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L’Italia dei Beni culturali: i nodi del cambiamento
25-02-2013
ASSOCIAZIONE BIANCHI BANDINELLI

L’Italia dei Beni culturali: i nodi del cambiamento

L’Associazione “R. Bianchi Bandinelli”, in continuità e coerenza con la sua storia, a cui hanno dato impulso intellettuali e politici come Giulio Carlo Argan e Giuseppe Chiarante, indica in sintesi alcune delle proposte contenute in un più ampio Documento-Dossier che verrà consegnato al futuro Ministro dei Beni culturali e del paesaggio e alle forze politiche, per affrontare i problemi nodali di una politica per il Patrimonio culturale da troppo tempo latitante in Italia.
Le proposte muovono da un’analisi critica della realtà attuale e prevedono sia azioni immediate e concrete, sia un progetto di profondo rinnovamento da realizzare a medio-lungo termine, in una prospettiva più generale che investa tutti gli aspetti della Cultura del Paese.

INDICE
1. Le ragioni della tutela
2. Beni culturali, risorse e crescita: dai tagli lineari a un piano di investimenti pubblici
3. Formazione senza lavoro: come correggere le false prospettive dell’offerta universitaria e dell’istruzione professionale regionale nel settore dei Beni culturali
4. L’esternalizzazione del lavoro per i Beni culturali: Precariato vs Disoccupazione
5. Per un sistema nazionale di tutela e valorizzazione del Patrimonio culturale: i nodi di una riforma urgente del Ministero per i Beni e le attività culturali
a) L’imprescindibile funzione di indirizzo tecnico-scientifico nazionale del MiBAC: come rafforzare il ruolo degli Istituti centrali?
b) Le aporie dell’attuale assetto organizzativo delle strutture statali di tutela
c) Gli organi consultivi: il Consiglio Superiore e i Comitati di settore tra competenze tecnico-scientifiche e responsabilità politica
d) Guerra all’incompetenza: il personale tecnico-scientifico tra formazione, qualificazione e reclutamento
e) La questione irrisolta della salvaguardia del patrimonio demoetnoantropologico (DEA)
6. Per un sistema archivistico nazionale
7. Per un sistema bibliotecario nazionale
8. Per un sistema nazionale dei musei
9. Per il governo del Paesaggio
10. Università e ricerca per una tutela partecipata
11. Per una più efficace e diffusa educazione al Patrimonio culturale
12. LE PROPOSTE


Le Proposte in sintesi

1. È urgente insediare una Commissione d’indagine interdisciplinare e inter-istituzionale super partes, una Consulta Nazionale che, ispirandosi al modello della Commissione Franceschini (1964-1967) in una situazione non meno grave per la salvezza del Patrimonio culturale, analizzi e trovi soluzioni a problemi da sempre irrisolti come il rapporto tra formazione/lavoro, tra pubblico/privato, tra amministrazione centrale e strutture decentrate, con l’obiettivo di costruire finalmente un sistema dei Beni culturali in Italia, che possa diventare motore di uno sviluppo sostenibile.


2. RISORSE. Occorre rovesciare la logica dei tagli ai bilanci del MiBAC (ormai oltre il 40%) e a quelli destinati alle istituzioni culturali dagli Enti pubblici territoriali, individuando le risorse per un piano di investimenti pubblici necessari alla modernizzazione delle strutture, alla loro messa in rete e alla creazione di posti di lavoro. E’ inaccettabile che le risorse pubbliche investite nel settore in Italia siano precipitate allo 0,19 del bilancio dello Stato.
- Occorre garantire la continuità dei finanziamenti per il funzionamento ordinario degli istituti e per la programmazione triennale degli interventi.
- Occorre impedire che le risorse disponibili vengano sperperate in eventi effimeri anziché per le attività istituzionali, che devono avere valenza prioritaria.


