutela sulla frontiera dei grandi sviluppi culturali del nostro tempo .

La sfida di Settis e date queste premesse non pu essere diversamente passa per un largo e attento uso della ricerca storiografica, facendo confluire e portando a sintesi pi filoni di studi: quello sulle legislazioni preunitarie, quello riguardante le politiche patrimoniali nei Paesi stranieri e in particolare in Francia, quello pi recente riguardante la fissazione del canone legislativo italiano nei primi quaranta anni del Novecento, quello sulla genesi della Costituzione, sullarchitettura dei suoi articoli e sulle sue successive interpretazioni, e infine quello sulle problematiche relative alla ripartizione delle competenze tra organi centrali dello Stato e autonomie locali. In qualche caso, infine, Settis fa personalmente ricorso allarchivio nei casi in cui la letteratura non offra i raccordi logici e narrativi a lui necessari. La conseguenza che i quattro capitoli centrali finiscono col configurarsi come un vero e proprio manuale di storia della tutela italiana del patrimonio dal medioevo ai giorni nostri. Poich com del resto giusto in un libro di battaglia gli assunti teorici e politici di Paesaggio Costituzione cemento sono molto forti, Settis adotta qui e l delle assolutizzazioni e imprime delle torsioni analitiche che pongono dei problemi e meritano una discussione dalla quale possono derivare spunti per ulteriori ricerche e proposte politiche.

6. La nozione di paesaggio e la sua lunga crisi
Un primo problema dato dalla scelta di assolutizzare i valori della publica utilitas, del patrimonio, del decoro nazionale o quantomeno di attribuire loro una continuit storica tale da porli in una sorta di dimensione separata, scarsamente permeabile dai processi culturali e sociali.
I motivi di una scelta del genere si comprendono bene, e possono anche essere condivisi: giusto invocare e difendere tali valori mostrandone lantichit, il loro sistematico ripresentarsi nella storia italiana, la ricchezza di senso che hanno saputo via via sprigionare e le opere, materiali e morali, che hanno saputo generare. giusto e opportuno dimostrare come proprio nella nostra Penisola essi abbiano dato vita a esperienze legislative e amministrative pionieristiche e abbiano saputo creare approcci pi attenti che in altri Paesi. questa, lo abbiamo gi sottolineato, la via maestra per dimostrare che non si sta parlando di ubbie di lites passatiste ma al contrario di questioni vitali per il presente e il futuro del Paese. Ma per conoscere e combattere meglio le contraddizioni e le debolezze della tutela italiana necessario analizzare anche il contesto in cui i suoi valori sono nati e si sono consolidati e la loro evoluzione recente, tanto pi in una societ che ha sempre mostrato una grande resistenza a riconoscerli e a farli propri. Senza volersi addentrare in una pur legittima decostruzione di taglio etnografico delle categorie patrimoniali opportuno anzitutto sottolineare come accanto alla storia italiana della publica utilitas, del patrimonio e del decoro nazionale andrebbe ricostruita la storia di tutto ci che nel nostro Paese ha nel tempo congiurato in direzione opposta, dal particulare guicciardiniano al tetragono laissez faire postunitario sino alla proclamazione berlusconiana dei padroni in casa propria.
Per quanto riguarda latteggiamento degli italiani verso la natura, ad esempio, va dato merito a Piero Bevilacqua di aver tentato un abbozzo di analisi strutturale e di lungo periodo che desse conto anche di sentimenti radicati come lindifferenza e lostilit .
Lutilit di unanalisi del genere per quanto riguarda il patrimonio artistico, monumentale e urbanistico non sarebbe certo inferiore. tuttavia possibile tentare anche un elenco, per quanto sommario e provvisorio, di elementi di non cos lunga durata, pi congiunturali. Un colpo estremamente serio alla legittimazione pubblica delle politiche patrimoniali venuto ad esempio dal declino delle culture nazionaliste. Le ideologie adottate dalle borghesie ottocentesche nellambito dei vari processi di nation building e le pedagogie popolari che ne erano derivate avevano costituito il perno attorno al quale erano state costruite le politiche patrimoniali, non solo nel campo dei beni storico-artistici ma nella maggior parte dei casi anche nel campo dei beni paesaggistici e ambientali .
