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Beni culturali e paesaggistici. Un Ministero da ricostruire
25-09-2013
Vittorio Emiliani

Vittorio Emiliani
Beni culturali e paesaggistici. Un Ministero da ricostruire

Comitato per la Bellezza

Risulta ancor oggi esatta la definizione iniziale di competenze fissata da Giovanni Spadolini, anno 1974 (presidente della commissione Cultura era Giovanni Pieraccini), per il nuovo Ministero nel titolo: Beni culturali e ambientali. Con essa il ministro “costituente” voleva superare la nozione crociana di “bellezze naturali” e ricomporre tutto – come poi disse al Senato Giulio Carlo Argan nel bellissimo discorso del 1985 sulla legge Galasso peri piani paesaggistici – “nel palinsesto millenario del paesaggio”.
Era dunque un classico Ministero “di patrimonio” che ricomprendeva anche i beni ambientali. Doveva essere una “amministrazione al servizio del Paese”, della cultura e dei suoi beni. Con ciò si rifiutava, consapevolmente – Spadolini fu esplicito anche su questo - la riedizione di un Ministero della Cultura che aveva (e avrebbe) strumentalizzato la Cultura a fini politici. Una lezione di storia che i freschi proponenti di un nuovo Ministero della Cultura (Ernesto Galli della Loggia) avrebbero dovuto tenere ben presente.
In seguito, a causa delle pressioni di lobby ambientaliste, si sono amputati dal corpo del Ministero da poco formato i beni ambientali pur lasciando il paesaggio ai Beni culturali. Una contraddizione evidente. Da ricomporre? Una tesi che abbiamo sostenuto e sosteniamo in molti, ma invano. Anche davanti a commissioni autorevoli, come quella presieduta anni fa da Enzo Cheli. Da notare: il Ministero per l’Ambiente ha funzionato sempre in modo precario, senza mai decollare veramente. Un duplice danno.

L’irrisolto rapporto con le Regioni

Un nodo tuttavia rimase irrisolto sin dalla costituzione del Ministero: il suo rapporto con le Regioni alle quali furono in seguito date deleghe (frettolose) sempre più vaste in materia di ambiente e di paesaggio. Come più volte sottolineò in seguito l’indimenticabile Antonio Iannello, segretario di Italia Nostra, da ultimo nel suo “L’inganno federalista” (1998). Sottolineo doverosamente che in quegli anni ‘70 eravamo, in prevalenza, fiduciosamente “regionalisti”, lo erano anche alti dirigenti dei Beni Culturali. Oggi, visto l’esito delle Regioni, specie in quelle delicate materie, lo siamo tutti molto di meno. Le Regioni infatti, dopo aver disatteso quasi tutte gli impegni della legge illuminata Galasso sui piani paesaggistici (1985), hanno in maggioranza sub-delegato ai Comuni la tutela paesaggistica stessa con risultati decisamente negativi.

Soprattutto i Comuni hanno mantenuto quella tale sub-delega – che ne fa dei controllori/controllati - anche dopo l’abolizione (ministro Franco Bassanini, Testo Unico edilizia 2000) dell’art.12 della legge n.10 Bucalossi del ’77 che giustamente vietava di usare gli oneri di urbanizzazione per la spesa corrente vincolandoli invece in un conto speciale presso le Tesorerie comunali e riservandoli a espropri, restauri di centri storici, ecc. cioè a spese di investimento. Sub-delega mantenuta, nella stessa Toscana per prima, anche dopo che i Comuni stavano premendo l’acceleratore dell’edilizia purchessia (boom 2000-2008) per turare alla disperata le falle di bilancio createsi col taglio dei trasferimenti erariali e non usavano quindi per nulla il freno della tutela che era stata distrattamente loro affidata con la sub-delega regionale. Che ora diverrà permanente con la confusa abolizione di tutte le Province, anche in regioni altamente “polverizzate”: penso alla Lombardia dove i Comuni sono 1.546 e ve ne sono, anche in pianura, di 70-100 residenti appena e dove il centralismo regionale risulterà addirittura schiacciante.


Il pasticcio del Titolo V della Costituzione

Creava problemi, certo, sin dalle origini del Ministero, la dizione costituzionale (art. 9) “La Repubblica tutela, ecc.”. Voluta, in vista delle Regioni, da Emilio Lussu, che aveva, politicamente, origini sardiste, e vanamente contrastata dal fiorentino Tristano Codignola che aveva proposto e sostenuto la dizione “Lo Stato tutela, ecc.”. Varie sentenze, per la verità, ribadirono in seguito la preminenza dello Stato. Con l’opposizione costante però di alcune Regioni. Per non parlare della speciale autonomia siciliana, ottenuta nel 1947 sotto la minaccia incombente del separatismo isolano, ancor prima della Costituzione nazionale in vigore, come si sa, dal 1° gennaio 1948. Speciale autonomia che non ha certo protetto beni culturali e paesaggistici dell’isola, soprattutto i secondi flagellati dall’abusivismo edilizio all’interno, fin dentro la Valle dei Templi di Agrigento, e sulle coste dove si è costruito per chilometri e chilometri a filo di arenile.
Ma ancor più problemi doveva creare la “riforma” del Titolo V della Costituzione (2001): un vero e proprio garbuglio, un pasticciaccio politico-amministrativo messo in piedi in fretta e furia per compiacere la Lega Nord sperando ingenuamente di ottenerne appoggi e consensi elettorali. Rinnovando l’art. 114 della Costituzione, l’art. 1 della legge 1/2003 ha omologato infatti lo Stato ai Comuni, alle Province, alle Città metropolitane e alle Regioni come elementi costitutivi e parificati della Repubblica.
«La Repubblica - recita infatti l'articolo in oggetto - è costituita (e non più solo «si ripartisce») dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato» (l° comma); lo stesso articolo prosegue attribuendo a Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni natura di enti autonomi, con propri statuti, poteri e funzioni (2° comma); prevede, infine, uno status speciale per Roma, quale capitale della Repubblica (3° comma). Il trionfo della confusione, una Babele. Sempre con le Regioni a statuto speciale, soprattutto la Sicilia, per conto proprio.