3. FORMAZIONE. L’intera filiera della formazione per le professioni del Patrimonio deve essere riordinata, riprogettata e programmata, a cominciare dai numerosissimi corsi di competenza regionale – si pensi in particolare all’insuccesso del Sistema dell’Istruzione e Formazione Tecnica Superiore (IFTS) interamente finanziato con fondi pubblici regionali, nazionali ed europei –, per proseguire con le Classi di laurea triennale e magistrale del settore, i Dottorati di ricerca dedicati e le Scuole di specializzazione. Il compito generale deve essere affidato a una Commissione d’indagine (Proposta 1) e/o a una Commissione mista MIUR/MiBAC.
Un intervento urgente deve riguardare il funzionamento e la revisione delle Scuole di specializzazione del settore, ri-istituite per legge nel 2006, che devono essere gestite in partenariato da MiBAC e Università per garantire l’alta qualificazione degli addetti alla tutela e valorizzazione, nelle strutture statali e locali. In tutta la filiera deve essere rafforzata la formazione per l’uso delle tecnologie informatiche applicate ai Beni culturali, adesso quasi inesistente. Nell’ultimo segmento formativo occorre superare l’impianto di una preparazione settoriale e strettamente disciplinare dei futuri professionisti del Patrimonio, occorre abituarli a un lavoro comune e trasversale.


4. PRECARIATO. Occorrono politiche di contrasto alle varie forme di precariato del lavoro esternalizzato per i Beni culturali - fenomeno di dimensioni imponenti -, attraverso modifiche del Diritto del Lavoro che garantiscano tutele e diritti, trattamento economico uniformato e adeguato alle competenze, sostegno negli intervalli lavorativi.
La recente approvazione della Legge 14 gennaio 2013, n. 4, in materia di professioni non riconosciute, che entrerà in vigore entro il corrente mese – e la maggior parte delle professioni del Patrimonio vi rientra – assegna un ruolo fondamentale alle Associazioni di categoria per la certificazione professionale. Diventa indispensabile quindi determinare principi e criteri generali e procedere a una normazione tecnica, a cui l’UNI sta già lavorando per le professioni di “archivista” e “bibliotecario”. In relazione al Quadro formativo europeo e alle linee guida sulla qualificazione delle professioni non regolamentate del 2008 è importante arrivare a definire un quadro nazionale armonico per l’esercizio di tutte le professioni, ordinistiche (come quella di “architetto”) e non, del Patrimonio.


5. RIFORMA URGENTE DEL MiBAC. Premesso che il primo provvedimento urgente deve essere una rigorosa verifica dell’applicazione della normativa vigente in ordine al buon funzionamento di tutte le strutture e dei servizi al pubblico; ribadito inoltre che il Ministero deve privilegiare compiti di rilievo nazionale soprattutto di natura tecnico-scientifica, a cui sia gli Enti pubblici territoriali che i privati sono tenuti ad uniformarsi dalla Costituzione (art.9), segnaliamo alcune priorità.

A) Gli Istituti Centrali. Fulcro delle attività tecnico-scientifiche del MiBAC sul piano della ricerca, dell’innovazione tecnologica, della elaborazione di linee d’indirizzo metodologico, della emanazione di standard e requisiti di qualità devono tornare ad essere gli Istituti Centrali, che sono preposti alle due funzioni basilari della tutela e valorizzazione: la conoscenza, attraverso il Catalogo e la Documentazione (ICCD-Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione, ICCU-Istituto Centrale per il Catalogo Unico delle Biblioteche, ICAR-Istituto Centrale per gli Archivi); la conservazione e il restauro dei Beni culturali (ISCR-Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro, OPD-Opificio delle Pietre Dure, ICCRPAL-Istituto Centrale per la Conservazione e il Restauro del Patrimonio Archivistico e Librario). Sull’attività di questi Istituti, che devono fare sistema molto più che nel recente passato e aprirsi a collaborazioni esterne d’eccellenza, anche internazionali, occorre far convergere in modo continuativo le risorse, disperse al contrario negli ultimi anni in iniziative dall’esito discutibile. Occorre inoltre assicurare loro dirigenza e personale altamente qualificati, oltre che adeguati per numero.
A questi istituti dovrebbe essere affidato anche il compito di programmare corsi periodici di aggiornamento per tutti gli addetti, compito che già in parte svolgono, mentre il Ministero, per mancanza di risorse, ha abdicato da tempo a questa funzione fondamentale.
Risorse, strumentazione tecnologica e personale altamente qualificato devono essere assicurati anche alle altre strutture centrali (Archivio Centrale dello Stato, le due Biblioteche Nazionali Centrali di Firenze e Roma, l’Istituto Nazionale per la Grafica, l’Istituto Centrale per i Beni Sonori e Audiovisivi), per garantire lo svolgimento sia delle funzioni conservative che di servizio a valenza nazionale.