Dopo il 1945 il nazionalismo viene considerato non a torto responsabile diretto tanto delle due guerre mondiali quanto della crisi economica degli anni trenta e delle dittature fasciste cosicch le culture politiche predominanti in Europa tendono a ripudiarlo per abbracciare una visione cooperativa e universalista , in armonia peraltro con lo spirito che anima la neonata Organizzazione delle Nazioni Unite e che animer le sue successive dichiarazioni, a partire da quella universale dei diritti delluomo approvata nel 1948.

Per quanto il sentimento di appartenenza nazionale non scompaia n nelle retoriche istituzionali n nella sensibilit popolare, la sottolineatura dellunicit del proprio Paese e del suo destino storico e il forte richiamo alla conservazione dellidentit nazionale si affievoliscono sensibilmente. La centralit della tradizione, il culto di una identit basata su un patrimonio collettivo proveniente da un tempo remoto vengono progressivamente corrosi e resi marginali dalla crescente centralit simbolica del consumo e soprattutto dei consumi pi moderni, cio pi innovativi e a maggior contenuto tecnologico .
Grazie alla rapida crescita del dopoguerra si verificano inoltre in molti Paesi europei profonde trasformazioni economiche che sconvolgono e in qualche caso cancellano gerarchie spaziali, sociali e culturali consolidatesi nel corso dellOttocento e della prima met del Novecento ; anche questi cambiamenti fanno sentire il loro peso su una concezione del patrimonio che era nata allinterno di una sensibilit alto-borghese e che della borghesia rifletteva cultura e ideali .

Nel fuoco di tutte queste trasformazioni la legittimazione sociale di alcuni dei pilastri su cui era stata fondata la moderna idea di patrimonio (storico-artistico o ambientale che fosse) si indebolisce, la loro visibilit si appanna cosicch la necessit stessa della tutela finisce in molti casi per smarrirsi. Tanto pi in un Paese come lItalia, dallidentit nazionale tarda, incompiuta e sempre fragile.
Ancor pi congiunturali, per cos dire, sono alcuni fattori di crisi entrati in gioco pi recentemente. Quello che Settis definisce ad esempio lappiattimento sui livelli pi bassi delle culture sociali stato un processo che ha trovato forse proprio in Italia la sua consacrazione pi alta grazie al berlusconismo , con riflessi culturali e istituzionali di grande portata. N possono essere sottovalutati i riflessi di un processo molto pi onnipervasivo come la progressiva affermazione delle politiche neoliberiste, avviatosi alla met degli anni settanta e che proprio con la crisi economica iniziata nel 2008 sta dispiegandosi pienamente. Tali politiche tendono a svuotare quasi completamente se non completamente lintervento pubblico non soltanto nel campo dei settori economici direttamente produttivi ma anche nel campo del welfare, della formazione, della cultura, delle infrastrutture, perseguendo al contempo la privatizzazione di gran parte dei servizi tradizionalmente esercitati dal pubblico, la drastica riduzione del carico fiscale, il controllo diretto da parte delle imprese di settori chiave delle istituzioni e una sorta di spietato darwinismo economico prima ancora che sociale per cui tutto ci che non in grado di stare sul mercato con le gambe proprie deve senzaltro scomparire.
Quanto Settis denunciava nel 2002 in Italia S. p. A. non era altro che una manifestazione italiana dellaffermazione di questo paradigma planetario . Ma non basta. Il dilagare pressoch incontrastato del paradigma e delle pratiche neoliberiste al tempo stesso effetto e causa di un progressivo indebolimento della sovranit politica nazionale incarnata dalle assemblee elettive, un fenomeno che ha finito a sua volta col mettere in crisi la funzione e il funzionamento dei partiti politici di massa, grandi protagonisti dellera keynesiana. Il progressivo ridursi dei partiti a veicoli di ristretti gruppi di interesse, la rinuncia ad essere strumenti di organizzazione e di educazione popolare e la loro perdita di orizzonte progettuale sono tutti fenomeni che pongono unulteriore ipoteca sulla possibilit di realizzare politiche di tutela efficace e di immaginarne di innovative.