Da Urbani in qua sterilizzato il Consiglio Nazionale

La visione “nazionale” del patrimonio è stata ulteriormente compromessa anche dalla progressiva sterilizzazione del Consiglio Nazionale o Superiore dei Beni Culturali. Da un lato i ministri del centrodestra (Urbani, Bondi, Galan) lo hanno, di fatto, asservito alla politica: vedi la “epurazione” praticata da Urbani nei confronti di Giuseppe Chiarante, da pochissimo rieletto alla unanimità per i tanti meriti oggettivi vice-presidente esecutivo del Consiglio stesso, e anche di chi scrive, o le dimissioni a catena provocate da Sandro Bondi: Salvatore Settis, vice-presidente (sostituito in un baleno da Andrea Carandini), Andrea Emiliani, Cesare De Seta e Andreina Ricci. Dall’altro lato, il Consiglio stesso non veniva più convocato per mesi e mesi o risultava sempre più rattrappito nelle attribuzioni tecnico-scientifiche. Ed era l’organismo che Giovanni Spadolini aveva invece pensato come un autentico “Parlamento dei beni culturali e ambientali”.
Come ha sottolineato in una sua ampia ed incisiva memoria al ministro Bray l’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli, “la spending review, approvata il 6 luglio 2012 (ministro Lorenzo Ornaghi n.d.r.), ha disposto che le attività svolte dagli organi collegiali in regime di proroga siano definitivamente trasferite ai competenti uffici delle amministrazioni nell’ambito delle quali operano, cosicché si profila per i Comitati di settore scaduti e non prorogati la soppressione definitiva, con la conseguente paralisi delle connesse attività amministrative ministeriali.
Restituire agli organi consultivi il ruolo di confronto dialettico e di stimolo rispetto all’apparato ministeriale, assicurandone l’indipendenza e la libera espressione degli esiti più avanzati della ricerca e del dibattito culturale nazionale, è una priorità da non sottovalutare. Ed è auspicabile che in tali organismi sia prevista di nuovo la rappresentanza delle istituzioni culturali degli Enti pubblici territoriali.”
Quali sono allora le principali conseguenze pratiche di tanto scompiglio politico-istituzionale provocato negli organismi deputati alla tutela?


Ricostituire una catena di comando

Da anni non si sa più bene chi comanda. Bisogna quindi, anzitutto, ricostituire una catena di comando. Anche perché il MiBAC è via via diventato un corpo mal strutturato, con testa ipertrofica e articolazioni invece molto gracili. E’ stato il governo Berlusconi 2001-2006, con la legge n. 145 del 15 luglio 2001, ad estendere grandemente l’area della dirigenza ministeriale e a triplicare, di fatto, gli stipendi di fascia alta. Anche nei Beni Culturali. Dove prima c’erano 4 direttore generali e le disparità di trattamento erano molto ridotte, oggi, oltre al segretario generale, ci sono 9 ruoli di direttore generali centrale e 17 direttori generali regionali nelle Regioni a statuto ordinario (una coperta ad interim).
In totale, 26 direttori generali+il segretario generale. Va notato che esiste una direzione generale per l’Organismo Indipendente di Valutazione delle Performances (OIV) assegnata ad una dirigente esterna proveniente dal Ministero della Sanità (Marina Giuseppone).
Un ruolo di direttore generale centrale lo si sarebbe potuto subito eliminare quando l’ex Ad di McDonald’s (nonché presidente del Casinò di Campione) Mario Resca, chiamato da Berlusconi a “valorizzare” i Beni culturali, ha lasciato, senza suscitare rimpianti di sorta, l’incarico. Invece, al suo posto, è stata nominata una interna, Anna Maria Buzzi, laureata in Pedagogia, che recentemente è andata a Parigi a “studiare” quel sistema dei beni culturali. Un tempo erano i francesi a venire in Italia a studiare e a copiare la rete delle nostre Soprintendenze creata in anni lontani da Corrado Ricci e da Adolfo Venturi, il nostro saggio e colto decentramento funzionale.
I direttori generali, centrali e regionali, in forza della legge n. 145/2001 (governo Berlusconi) sono dunque dirigenti di prima fascia e percepiscono uno stipendio di 166.688 euro lordi all’anno. In totale quindi un costo annuo per il Ministero pari a 4.167.200 euro lordi.
Un soprintendente territoriale di settore (seconda fascia) guadagna meno della metà, e cioè 78.900 euro lordi all’anno.
Un funzionario di terza area non arriva a percepire 35.000 euro lordi all’anno. In tal modo i responsabili di grandi musei – come la Galleria Borghese, la Galleria Nazionale di Arte antica di Palazzo Barberini o il Museo archeologico nazionale dell’ex Collegio Massimo - guadagnano, netti, 1.700-1.800 euro al mese. Pochissimo. Sono disparità francamente ingiuste e frustranti. Aggravate dai contratti esterni, di tipo privatistico, a soggetti non vincitori di concorso ma promossi, evidentemente, per altre ragioni (1).


Il peso delle Direzioni generali regionali...