B) Le Direzioni Generali Centrali e Regionali. L’attuale numero delle Direzioni Generali Centrali e delle Direzioni Generali Regionali è irragionevole: le seconde potrebbero essere ridotte con opportuni accorpamenti dettati dalla contiguità territoriale, le prime a seguito di una rigorosa verifica delle attribuzioni. Un’opzione che privilegi le une rispetto alle altre non può che essere di natura politica prima che di ingegneria istituzionale, perché comporta un riequilibrio di poteri, compiti e funzioni a scala nazionale.
E’ questo uno dei nodi più complessi da affidare alla valutazione di una Commissione d’indagine super partes (Proposta 1), che tenga conto di oltre un decennio di esperienze dei funzionari MiBAC, ma insieme delle istanze degli Enti pubblici territoriali e delle rispettive strategie messe in atto per le istituzioni culturali. Obiettivo di tutti dovrebbe essere la semplificazione dei procedimenti amministrativi e la realizzazione di modelli di funzionamento in forma di reti e sistemi, basati sull’apporto delle istituzioni statali e locali.

Le Soprintendenze di settore. Occorre invertire la tendenza al depauperamento e svilimento della rete delle Soprintendenze di settore e degli Istituti periferici, che sono ormai da un secolo e rimangono i veri presidi del patrimonio culturale diffuso sull’intero territorio nazionale. Gli uffici periferici assicurano un servizio garantito dallo Stato alle comunità locali.
Nell’ottica delle previste riduzioni numeriche è necessario che l’articolazione territoriale degli uffici venga ridisegnata non discrezionalmente, ma tenendo conto della qualità e densità dei beni presenti nelle aree di competenza e in relazione ai relativi contesti storico-culturali.

C) Gli organi consultivi del MiBAC, cioè il Consiglio Superiore dei Beni culturali e paesaggistici e i 7 Comitati tecnico-scientifici, nella loro attuale configurazione sono stati ridisegnati dal DPR n.233/2007, come modificato dal DPR n.91/2009, che ne ha limitato drasticamente l’autonomia e ne ha subordinato i compiti già di natura squisitamente scientifica alle logiche politiche del Ministro in carica. Attualmente un provvedimento di proroga ha consentito al ministro Ornaghi di potersi avvalere ancora per un biennio, almeno per gli adempimenti di legge, del Consiglio Superiore, rinnovato però nei suoi membri con studiosi del tutto estranei ai campi disciplinari pertinenti, mentre la “spending review”, approvata il 6 luglio 2012, ha soppresso definitivamente i Comitati, ignorando la conseguente paralisi delle attività amministrative collegate.
Occorre restituire immediatamente agli organi consultivi il ruolo di confronto dialettico e di stimolo rispetto all’apparato ministeriale, assicurandone l’indipendenza e la libera espressione degli esiti più avanzati della ricerca e del dibattito culturale nazionale. Ed è auspicabile che in tali organismi si rafforzi la rappresentanza anche delle istituzioni culturali degli Enti pubblici territoriali.

D) Il personale tecnico-scientifico: guerra all’incompetenza. Formazione, qualificazione e reclutamento del personale tecnico-scientifico costituiscono uno dei nodi cruciali del sistema di tutela e valorizzazione, nelle strutture statali come in quelle degli enti pubblici territoriali o gestite da privati, quantomeno di quelli che operano per il patrimonio pubblico. Come è noto, negli organici ministeriali è stato introdotto in misura sempre crescente, accanto a pochi funzionari altamente qualificati e selezionati con rigore attraverso i concorsi dall’esterno (ma con lunghe graduatorie di idonei a cui si attinge per anni) personale privo dei requisiti e delle conoscenze/competenze necessarie, attraverso il meccanismo delle assunzioni in emergenza – si pensi alla L n. 285/1977, – delle progressioni verticali di carriera mediante brevi corsi di riqualificazione e concorsi interni, dei comandi da altre amministrazioni (l’ultimo esempio: 69 lavoratori della soppressa Manifattura Tabacchi sono stati integrati nei ruoli del MiBAC a seguito della “spending review”, approvata il 6 luglio 2012).
La determinazione dei profili professionali è, dal 2001, delegata alla contrattazione sindacale. S’impone una modifica del Codice dei Beni culturali e del paesaggio attraverso cui trovino definizione tutte le figure professionali del Patrimonio, in analogia con quanto disposto dall’art. 29 per le figure del “restauratore” e del “collaboratore restauratore”.