7. Quale conflitto tra paesaggio e ambiente?
Gran parte dei fattori di crisi appena elencati non vengono presi in considerazione da Settis, che dedica invece ampio spazio a un fenomeno che ha avuto anchesso un grande peso nel rimettere in discussione il concetto di paesaggio e limpianto teorico delle politiche italiane di tutela affermatesi negli anni 1905-48: lemergere, dalla met degli anni sessanta in poi, dellambientalismo e del concetto di ambiente. Settis non nega lestrema rilevanza della questione ambientale, quali che siano i contorni e i contenuti che le si vogliano attribuire, ma in vari punti del testo emerge una sua larvata sottovalutazione e un senso di disagio nei suoi confronti che avevamo gi intravisto nellostilit del 2003 allintegrazione dellarticolo 9 della Costituzione. Questo disagio finisce involontariamente col trasparire gi nel lessico, quando Settis proprio in apertura del capitolo riguardante i rapporti tra paesaggio, territorio e ambiente si lascia sfuggire che lendemico conflitto di competenze tra Stato e Regioni non il solo nemico del nostro paesaggio perch ad esso vanno aggiunti il progressivo emergere della nozione di ambiente e, in anni pi recenti, il rapporto fra la normativa italiana e la Convenzione europea sul paesaggio . In un senso molto specifico Settis ha certamente ragione, e ne ha forse ancor pi di quanto egli stesso non riesca a vedere. ben vero che nella temperie politica e culturale degli anni sessanta-settanta la nozione quantitativa di ambiente finisce col riscuotere un successo molto maggiore di quella di per s essenzialmente qualitativa di paesaggio fino alla tentazione di sussumere la seconda allinterno della prima, ma per ragioni che non hanno a che vedere con una pretesa imperialista degli ambientalisti e solo in qualche sporadico caso con la volont delle Regioni di aggirare il controllo statale mediante il grimaldello di una nozione giuridicamente non ancora ben definita.
Coerentemente con questultima lettura Settis dedica ampio spazio a una vicenda che nella realt ebbe tutto sommato scarsa rilevanza, cio la presentazione nel 1973 della relazione Tecneco (gruppo Eni) sulla situazione ambientale del Paese. In quelloccasione si sarebbe verificata secondo Settis una sotterranea, inconfessata convergenza Eni-Pci affinch la nuova nozione di ambiente, proprio perch ancora indeterminata e senza un contenuto giuridico definito, potesse funzionare come una sorta di magnete, annettendosi di fatto [] le materie dellart. 9 Cost. (paesaggio e beni culturali) .
La conclusione , se possibile, ancor pi drastica: La nozione giuridica di ambiente, ancora in formazione, venne dunque intesa allora come il grimaldello col quale si potesse forzare la magica porta oltre la quale territorio e urbanistica, diventati tuttuno, potessero di fatto ingoiare il paesaggio senza nemmeno dirlo esplicitamente.
Nellampia discussione della relazione Tecneco, relazione che non ebbe peraltro alcun seguito, Settis sottolinea a pi riprese il misconoscimento dellarticolo 9 della Costituzione attribuendolo a una precisa volont di metterlo tra parentesi, mettendo cos in un angolo sia la centralit del paesaggio sia le competenze statali al riguardo. Ma la profonda crisi incontrata dalla nozione costituzionale di paesaggio tra gli anni sessanta e settanta non ragionevolmente imputabile a una consapevole volont annessionista del nascente ambientalismo oppure alle sole mire delle Regioni sulle attribuzioni di competenza. Come ho cercato di mostrare pi sopra quella crisi aveva radici culturali ben pi profonde, radici che si intrecciavano perversamente con la spinta possente, disordinata e vorace alledificazione innescata dal miracolo economico.

8. Un caso esemplare: Antonio Cederna 1975
Una manifestazione particolarmente significativa di quella crisi leggibile proprio in un personaggio che stato un antesignano nel riuscire a imporre la questione della tutela del patrimonio storico-artistico e del paesaggio come grande questione politica nazionale: Antonio Cederna. Anche il giornalista lombardo partiva da una formazione archeologica; anche per lui i primi interessi nel campo della tutela hanno riguardato i beni storico-artistici; anche lui ha avuto in Italia Nostra la prima sponda associativa importante, nella quale pure ha giocato un ruolo assai significativo. Ma Cederna ha avuto anche la capacit di fare in se stesso, e con decenni di anticipo , ci che in Paesaggio Costituzione Cemento viene considerato un passaggio strategico, ancora tutto da compiere: lassunzione di paesaggio, territorio e ambiente in un unico orizzonte, cognitivo e politico.
Nel Cederna della met degli anni settanta, lo stesso che contribuisce assieme a Italo Insolera e a Fulco Pratesi a un volume Mondadori sulla difesa del territorio , il giudizio sulla nozione di paesaggio e la percezione delladeguatezza dellarticolo 9 della Costituzione appare quasi agli antipodi rispetto al Settis di trentacinque anni dopo, nonostante gli obiettivi pratici e le aspirazioni civiche siano esattamente gli stessi.