Va sottolineato inoltre che le Soprintendenze regionali erano state previste inizialmente quali semplici organismi di coordinamento e interfaccia delle Regioni. Potevano risultare anche utili quale sostegno delle Soprintendenze territoriali e di settore, per esempio nella complessa, a volte accidentata, materia degli appalti. In seguito sono state improvvidamente trasformate e potenziate in Direzioni Generali Regionali col parallelo depotenziamento e indebolimento però degli organismi territoriali e settoriali della tutela, quelli realmente operativi laddove c’è patrimonio da salvaguardare, di tutti i tipi. Basti pensare alle centinaia di Musei statali da gestire in modo diretto, ai 1.500 Musei Civici sui quali vigilare e ai Musei ecclesiastici saliti di recente al numero di 734 per tentare di difendersi da furti, rapine e autentici saccheggi. Ma ci sono poi oltre 2.000 aree e siti archeologici, 95.000 fra chiese e cappelle di cui occuparsi (e nel Sud sono veri e propri musei d’arte), ai 40.000 fra rocche, torri e castelli, migliaia di archivi e di biblioteche spesso antiche, 12.000 organi musicali antichi e artistici, e così via.
E’ chiaro che questa abnorme struttura è inadeguata alla ricchissima pluralità dei patrimonii regionali e locali (in realtà di qualità e di pregio nazionali) e produce sovrastrutture, anche burocratiche, sempre più costose e pesanti che hanno ulteriormente inceppato i processi decisionali, anzitutto moltiplicando le carte. Quest’ultima moltiplicazione serve sovente a giustificare nei piani alti la propria esistenza e gli elevati stipendi rispetto a quelli dei responsabili della tutela diffusa, concreta, quotidiana. Che senso pratico, funzionale ha, ad esempio, che l’emanazione di una dichiarazione di “interesse culturale” per un bene archivistico la faccia la Direzione generale regionale? In passato la Direzione Centrale delegava a ciò la Soprintendenza archivistica regionale, con un solo soggetto operativo e con tanti passaggi, tempi morti e carte in meno.
Così come sono cresciute, o gonfiate, le Direzioni generali regionali creano difficoltà alle Soprintendenze, ma pure alle Direzioni centrali anche perché il regolamento del MiBAC emanato col dpr 233 nel 2007 (modificato col dpr 91 due anni dopo) non ha fatto chiarezza sulle rispettive competenze. Quindi difficoltà e inceppamenti verso il basso ma pure verso l’alto. Un bel risultato.

...E dei Poli museali col “mostrificio”

Fenomeno in parte ripetutosi, a mio sommesso avviso, coi Poli museali, a cominciare da una città stratificata e diversificata come Roma, dove si è preteso di unificare storie e situazioni museali diversissime (collegata alle grandi famiglie patrizie, papali o cardinalizie), promuovendo alla loro guida, oltre tutto, anche personaggi che non avevano vinto un concorso o che si erano piazzate agli ultimi posti. Come è avvenuto a Roma dove – rimosso e promosso (in un ufficio, a far niente) Claudio Strinati – è stata messa capo del Polo Museale Rossella Vodret. Ora in pensione e però rimasta nell’area ministeriale con l’incarico di occuparsi delle mostre d’arte all’estero sempre più incoraggiate a fini “economici”.
Negli ultimi anni si è infatti dovuto registrare il prevalere, per ragioni di affermazione personale e clientelare, della “mostromania” rispetto agli investimenti strutturali in manutenzioni, ordinarie e straordinarie, e restauri e pure al reale coordinamento dell’offerta museale, al lancio internazionale delle nuove offerte. Esempi eclatanti: il colossale Palazzo Barberini restaurato e recuperato integralmente e in modo splendido dopo decenni di “occupazione militare” del Circolo Ufficiali, oppure l’ex Collegio Massimo dove è stata benissimo riallestita la Farnesina romana, ecc.

Dal “mostrificio” è dipeso in più di un caso il prosciugamento di risorse essenziali per le strutture museali, magari appena finite di recuperare. E’ il caso della mostra a palazzo Venezia su “Roma al tempo di Caravaggio”, un vero flop, giudicata una delle peggiori dell’anno, costata, di solo allestimento, una fortuna. Mentre nel contempo i grandi musei statali della capitale lottavano per un custode in più al fine di tenere aperto per l’intero orario durante il week-end.


Soldi solo per le mostre. I Musei? Sbarrati

Un caso “di scuola” sta diventando quello di Forlì: con coraggiose battaglie, si è salvata anni fa da una sostanziale distruzione, dopo ripetuti crolli, la chiesa di San Domenico, (scoprendo poi nel refettorio due pregevoli affreschi cinquecenteschi). Nel restaurato complesso conventuale è stata collocata, solo parzialmente, la vasta Pinacoteca civica e i restanti, amplissimi spazi sono stati utilizzati per mostre finanziate dalla locale Cassa dei Risparmi, in attesa di completare il museo. Le mostre temporanee hanno però stravinto sul riordino e sulla ristrutturazione del restante, e cospicuo, patrimonio museale forlivese. Valga per tutti, come esempio, il ricchissimo e particolare patrimonio etnografico romagnolo, fra i primi d’Italia col Pitrè di Palermo, e invece disperso in più sedi, anche precarie e a rischio. La locale Fondazione Cassa dei Risparmi ha finanziato, con campagne pubblicitarie che cominciano anche sette mesi prima, mostre che ormai risultano - e non potrebbe essere diversamente - o ripetitive di esposizioni recenti (Melozzo appena quindici anni dopo una grande mostra sullo stesso maestro) oppure sempre più lontane dall’arte e dalla cultura forlivese e romagnola. La prossima riguarderà il Liberty che non ha certo avuto Forlì fra le città protagoniste in Italia. Per contro il Palazzo del Merenda – sede della Biblioteca comunale col sontuoso Fondo Piancastelli, dove sono tuttora collocati i “quadroni” del geniale Cagnacci, di Guercino e del Cignani nonché la parte più cospicua del patrimonio storico-artistico e archeologico di Forlì (Forum Livi) - è stato chiuso di recente a tempo indeterminato, salvo il prestito librario e, per poco ancora, la pinacoteca al primo piano. Secondo quanto ha dichiarato il nuovo project manager comunale, esso, in sostanza, “rimarrà come deposito organizzato delle opere, aperto agli studiosi su richiesta”. Da trasecolare: il Comune ha appena espletato un pubblico concorso per il piano di ristrutturazione dell’intera rete museale civica dedicando un volume con numerose illustrazioni al progetto vincitore.