E) La questione irrisolta della salvaguardia del Patrimonio demoetnoantropologico. Un vulnus alla credibilità culturale del Ministero è rappresentato dalla pervicace, anacronistica e immotivata resistenza a riconoscere il ruolo dei funzionari tecnico-scientifici demoetnoantropologi (DEA) – inquadrati attualmente come storici dell’arte o come archeologi – nonostante l’esistenza dei due grandi musei nazionali nella Capitale, il Museo Nazionale Preistorico ed Etnografico Luigi Pigorini e il Museo delle Arti e Tradizioni popolari, recentemente integrato nell’Istituto Centrale per la Demoetnoantropologia (IDEA), che, per statuto, deve tuttavia essere diretto da uno storico dell’arte; e nonostante la fitta rete di musei di questa tipologia operanti nel territorio nazionale, per non dire delle Convenzioni internazionali pur sottoscritte dall’Italia. A nulla sono valsi i ripetuti pareri espressi dal Comitato tecnico-scientifico di riferimento e dal Consiglio Superiore per i Beni culturali e paesaggistici, che hanno stigmatizzato l’incoerenza inaccettabile di non voler riconoscere a un percorso formativo specifico (completato anche dal diploma post lauream della corrispondente Scuola di specializzazione) valore di requisito fondamentale per accedere alla carriera di demoetnoantropologo. Il vulnus non potrà essere sanato se non attraverso selezioni dei funzionari e dirigenti con adeguate competenze attraverso concorsi dedicati, da bandire al più presto.


6. PER UN SISTEMA ARCHIVISTICO NAZIONALE
A) È necessaria una riorganizzazione territoriale delle sedi dirigenziali del MiBAC sulla base di una razionalizzazione e semplificazione della rete degli istituti periferici, in grado non tanto di rispondere alle necessità di risparmio quanto ai bisogni di conservazione e di tutela che l’attuale sistema non è più capace di garantire.
B) Esiste il rischio dell’impossibilità di conservare una grande quantità di archivi storici a motivo del forte degrado del supporto cartaceo, causato da inadeguate condizioni ambientali (umidità e temperature dei depositi), dalla scarsa competenza degli addetti a riconoscere il degrado dei materiali, nonché dalle esigue risorse finanziarie utili ad assicurare una corretta gestione dei depositi stessi.
C) Deve essere rivolta particolare attenzione alla conservazione degli archivi contemporanei, caratterizzati da un’esorbitante quantità cartacea delle memorie prodotte negli ultimi sessant’anni, in ragione dell’aumento delle funzioni e delle attribuzioni dello Stato, degli Enti pubblici e dei soggetti privati.
D) Devono essere individuate nel breve periodo risorse rivolte alle complesse attività di conservazione e fruizione degli archivi digitali, sia gli archivi digitalizzati da supporto tradizionale, sia quelli nati su supporto digitale (digital born). Le esperienze in corso di poli archivistici sostenuti dalle iniziative di alcune Regioni costituiscono un ottimo punto di partenza che richiede da parte dello Stato per i propri documenti innanzitutto adeguati investimenti in grado di consentire lo svolgimento delle funzioni istituzionali obbligate, su cui oggi lo Stato è inadempiente.
E) È indispensabile la costruzione di forme di collaborazione permanenti con le esperienze regionali in corso e con tutte quelle istituzioni che hanno interessi e obblighi di conservazione della loro memoria archivistica, tenendo conto di quanto sta già avvenendo in questo senso in molti paesi europei. È necessario che in ordine a queste problematiche si prevedano risorse per la ricerca e soprattutto per la messa in opera di un sistema di conservazione digitale per gli archivi delle amministrazioni centrali, oggi del tutto privi di protezione adeguata. È in gioco la possibilità futura di fare storia delle istituzioni italiane.