Tra i testi di Cederna ce n uno che illustra particolarmente bene i contorni del dissidio che in quegli anni opponeva la nozione di paesaggio e quella di ambiente: lintroduzione a La distruzione della natura in Italia , fortunata raccolta di articoli uscita anchessa per i tipi di Einaudi. Qui viene affrontata cosa allepoca ancora piuttosto rara una questione che negli anni seguenti verr ripresa molte volte e che alla fine risulter centrale nellargomentazione di Settis: la storia, il significato e il ruolo dellarticolo 9 della Costituzione.
Anche per Cederna il problema individuare le radici culturali e giuridiche dello sfacelo del Bel Paese che vengono rinvenute non in un vuoto giuridico come allepoca si tendeva facilmente a pensare bens in una mancanza di leggi moderne perversamente accoppiata allesistenza di leggi anacronistiche. La legge anacronistica qui proprio la legge Bottai del 1939, colpevole in sostanza di avere come oggetto le bellezze naturali in unaccezione in cui la bellezza tende a vanificare la natura.
Scrive Cederna: Per essa infatti le localit da proteggere sono quelle che si distinguono per la loro non comune bellezza, che compongono un caratteristico aspetto avente valore estetico e tradizionale; e le bellezze panoramiche sono considerate come quadri naturali da tutelare soltanto nel loro esteriore aspetto. cio una legge tutta impostata su criteri esclusivamente estetici e formalistici, che par fatta apposta per favorire apprezzamenti soggettivi, quindi arbitrari e discrezionali, rendendo impossibile ogni valutazione certa. Per di pi la scelta delle zone da vincolare affidata a una commissione provinciale composta, secondo i criteri corporativi dellepoca, da rappresentanti delle categorie interessate (industriali, agricoltori, commercianti), interessate cio a tutto fuor che alla conservazione di quelle bellezze. Ad essi viene aggiunto un artista (!): risultano accuratamente esclusi tutti i competenti in materia, naturalisti, ecologi, botanici, geologi, zoologi, paesaggisti, urbanisti, sociologi, ecc.
Le conclusioni sono impietose:
Ridotto il paesaggio a un semplice pretesto estetico, visualistico (anzi, si direbbe voyeuristico) per pochi eletti, alla forma esterna ovvero allesteriore aspetto delle cose, esso viene degradato a pura apparenza di una sostanza che viene completamente trascurata. Questa sostanza appunto la natura, nella sua consistenza, variet e unit: la natura con le sue leggi, i suoi delicati equilibri ecologici, i suoi cicli biologici; la natura che fatta di vegetazione, foreste, flora, fauna, geologia, montagne, spiagge, laghi, corsi dacqua, rocce, paludi, stagni, deserti, microrganismi, lombrichi, catene alimentari e via dicendo, complicata compagine dove tutto strettamente collegato e interdipendente. E mentre si pretende di limitare la tutela alla sua pelle (e per di pi secondo canoni di non comune bellezza del tutto arbitrari, ad esclusiva discrezione di funzionari, lottizzatori, avvocati e magistrati), ci si libera da qualunque considerazione circa le elementari, primarie finalit della conservazione della natura come bene territoriale ambientale: scientifiche, economiche, sociali, culturali, igieniche, idrogeologiche, da cui dipendono vita e sicurezza delluomo e delle sue opere.

Con questo siamo a una rivendicazione della possibilit di giudicare quantitativamente, cio in maniera relativamente oggettiva, ci che fino a questo momento si scelto di giudicare (e tutelare) qualitativamente, con tutti i pericoli di soggettivismo conseguenti e con tutti i fallimenti della tutela poi puntualmente verificatisi. Non diverso il giudizio sullarticolo 9 della Costituzione, in quanto nel corso della sua discussione stato oltretutto eliminato qualsiasi riferimento alla stessa categoria, pur obsoleta, di monumenti naturali in favore del termine vago e inafferrabile di paesaggio. Anche in questo caso le conclusioni sono impietose e come si vede bene diametralmente opposte a quelle di Settis: Ai costituenti dunque sfuggito completamente il significato, limportanza del problema della conservazione della natura, le sue implicazioni urbanistiche e sociali, i suoi rapporti con la salute pubblica, limpiego del tempo libero, la sicurezza del suolo.