Meno risorse, meno tutela,
anche nelle urgenze

La diminuzione delle risorse pubbliche per la cultura (quelle private sono sempre state modeste) è stata a dir poco rovinosa: il bilancio dei Beni Culturali nel 2001 era pari allo 0,48 per cento del bilancio dello Stato, mentre nella proiezione sull’anno 2007 (lo affermò il ministro Francesco Rutelli), a legislazione vigente e quindi prima della Legge Finanziaria, era sceso allo 0,26 per cento. Oggi è pari allo 0,19 del bilancio dello Stato. Quindi nell’ultimo decennio il calo, o meglio il crollo, è stato pari al 60 per cento. Una follia. La macchina della tutela è stata quindi, di necessità, rallentata, impoverita di personale tecnico-scientifico giovane (a lungo non si sono tenuti concorsi di sorta, così l’età media è sui 55 anni, con pensionamento a 67 anni o anche prima se si sono raggiunti i 40 anni di contribuzione), di strumenti di progettazione, manutenzione, ecc. e quindi di risorse, umane, tecniche e finanziarie.
Si obietta che la macchina della tutela produce ingenti residui passivi, ed è vero: nel 2007 il ministro Rutelli affermava che negli ultimi cinque anni, i fondi che si erano tradotti in residui passivi nel bilancio dei Beni Culturali erano stati pari a 2.288.000.000 euro. Nel solo 2005 non erano stati impegnati 763.000.000 euro. Ma i residui passivi si sono accumulati anche nelle cosiddette “contabilità speciali”: delle direzioni regionali, delle Soprintendenze speciali (Roma e Pompei), dei Poli museali, le quali avrebbero invece dovuto snellire i processi di spesa. Essi soli ammontavano al 55 per cento delle somme disponibili. Una enormità. Nonostante i “magici” commissariamenti che per la verità hanno spesso prodotto danni devastanti, come nel caso di Pompei dove si è stravolto l’anfiteatro romano con materiali del tutto impropri, dove sono create piste ciclabili, musei virtuali, ecc, nonostante contratti di tipo privatistico ad alta remunerazione.
L’analisi più recente della Corte dei conti registra però, per i residui passivi, una netta inversione di tendenza dal 2007 al 2012, in corrispondenza anche alla riduzione delle risorse: da 1.284.580.000 a 215.130.000 euro “concentrati, anche nel 2012, nell’ambito delle risorse assegnata alla Direzione generale per lo Spettacolo dal vivo (70,8 milioni a fronte di risorse attribuite al relativo programma per oltre 273 milioni) e alla Direzione generale per l’organizzazione, gli affari generali, l’innovazione e il bilancio (63,6 milioni a fronte di risorse stanziate sul programma “Tutela del patrimonio culturale” pari a 272 milioni).
Dunque Spettacolo dal vivo e Direzione generale per l’organizzazione, ecc. hanno registrato 134,4 milioni di residui passivi pari al 62,5 % del totale. L’accorpamento dello Spettacolo ha dunque appesantito anche la già scarsa capacità di spesa del MiBAC. Da solo, nel 2012, il dipartimento dello Spettacolo ha infatti accumulato il 32,1 % di tutti i residui passivi del Ministero avendo ricevuto poco più del 15% delle risorse totali del MiBAC.
In generale, è arduo non accumulare residui passivi se i fondi stanziati per l’inizio dell’esercizio arrivano agli organismi di tutela che li deve impiegare soltanto in ottobre. Ma v’è un altro dato gravissimo sottolineato dalla Corte dei conti secondo la quale il Ministero “ha spesso fatto fronte ai soli interventi di emergenza con le risorse stanziate per l’esercizio delle attività di tutela”.
“Significativa”, prosegue la Corte, “appare infatti la riduzione delle risorse destinate nel 2012 ad interventi urgenti al verificarsi di emergenze (37 milioni, a fronte dei 46 milioni del 2011 e dei 65,8 del 2008) e dei Fondi destinati al Programma ordinario di lavori pubblici finalizzato all’attività di tutela del patrimonio culturale (70,5 milioni, a fronte dei 110,8 milioni del 2011 e degli oltre 201 milioni stanziati per le medesime finalità dieci anni prima”). In parole povere gli stessi fondi per interventi urgenti nelle emergenze sono stati tagliati del 43-44% fra 2008 e 2012. E quelli per i lavori pubblici finalizzati alla tutela addirittura del 65 % nell’ultimo decennio. Con danni giganteschi alla tutela di base.
Un problema grave è costituito, per lo snellimento dei lavori e quindi per la traduzione in opere delle risorse finanziarie, dalla legislazione sugli appalti, che così com’è non ha funzionato. Il massimo ribasso ha prodotto più guai che vantaggi favorendo ditte improvvisate e quindi lavori sbagliati. Ci vogliono nuove regole che riconoscano diversità e specificità agli interventi sui beni culturali. Ci vogliono imprese qualificate e seriamente “certificate”. Senza per questo abbassare il sistema dei controlli. Probabilmente occorre ridurre e qualificare meglio il sistema delle stazioni appaltanti, troppe e troppo poco attrezzate alla bisogna (2). In conclusione, appare indispensabile ridurre i controlli meramente formali, burocratici, la sovrapposizione di carte su carte. Ci vogliono pochi controlli e però veramente seri, penetranti, trasparenti, tecnicamente “competenti”.