7. PER UN SISTEMA BIBLIOTECARIO NAZIONALE
A) Le priorità per una razionalizzazione del settore delle Biblioteche del MiBAC sono:
- la ridefinizione dei servizi nazionali, a partire dalla riorganizzazione delle due Biblioteche Nazionali Centrali di Roma e di Firenze nella Biblioteca Nazionale d’Italia, coordinata con gli Istituti Centrali ICCU-Istituto Centrale per il Catalogo Unico delle Biblioteche e ICBSA-Istituto Centrale per i Beni sonori ed audiovisivi, ex Discoteca di Stato, che devono svolgere compiti di guida e indirizzo in ordine alle politiche di digitalizzazione, di creazione e diffusione di standard relativi al patrimonio bibliografico, documentario, sonoro e audiovisivo, di cooperazione con le istituzioni parallele degli altri paesi;
- la riorganizzazione delle altre Biblioteche ora dipendenti dal MiBAC, conservando e valorizzando nel Ministero le sedi storiche di rilievo nazionale e programmando, sulla base di specifici accordi, l’affidamento delle strutture più affini per patrimonio e tipologia di servizi alle biblioteche di Enti locali, alle Regioni e alle Università.
B) La rete nazionale di cooperazione del Servizio Bibliotecario Nazionale-SBN, importante risorsa informativa e di accesso ai servizi delle circa 5000 Biblioteche partecipanti, deve essere potenziata e riorganizzata, trasformando e consolidando l’assetto attuale con il contributo di tutte le istituzioni. È necessario adeguare la struttura della rete ai nuovi sviluppi tecnologici e al digitale per garantire l’efficacia dei servizi (informazioni, prestito, fornitura di documenti) ed è ugualmente necessario assicurare il pronto ed efficace funzionamento degli organismi di governo di SBN, in modo che siano rispondenti ai nuovi servizi e ai rapporti tra Stato, Regioni, Enti locali e Università.
C) Deve essere perseguita una corretta politica di digitalizzazione, finora poco rilevante e frammentaria, garantendo la fruibilità in rete delle collezioni. Devono essere ovviamente coordinate le iniziative in corso, pubbliche e private, per evitare sprechi ed è necessario garantire un adeguato piano di conservazione nel tempo delle risorse digitali.


8. PER UN SISTEMA NAZIONALE DEI MUSEI
Per tutti i musei italiani è massima emergenza. I musei di competenza statale – 200 più 220 luoghi della cultura (monumenti e siti archeologici) – e i musei locali e di interesse locale, le cui competenze sono state trasferite alle Regioni nel 1972, cresciuti di seguito fino a 3409, sono a rischio chiusura, parziale o totale, o già chiusi per i tagli ai fondi di funzionamento ordinario.
Le competenze scientifiche necessarie all’espletamento dei compiti istituzionali sono quasi tutte esternalizzate, affidate a lavoratori precari senza diritti né tutele, a giovani del Servizio civile (ormai ad esaurimento), a studenti impegnati in tirocini, al volontariato.
Alla direzione scientifica dei musei locali dal 1990 è subentrato quasi ovunque personale amministrativo o con contratto a tempo determinato e nomina discrezionale; mancano anche le altre figure professionali museali individuate dalla Carta delle professioni museali dello International Council of Museums.
Un problema nel problema è costituito dai musei d’arte contemporanea e dalla mancanza di sostegno della produzione artistica di oggi dopo l’abolizione nel 2007 della DARC, la specifica Direzione Generale del MiBAC.
A) E’ urgente tornare a garantire risorse e competenze ai musei; elaborare una strategia a scala nazionale che preveda la creazione di sistemi territoriali per l’erogazione dei servizi al pubblico, da non limitare ai pochissimi musei più frequentati dai visitatori.
B) Occorre ripartire dal D.M. 10 maggio 2001, cioè dall’Atto di indirizzo sui criteri tecnico-scientifici e sugli standard di funzionamento e sviluppo dei musei (G.U. 19 ottobre 2001, n. 244, S.O), rimasto inattuato, con gli opportuni aggiornamenti.
C) E’ indispensabile un’inchiesta conoscitiva sulle Fondazioni già operanti, strumenti di privatizzazione della gestione dei musei.