Alla luce della sua parabola di saggista e di figura civicamente impegnata sarebbe fuori luogo imputare ad Antonio Cederna un ambientalismo imperialista, ignaro o incurante del valore dei beni storico-artistici e paesaggistici; tanto meno proponibile pensarlo come simpatizzante delle accese rivendicazioni regionaliste degli anni settanta. Semmai il contrario.
Ci che vediamo allopera in queste sue pagine del 1975 in realt ladesione a un preciso e diffuso spirito dei tempi, cio al successo globale di una cultura ambientalista che a partire dal secondo dopoguerra ha spostato progressivamente laccento da una visione anzitutto estetica e patrimoniale della natura a una incentrata alternativamente o contemporaneamente sulla salvaguardia della biodiversit oppure delle risorse naturali . Ho sottolineato altrove come la visione di Cederna peccasse di ingenerosit e ci ch peggio di un certo anacronismo nella sua condanna della legge Bottai e dellarticolo 9, ma nel giudicarla sarebbe paradossale cadere oggi nel medesimo errore. La visione dominante alla met degli anni settanta tra i fautori della tutela era in effetti quella espressa da Cederna e per quanto la richiesta di integrare paesaggio, territorio e ambiente apparisse allora come oggi inaggirabile, laccento finiva comprensibilmente col battere su uno strumento concettuale lambiente che si presentava profondamente innovativo e dotato di grandi capacit euristiche. Se, daltro canto, Settis oggi in grado di postulare una centralit strategica e una perfetta compiutezza dellarticolo 9 della Costituzione, non in virt di sue caratteristiche intrinseche e costantemente riconosciute nel corso della storia repubblicana bens grazie a sviluppi culturali e giurisprudenziali piuttosto recenti. Quando Cederna punta il dito contro la genericit e la limitatezza e di conseguenza contro la debolezza operativa dellarticolo 9 si infatti in unepoca in cui tale disposizione gode di scarsa popolarit tra gli stessi giuristi proprio per i motivi indicati da Cederna , e un primo recupero del suo valore si verifica solo nello stesso 1975 e solo a livello di teoria grazie alla lettura datane da Fabio Merusi nel Commentario della Costituzione curato da Giuseppe Branca .

9. Il nodo pi problematico: la ricomposizione di paesaggio, territorio e ambiente
Questa illustrazione dei modi opposti con cui due grandi paladini della tutela hanno considerato a distanza di trentacinque anni la costruzione novecentesca italiana della tutela del paesaggio e larticolo 9 della Costituzione serve a indicare in che senso la densa e impegnata sintesi di Settis possa e debba essere considerata tanto un punto di arrivo quanto un punto di partenza.
Settis ha costruito con lucidit e competenza una traiettoria storica della tutela italiana del paesaggio, indicandone i punti di forza e le debolezze, i successi e i fallimenti, le sue straordinarie potenzialit attuali; ha sottolineato energicamente la necessit di superare i conflitti di competenza tra articolazioni centrali e locali dello Stato; ha invocato un capillare e deciso intervento dal basso, sia a livello locale che nazionale, come strada maestra per invertire una rotta catastrofica che i partiti politici e le amministrazioni centrali e locali non sembrano pi in grado di correggere. Un nodo che invece Settis pi volte e giustamente richiama ma che pare estremamente difficile da sciogliere quello del superamento del divorzio concettuale e istituzionale tra paesaggio, territorio e ambiente. Un divorzio non necessario dal punto di vista teorico e anzi per molti aspetti ingiustificato , ma che stato costantemente alimentato da tenaci miopie disciplinari, magari involontarie, e dai conflitti di competenza tra istituzioni pubbliche che individuavano nelluno o nellaltro termine uno strumento di difesa delle proprie prerogative.
Nonostante, come si visto, anche Settis corra qua e l il rischio di confinarsi in unottica ristretta derivante dalla specificit della sua formazione, i suoi richiami alla ricostituzione di un nesso saldo e non gerarchico tra paesaggio, territorio e ambiente appaiono appassionati e ben motivati. Settis mostra come diverse sentenze della Corte Costituzionale, e in particolare tre del 1987, abbiano prodotto una interpretazione della nozione costituzionale di paesaggio che va molto oltre il significato originario e riesce a comprendere in s la tutela ambientale e quella della salute, facendo anche di questi obiettivi dei valori costituzionali primari e assoluti . Nel testo di Settis ritorna pi volte anche il richiamo allinsegnamento di Giovanni Urbani, a lungo direttore dellIstituto Italiano del Restauro e solitario sostenitore gi dagli anni ottanta della necessit di ricondurre a un unico ministero tutte le competenze riguardanti beni culturali, paesaggio e ambiente proprio al fine di combattere il gi troppo confuso intreccio di poteri e competenze dei vari organi dello Stato aventi giurisdizione su materie affini o complementari .