L’impoverimento dei quadri tecnici

Parallelamente a quanto già descritto, abbiamo assistito al deciso impoverimento dei quadri tecnici rispetto alle necessità dei restauri e delle stesse manutenzioni ordinarie. Proprio mentre tali necessità crescevano col montare del turismo culturale (che ormai rappresenta oltre un terzo dell’intero movimento turistico). Proprio mentre, come ho già rimarcato, lo sviluppo edilizio si faceva intensissimo: nel periodo 2000-2008 i Comuni, privati di continuo di risorse un tempo trasferite dal centro, hanno spinto l’acceleratore sull’edilizia per lucrare, del tutto temporaneamente, oneri di urbanizzazione coi quali tamponare le falle dei loro bilanci, della loro spesa corrente (cosa che la citata legge n. 10 Bucalossi del ’77 vietava espressamente).
I nuovi permessi di costruzione sono stati ingentissimi, specie in regioni già ampiamente cementificate e dal patrimonio storico-artistico-paesaggistico formidabile: parlo di Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, dove il consumo di suolo e quindi di paesaggio ha raggiunto vette impressionanti. Assolutamente fuori scala rispetto a Paesi altamente sviluppati quali Germania (dove vige una legge Merkel che disciplina efficacemente la materia) e il Regno Unito (dove il governo Blair ha posto limiti severi alle Brown belts in rapporto alle Green belts). Come hanno fra i primi documentato Maria Cristina Gibelli e Edoardo Salzano nel volume “No Sprawl” (Alinea 2006).

Nel contempo le nostre Soprintendenze ai Beni architettonici, e quelle ai beni archeologici, hanno avuto sempre meno denari per missioni e controlli nei cantieri e sul campo, per l’istruzione delle pratiche, per il rilascio o la negazione di autorizzazioni. Con ingorghi di carte pazzeschi e con ritardi decisionali gravi. Per i Comuni, per le imprese e per i privati, ma anche a danno dell’interesse generale a tutelare paesaggio e territorio, siti archeologici preesistenti e nuove scoperte. Ad un certo punto si è vietato agli ispettori l’uso dei mezzi propri per raggiungere i cantieri o gli scavi, consentendo, in pratica, in assenza di mezzi delle Soprintendenze, la bicicletta, l’autobus o la camminata a piedi, in zone periferiche o di aperta campagna, magari impervie. Col solo risultato, esiziale, di diradare i controlli diretti.

Un complesso di situazioni negative che: a) allunga tempi e aumenta costi ; b) penalizza privati e imprese serie; c) avvantaggia furbi e furbastri. E’ sempre meno possibile ormai realizzare una efficace conservazione e gestione, una tutela attiva in modo capillare e anche un rapporto trasparente coi privati. Nonché la repressione di abusi al contrario sempre più diffusi e massicci, collegabili alla potente rete della malavita organizzata.

Un altro problema aperto, apertissimo è quello dei rapporti coi privati, del quale si parla ormai come della panacea di tutti i mali endemici dell’amministrazione dei beni culturali (ora si arriva a proporre interi Musei, come Brera, gestiti da Fondazioni a maggioranza privatistica, o la stessa città di Pompei). Qui bisogna distinguere con grande chiarezza fra:
a) veri mecenati (rarissimi) alla maniera di Ercolano dove il grande informatico americano Packard finanzia progetti utilissimi senza chiedere alcun ritorno d’immagine, senza voler nemmeno essere citato o dei giapponesi (praticamente ignoti) che hanno fornito i fondi per il restauro della Piramide Cestia a Roma;
b) sponsor con ampio ritorno d’immagine come Diego Della Valle per il Colosseo, ad esempio, sul quale anni fa la Banca di Roma investì una cifra non molto inferiore a quella proposta dall’industriale marchigiano (43 miliardi di lire contro i 25 milioni di euro attuali) senza chiedere praticamente che un cartello che indicasse la fonte di quei grandi lavori;
c) proprietari di dimore e di giardini storici per i quali il solo momento felice è stato quello della legge n. 510/1982, con detrazione secca al 27 %, purtroppo sterilizzata, in modo miope, dalle manovre Ciampi e Amato. Una legge che, a mio sommesso avviso, andrebbe rivitalizzata anche perché mobilitò in pochi anni 350 miliardi di lire di investimenti privati restituendo al fisco 147 lire ogni 100 lire di mancato incasso temporaneo.
Sbagliatissima mi sembra l’idea di creare Fondazioni coi privati in maggioranza per gestire i musei. Mi ha detto a proposito il direttore di un grande museo americano: “Da noi i privati entrano per metterci soldi loro. Se da voi invece entrano credendo di poter prendere soldi dalla gestione del museo, è come infilare una volpe nel pollaio…”

Non a caso ad un appello contro tale ipotesi, molto “milanese”, per la sostanziale privatizzazione della Grande Brera (che certamente abbisogna di interventi radicali) hanno aderito senza neppure venire sollecitati il conservatore in capo del Grand Louvre Catherine Loisel, il direttore per la parte antica della National Gallery di Washington, Jonathan Bober e l’importante storica dell’arte inglese Jennifer Montagu che ha definito il progetto “vergognoso e rovinoso”.