9. PER IL GOVERNO DEL PAESAGGIO
A) Il paesaggio come “rappresentazione materiale e visibile dell’identità nazionale” non può essere evidentemente tutelato in autonomia da 20 Regioni, e perciò il Codice dispone (D. Lgs n.42/2004, art. 135, c. 1) che i piani paesaggistici siano elaborati “congiuntamente” tra Ministero dei Beni culturali e Regioni. Che lo Stato non debba partecipare solo nominalmente o in via subordinata alle iniziative regionali, ma debba essere invece il motore della pianificazione è stabilito dalla norma che affida al Ministero dei Beni e attività culturali (art. 145, c.1) la individuazione “delle linee fondamentali dell’assetto del territorio nazionale per quanto riguarda la tutela del paesaggio, con finalità di indirizzo della pianificazione”. Ma il Ministero ha sinora del tutto trascurato i piani paesaggistici e delle “linee fondamentali” non c’è traccia.
B) L’attivazione della pianificazione paesaggistica è urgente anche al fine di fermare il consumo del suolo, che rappresenta un disastro ormai più grave delle ricorrenti crisi economiche e finanziarie, perché il saccheggio del territorio è irreversibile. Lo stop al consumo del suolo dovrebbe essere collocato al primo posto fra i contenuti delle citate linee fondamentali di indirizzo della pianificazione paesaggistica.


10. UNIVERSITA’ E RICERCA PER UNA TUTELA PARTECIPATA
E’ rimasta lettera morta, salvo esperienze virtuose ma sporadiche come in passato, la collaborazione tra Università e strutture statali di tutela, non soltanto sul piano della formazione specialistica professionalizzante, ma anche in tema di elaborazione e realizzazione di progetti condivisi per la conoscenza multidisciplinare di contesti culturali territoriali e di messa in comune di banche dati, facilitata ormai dalla interoperabilità dei sistemi informativi. Occorre dunque dare piena attuazione a quanto previsto in questo senso dal Codice dei Beni culturali e del paesaggio (D. Lgs. n.42/2004, in particolare Sez. II, Capo II, art. 118 e passim).


11. PER UNA PIU’ EFFICACE EDUCAZIONE AL PATRIMONIO CULTURALE
Conoscenza e fruizione del Patrimonio culturale sono riconosciute tra i diritti di cittadinanza e collegate ai diritti di partecipazione alla vita democratica. Di qui l’impegno pubblico per l’educazione di tutti i cittadini alla conoscenza e all’uso responsabile dei Beni culturali, sia attraverso la scuola sia con altre opportunità di apprendimento lungo l’intero arco della vita (lifelong learning).
Istituito con DM del 15 ottobre 1998, il Centro per i Servizi educativi del museo e del territorio è stato integrato nel Servizio II - Comunicazione e promozione del patrimonio culturale della Direzione Generale per la Valorizzazione del Patrimonio culturale del MiBAC (DPR n.91/2009), per dare attuazione all’art. 119 del Codice, ma ha perduto la configurazione e parte dei compiti che caratterizzavano il progetto scientifico e organizzativo originario, che prevedeva tra l’altro la messa in rete anche delle iniziative e delle attività educative promosse dagli Enti pubblici territoriali.
La cosiddetta riforma Gelmini della scuola primaria e secondaria (2008-2010) ha privato, d’altra parte, gli istituti scolastici dei mezzi per gestire la propria autonomia e poter programmare progetti in accordo con le istituzioni culturali del territorio, in primis con i musei.
La riduzione drastica dell’insegnamento di Storia dell’arte, la sua soppressione in tutti gli istituti professionali – persino negli Istituti per il Turismo! – ha ulteriormente compromesso la possibilità di garantire a tutti i cittadini italiani l’esercizio di un diritto, sancito anche da Raccomandazioni e Convenzioni Internazionali.
Per affrontare la complessità del problema occorrono una nuova strategia e nuovi modelli culturali e organizzativi, ma soprattutto la volontà politica di realizzarli in un paese come l’Italia, che dovrebbe avere la leadership in questo campo.

ASSOCIAZIONE BIANCHI BANDINELLI
www.bianchibandinelli.it - info@bianchibandinelli.it



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