Una soluzione, questa, che anche a Settis sembra tanto ideale quanto di estrema difficolt se non impossibile di fronte alla giungla delle norme che avviluppa il settore. Lattribuzione a un unico organismo di tutte le competenze riguardanti beni culturali, paesaggio e ambiente avrebbe potuto probabilmente porre un argine efficace alla cannibalizzazione del territorio e forse potrebbe fare ancora molto per ridimensionarla. Se ci non avvenuto non per solo per calcoli di bottega o per faciloneria, come ipotizza Settis illustrando il processo di istituzione di nuovi ministeri dai primi anni settanta in poi.
Il balletto delle etichette, la danza di musical chairs , che ha portato dal 1973 in poi a una sorta di stravolgimento permanente delle competenze ministeriali, con scissioni, riaccorpamenti, sparizioni e ricomparse di materie e oggetti, ha avuto effetti paradossali e ha contribuito notevolmente alla costruzione di quella giungla normativa che paralizza oggi la tutela, ma non stato solo un caso italiano n era facilmente evitabile. Se si mette infatti a confronto il processo italiano di ministerializzazione dei beni culturali e dellambiente come descritto da Settis con quello degli altri Paesi europei, ci si rende facilmente conto che la stabilit di denominazioni e competenze non stata affatto la regola.
Solo Germania, Svezia, Norvegia, Finlandia e Danimarca, Olanda e Svizzera hanno avuto negli ultimi decenni un ministero dedicato alle questioni ambientali che non ha mai mutato denominazioni n competenze. In Gran Bretagna il ministero dellambiente pi antico dEuropa (1970) stato accorpato dal 1997 dapprima con i trasporti e successivamente con lagricoltura, subendo con Cameron lo scorporo delle questioni energetiche e del cambiamento climatico.
In Spagna dopo uniniziale fase in cui esisteva un ministero dedicato (1996-2008) le competenze ambientali sono state accorpate nel ministero dellagricoltura. In Austria lambiente stato volta a volta solo o associato alle materie pi eterogenee, come giovent, famiglia, agricoltura, turismo, eccetera. Ma il caso di maggior erraticit, di fronte al quale il caso italiano finisce con limpallidire quello della Francia . Qui dal 1972 lambiente si presentato nelle compagini governative in una quindicina di configurazioni diverse: da solo come environnement; da solo come ecologie et developpement durable; totalmente assente, sia pure per un brevissimo periodo; associato al cadre de vie; associato alla qualit de la vie; associato alla cultura; associato allamenagement du territoire; associato ai trasporti e al logement; associato allequipement, al logement e allamenagement du territoire. Come se ci non bastasse in alcuni casi si trattato di ministeri a pieno titolo, in altri di ministeres delegus, in altri di semplici sottosegretariati.
Da questa sommaria comparazione si evincono due o tre circostanze importanti. La prima circostanza data dal fatto che la tendenza a istituire ministeri dedicati del tutto o in parte allambiente pressoch universale e deriva da quello spirito dei tempi cui si fatto cenno parlando di Antonio Cederna. Durante una prima ondata 1970-1973 vengono infatti creati ministeri per lambiente in Gran Bretagna, Danimarca, Norvegia, Francia, Austria e Italia mentre nel corso di una seconda ondata degli anni 1982-88 essi vengono creati in Olanda, Finlandia, Germania, Svezia e Svizzera. Ritenere, come fa Settis, che siccome lItalia degli anni settanta disponeva gi di un ministero dei Beni culturali con competenze sul paesaggio si sarebbe potuto e dovuto, per motivi di razionalit gestionale, evitare la creazione di un ministero dellAmbiente esprime unaspirazione tanto generosa quanto poco fondata storicamente.