Le forze in campo del Ministero

Il MiBAC attualmente può contare su:

368 archeologi per circa 2.100 fra aree e siti archeologici, di cui 734 statali (quindi mezzo archeologo per ognuna delle sole aree statali), escluse le Regioni a statuto speciale, sulla Sicilia ho già detto ;
445 storici dell’arte (i soli Musei statali sono oltre 460), poi c’è l’attività di tutela da esercitare sul patrimonio, pubblico, privato, ecclesiastico, ecc.
562 architetti a fronte di milioni di pratiche edilizie e ambientali le più diverse, delicate e complesse da inquadrare negli strumenti urbanistici e paesaggistici vigenti. L’ex segretario generale del MiBAC, Roberto Cecchi, ha reso pubblico il dato-limite per la Soprintendenza ai Beni architettonici di Milano di 79 pratiche al giorno per ogni tecnico di quell’organismo. Anni fa avevamo calcolato, ed erano già insostenibili, una media di 5-10 pratiche al giorno a testa nei duecento giorni lavorativi. Una evidente situazione di impotenza o di autentica follia. Bisogna dunque intervenire, al più presto e molto incisivamente, sulla struttura di un Ministero “di patrimonio” (come più volte la definì un direttore generale come Mario Serio, mai abbastanza rimpianto) che è stata assurdamente gonfiata al centro e disastrosamente impoverita nelle articolazioni territoriali.
676 archivisti e 978 bibliotecari per un patrimonio immenso.
Abbiamo infatti 100 archivi di Stato, un Archivio centrale dello Stato con 34 sezioni, 8.250 archivi di enti pubblici e territoriali (la gran parte comunali), 50.000 archivi di Università, Camere di Commercio, istituzioni culturali, ecc., 4.261 archivi privati “vigilati” (famiglie patrizie, imprese, partiti, ecc.). Più la marea di archivi parrocchiali, vescovili, diocesani, ecc. I soli Archivi dello Stato allineano 1.604 chilometri di scaffalature, con 1 milione di pezzi consultati all’anno da parte di 291.245 utenti dei quali 11.200 stranieri. Potrebbero essere ovviamente molti di più se questa branca dei Beni culturali (inquadrata nel Ministero dell’Interno fino al 1975, quando fu creato da Giovanni Spadolini il Ministero per i beni culturali e ambientali) non versasse in una situazione di indigenza desolante.
Alla fine del 2012 l’Amministrazione degli archivi poteva contare, in tutto, su 2.761 addetti di cui 365 archivisti di Stato-direttori coordinatori. Il solo Royal National Archive di Londra vanta 530 unità di personale di cui 90 archivisti. Fra l’altro, l’80 per cento del nostro personale archivistico è ormai prossimo alla pensione. Senza concorsi, nei preziosi archivi italiani si farà presto il deserto: già oggi – denunciano i suoi dirigenti – vi sono 13 Archivi di Stato (fra i quali Belluno, Brescia, Forlì, Treviso, Caltanissetta) che “non hanno neppure un Archivista di Stato in servizio”. Clamoroso. Non basta: l’Archivio di Stato di Bologna, sede del più antico Ateneo d’Europa, entro tre anni perderà 5 dei suoi 10 preziosi archivisti.
Per questi nostri formidabili archivi (quelli musicali sono anche messi peggio) non si possono invocare né la “messa a reddito”, né la privatizzazione. Non c’è che l’intervento pubblico.
Analogamente per le biblioteche: quelle statali sono 46, le nazionali centrali risultano due (Firenze e Roma). Con 197.554 volumi manoscritti e oltre 24 milioni di volumi stampati (dei quali più di 30.000 incunaboli e quasi 332.000 “cinquecentine”). Il Servizio bibliotecario nazionale ricomprende 4.595 biblioteche, con quasi 12 milioni di titoli, 59 milioni di “indicazioni di reperibilità presso biblioteche” e oltre 51 milioni di ricerche bibliografiche on line.
In totale, fra pubbliche e private, le biblioteche censite risultano 12.609 di cui 2.142 in Lombardia, 1.202 nel Lazio e oltre mille in Piemonte ed Emilia-Romagna.
Bisogna dedicare alcune righe agli Istituto centrali che in passato hanno rappresentato veri punti di forza e di eccellenza, a partire dall’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro, ex ICR, i quali, secondo esperti e tecnici molto qualificati risultano oggi meno “centrali” e meno strategici di un tempo.

Gli amministrativi del MiBAC risultano 4.407; custodi e ausiliari meno di 9.000. Tutti in costante calo, ovviamente

L’età media dei dipendenti (21.242 nel 2010) è decisamente elevata: 52 anni. Quella dei tecnici è anche più alta, sui 55 anni.


Giostra di capolavori in giro per il mondo

Ho parlato prima del “mostrificio”. Ad esso si accompagna una sempre maggiore rilassatezza nei comportamenti che chiamerei “accattonaggio di Stato”. Negli ultimi anni inoltre ci sono tele e tavole del ‘400, quindi delicatissime, come la Città Ideale di Urbino e la non meno urbinate Madonna di Senigallia di Piero della Francesca che hanno girato per mostre d’arte varia. In Giappone, dopo la famosa mostra sui capolavori del Rinascimento, è andata, con altri fragili Raffaello (oltre una trentina), il misterioso ritratto di dama, detta la Muta, perché non c’erano i soldi, 30mila euro, per restaurarlo. Forniti per l’appunto dai giapponesi. Del resto si è ripreso ad affermare con iattanza che “i Beni culturali sono il nostro petrolio” e che bisogna sfruttarlo questo benedetto petrolio, tutto italiano. Affermazione accompagnata dalla vecchia balla secondo la quale possederemmo il 50 o addirittura il 70-75 % del patrimonio mondiale di beni culturali. Sciocchezza attribuita lungamente all’Unesco e dall’Unesco più volte seccamente smentita. Ma che continua a girare e a venire ripetuta a pappagallo.
Una commissione di esperti creata pochi anni or sono da Francesco Rutelli, quand’era titolare al Collegio Romano, aveva stilato un codice rigoroso per viaggi e prestiti di tavole, tele, sculture, ecc. Tutto dimenticato, ridicolizzato dai nostri “petrolieri” dell’arte.
Gli stessi che reclamano la chiusura di un museo di provincia se fa pochi ingressi. O l’affidamento ai privati, FAI in testa, dell’intera area di Pompei, se la struttura pubblica non ce la fa a governare problemi complessi aggravati dal turismo di massa e dalla camorra.
Ora il ministro Bray ha cominciato a dire assennatamente dei “no” molto chiari: per esempio alla trasferta in Israele di un affresco staccato di Botticelli. Ma il sindaco di Roma, Ignazio Marino, peraltro agli esordi, ha pericolosamente ripreso l’idea consunta e insensata dell’ex soprintendente capitolino Umberto Broccoli di affittare all’estero opere confinate nei depositi.


Il lungo sonno dei Piani paesaggistici

Ministero e Regioni, in base al Codice Urbani/Rutelli, dovrebbero co-pianificare e in tal modo difendere il paesaggio, ridurre drasticamente il consumo (pazzesco) di suolo e altro. Ma pochissime Regioni di adeguano, molte Regioni riluttano, come già fecero con la legge Galasso del 1985. E il fresco disegno di legge governativo sul consumo di suolo, che ricalca le linee del precedente disegno di legge del ministro Catania, prevede che questa materia venga sottratta al MiBAC e trasferita al Ministero per le Politiche Agricole, anzi ad un suo Comitato agro-alimentare. “La Valle d’Itria insieme alle orecchiette”, ha commentato sarcasticamente l’urbanista Vezio De Lucia.

A proposito di Beni culturali e paesaggistici si parla quasi sempre, in modo ossessivo, di risorse da reperire, di privati da sollecitare quali sponsor e mecenati. Non si parla mai o quasi mai di questa co-pianificazione che non ha costi di rilievo e che consentirebbe, in tempi rapidi, economie di suolo, di territorio, di paesaggio, ridurrebbe l’area vasta della illegalità, insomma concorrerebbe alla salvezza vera del Belpaese e del suo immenso patrimonio contenuto nel “palinsesto millenario” dei paesaggi italiani.

Il complesso di situazioni negative sopradescritto:
a) allunga in modo palese i tempi e aumenta i costi ;
b) penalizza i privati onesti e le imprese serie;
c) avvantaggia i furbi e i furbastri.

E’ sempre meno possibile ormai realizzare una efficace conservazione e gestione, una tutela attiva in modo capillare e anche un rapporto trasparente coi privati reprimendo abusi divenuti ovviamente sempre più diffusi e massicci, riconducibili spesso, specie nel Sud, alla potente rete della malavita organizzata (3).

Un accoppiamento poco giudizioso

Ci sarebbe un altro grande discorso da aprire. Lo faccio brevemente. Il discorso cioè sulla utilità reale, sulla funzionalità dell’accorpamento del cinema, della musica, dello spettacolo dal vivo ai Beni Culturali.
Personalmente continuo a pensare che fosse giusta la definizione spadoliniana di Beni Culturali e Ambientali e che l’accorpamento con cinema e spettacolo dal vivo – che aveva un tempo una cospicua dotazione finanziaria e che ha sempre avuto una connotazione “politica” molto più forte dell’antica Direzione generale delle Antichità e delle Belle Arti – abbia immesso nel MiBAC logiche e dinamiche distorte e dissonanti. Ma è un’opinione, credo, molto personale.
E’ un dato storico comunque che il direttore generale dello Spettacolo di un tempo (ad es. Carmelo Rocca) avesse, all’epoca, molto più potere del coevo direttore generale dei Beni Culturali (ad es. Francesco Sisinni), perché più contiguo al potere, all’esecutivo, e perché dotato di ben più ampia discrezionalità, politica e personale, nella suddivisione dei fondi del ricco FUS, allora sugli 800 miliardi di lire.
Del resto lo spettacolo ha ben altro peso e appeal politico-clientelare, diciamolo. Dai tempi del Minculpop o da quelli di Giulio Andreotti sottosegretario con Alcide De Gasperi alla presidenza del Consiglio.

Il ministro Massimo Bray ha positivamente avviato un processo di dimagramento e di riforma strutturale delle Fondazioni musicali: via gli accordi integrativi, pesantissimi, riduzione fino al 50 % del personale burocratico (su quello tecnico, di scena, avrei dei dubbi), ecc. Molte di esse sono sulla soglia di un vero e proprio fallimento economico-finanziario.
La suddivisione del fondo di 75 milioni di euro previsti per le Fondazioni musicali è però condizionata ad alcune regole. Anzitutto alla statura morale e professionale del commissario straordinario. Si spera che sia davvero persona al di sopra di ogni sospetto. Meglio sarebbe stata una commissione con pochi e qualificatissimi componenti.

E ora c’è il turismo…

Col governo in carica, si è tentato un altro accoppiamento, a mio avviso, non facile: quello dei Beni Culturali col Turismo.
Il rischio è quello di riesumare e rendere stabili, strutturali discorsi di valorizzazione in termini di Made in Italy, di “nostro petrolio” e di altre inquinanti scemenze. Che difatti stanno riemergendo prepotentemente. Con trasmissioni televisive dal titolo “i Beni culturali, il nostro petrolio”. Affermazioni pericolosissime. Perché portano a considerare i Musei come “macchine da soldi” (lo ha sostenuto per gli Uffizi anche l’attuale sindaco di Firenze, Matteo Renzi) non sapendo che non lo è per niente il pur gigantesco e pomposo Grand Louvre col 50 % di entrate proprie ed un 50% di sovvenzioni statali a coprire gli annuali disavanzi di bilancio, nonostante l’imponente apparato di servizi commerciali, e nemmeno il Metropolitan Museum (che copre con le entrate proprie una metà circa del fabbisogno finanziario annuale). Mentre gli inglesi hanno scelto da anni la strada della gratuità. Che intelligentemente vuol dire anche attrarre più turisti e meno mordi-e-fuggi.
Allora, o i Beni Culturali (materia prima irriproducibile) condizionano l’indotto del Turismo culturale e lo orientano, lo controllano con saggezza e competenza, o sarà lo sbracamento definitivo, il mercato tutto al ribasso del patrimonio, il suo uso mercificato con tanto di tariffario, a ore o a serata.