Ma anche lintimo legame tra beni culturali, paesaggio e ambiente che tale scelta avrebbe presupposto stato riconosciuto in Europa assai di rado . Nelle competenze ministeriali dei vari Paesi europei lambiente, quando non era solo, stato infatti associato molto spesso alle infrastrutture, ai trasporti, allurbanistica, alle politiche della casa, abbastanza spesso allagricoltura, alle foreste, ai consumi alimentari, pi di rado alla salute e allenergia. Solo in Francia e per periodi molto brevi esso stato associato alla cultura. Questo ampio ventaglio di soluzioni, che sarebbe irrealistico immaginare come legate esclusivamente ad alchimie burocratiche o partitiche, pu essere considerato oltretutto un buon rivelatore della multidimensionalit della questione ambientale che al contempo tutela della biodiversit, tutela del patrimonio storico-artistico e paesaggistico, tutela del suolo, dellaria e dellacqua, tutela della salute, tutela della qualit della vita anche nella sua dimensione estetica e spirituale, razionale gestione delle risorse naturali e del territorio.
Sono, come si vede, dimensioni assai diverse tra loro, che richiedono competenze e sensibilit estremamente variegate, che rimandano alla necessit di scelte politiche caratterizzate da livelli di radicalit molto diversi. A ci si aggiunga che lesistenza dellambientalismo diffuso nelle forme che ha preso in Occidente dagli anni sessanta in poi fa in modo che tutte le scelte adottate in questo campo si carichino di connotazioni etiche e politiche di grande spessore, che rendono estremamente difficile una loro riduzione a una dimensione puramente tecnica. Se quindi sicuramente vero quanto scrive Settis che esiste ununit profonda tra le nozioni di paesaggio, territorio e ambiente e che essa deve essere affermata con forza anche sul piano scientifico e giuridico-istituzionale, altrettanto vero che tale ricomposizione non si impone da sola ma richiede uno straordinario sforzo cognitivo e pi ancora di immaginazione politica. Pensare insieme le tante dimensioni della nozione di ambiente, pensare insieme le nozioni di paesaggio, di territorio e di ambiente dal punto di vista scientifico vuol dire rimettere in discussione la rigidit dei paradigmi disciplinari e dei confini che li separano; dal punto di vista politico vuol dire essere capaci di immaginare un tipo di societ diversa dallattuale, che abbia al centro i bisogni e i diritti dei cittadini, una democrazia ampia e trasparente, processi decisionali tarati su prospettive temporali lunghe, una sofisticata variet di valori condivisi; dal punto di vista istituzionale vuol dire saper progettare organi di amministrazione della cosa pubblica tenendo fuori dalla porta le grandi e piccole incrostazioni di potere che generano quegli infiniti conflitti di competenza che tanti danni hanno fatto e fanno in Italia. E tutto questo non solo rinunciando a qualsiasi pretesa consapevolmente imperialista, ma cercando anche di mettere da parte la spontanea tendenza a sussumere la questione ambientale nei termini di una sola delle sue dimensioni .

10. Uno stimolo a proseguire
Per quanto come si cercato di argomentare la lettura che Settis fa della parabola italiana della tutela del paesaggio possa porre qualche problema, la proposta contenuta nel capitolo finale appare del tutto adeguata ai tempi, cio tuttaltro che obsoleta o passatista . Tale proposta si struttura infatti su due assi complementari: da un lato la rilettura dei concetti di patrimonio e di publica utilitas alla luce del concetto estremamente attuale di bene comune e da un altro lato la rilettura dellaltrettanto importante concetto di azione popolare alla luce dei concetti di mente/ conoscenza/azione locale. Ci che viene qui chiamato in gioco non pi qualcosa che ha a che fare con la nazione e la sua grandezza, oppure solo con la salvaguardia di valori culturali di eccellenza, bens la qualit della vita, la qualit del legame sociale e la riaffermazione e il rilancio del valore dellautogoverno, cio della democrazia. A partire da queste grandi domande sociali Paesaggio Costituzione Cemento ci invita dunque a rileggere in modo pi approfondito e meditato non solo la storia italiana della tutela del patrimonio storico-artistico e paesaggistico, ma anche la storia concreta del paesaggio, del territorio e della citt italiani, la storia delle trasformazioni culturali dellultimo secolo e le complesse, spesso contraddittorie articolazioni tra territorio, ambiente e paesaggio nellepoca repubblicana. Si tratta di compiti sicuramente molto impegnativi ma imprescindibili se si intende fare, sulla scia di Settis, della ricerca storica uno strumento di crescita civile.

http://www.viella.it/toc/2909


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