Bisognerebbe infatti avere e rendere chiaro, una volta per tutte, che un conto è il patrimonio (centri storici, musei, aree e siti archeologici, dimore storiche, chiese e abbazie, palazzi, paesaggi, ecc.) e un altro invece il suo indotto turistico. Concetti da tenere ben distinti. Ed è l’indotto turistico che in Italia ha ancor più bisogno di essere modernizzato, qualificato, migliorato, da ogni punto di vista (ospitalità, ristorazione, trasporti pubblici e privati, servizi, ecc.). E’ l’indotto turistico che, decentrando i flussi da quello che abbiamo chiamato nel Libro Bianco del Touring Club Italiano del 1995 sui Musei (presidente Giancarlo Lunati, direttore 19generale Armando Peres) il “turisdotto” Venezia (Rialto/SanMarco)- Firenze (Uffizi/Accademia) - Roma (Fori/ Colosseo/Musei Vaticani), facendo conoscere la ricchezza strepitosa, capillare, della “rete” (museale, archeologica e non solo), può dare molto ma molto di più all’economia del Paese. Non – come in modo incolto si pensa – i Musei direttamente.
A forza di pensare alle magiche “valorizzazioni”, alle molteplici cornucopie con monete di pregio che sgorgano a cascata dal “nostro petrolio” e a mostre di puro consumo acquistate come “pacchetti” turistici sul modello “inclusive tour”, ci si è praticamente dimenticati della storia dell’arte in generale (uscita, col ministro Gelmini, dagli insegnamenti degli istituti frequentati dai futuri tecnici delle costruzioni) e della didattica museale. Il Centro per i servizi educativi del museo e del territorio, istituito per decreto, intelligentemente, da Walter Veltroni nel 1998 presso la Direzione generale retta da Mario Serio, che tanto aveva voluto e appoggiato il lavoro quel progetto, fu trasferito nel 2009 da Sandro Bondi alla Direzione Generale per la Valorizzazione affidata a Mario Resca, grande amico del Cavaliere. Resca ne affidò la direzione per anni (ora é stato sostituito da una funzionaria) a un giovane pubblicitario, quel Mario Andrea Ettorre rimasto tristemente famoso per il manifesto e spot televisivo sul Colosseo “rapito”, o per la pubblicità della Velata di Raffaello con volto barbuto diffuso per la Festa della donna dell’8 marzo. Come se la didattica museale e non solo, come se educare (divertendo) all’arte e al paesaggio i più giovani non fosse infinitamente più importante e strutturale per la cultura nazionale del portare carovane di visitatori all’ennesima mostra di Caravaggio (uno solo magari) e seguaci (dubbi), di qualche Van Gogh o di Impressionisti a spruzzo con modesto contorno.
Insomma, per il MiBAC c’è tanto, tantissimo, da fare e soprattutto da rifare, da “ricostruire”, ma con grande impegno e rigore ci si può pure riuscire, tenendo conto – cosa rara in Italia, paese di pochi studi e di pochissima memoria – che la storia dell’amministrazione (tanto più nel campo vasto e accidentato della tutela) non si improvvisa mai. E quando si improvvisa, son dolori seri.


Roma, settembre 2013

Note

1) Avvenne per la Direzione generale regionale della Campania della quale, nel 2007, venne messa a capo con contratto esterno (retribuzione sui 6mila euro mensili, se non erro) una funzionaria che non aveva vinto il concorso da Soprintendente pur esercitandone le funzioni, e che è andata in pensione un anno fa quale Soprintendente senza aver mai vinto un concorso..

2) Un caso esemplare capitò a me quando presiedevo a Pesaro la Fondazione Rossini proprietaria di una grande palazzo settecentesco dove è costretta da una legge del 1941 ad ospitare gratis il Conservatorio: avevamo 400 milioni di lire per restaurare per servizi archivistici un vasto seminterrato. Dovemmo indire, attorno al ’94, credo, una gara d’appalto al massimo ribasso in base alla Merloni, era un momento critico in cui imprese edili generiche si gettavano su ogni possibile appalto. Vinse per un 0,50 % in meno una di queste imprese che, a restauro molto avanzato, si trovò di fronte a problemi più complessi, e lì s’impantanò. Fummo costretti, per finire i lavori, a studiare un modo legale per rimettere in gioco una delle cooperative della zona specializzate in restauri di edifici antichi.

3) Secondo l’accertamento condotto su dati ufficiali da Maria Pia Guermandi e Vezio De Lucia, alla data del 19 giugno 2012, la sola Regione Sardegna (Giunta Soru) aveva redatto e approvato, sia pure di propria iniziativa, piani paesaggistici prima per le coste e poi per l’interno (ora in fase di smantellamento peraltro da parte della Giunta Cappellacci).
La Regione Abruzzo aveva firmato protocollo col Ministero nel 2009 senza però convocare riunioni.
La Regione Basilicata risultava aver firmato protocollo soltanto nel 2011 per iniziare l’attività di co-pianificazione.
La Regione Calabria dava “avvio formale alle attività di copianificazione con la seduta del 25 giugno 2012”.
Alla Regione Campania, firmato il 6 dicembre 2010 protocollo e disciplinare per i soli beni paesaggistici, risultava “in atto la copianificazione”.
Alla Regione Emilia-Romagna si stava elaborando una bozza aggiornata di protocollo e di disciplinare.
Alla Regione Friuli-Venezia Giulia l’attività di copianificazione era stata svolta fino al maggio 2008, ma “con le elezioni regionali tale attività è stata interrotta”, la materia va aggiornata.
Alla Regione Lazio – che aveva approvato un piano casa criticatissimo – era “in atto il tavolo di copianificazione”.
Alla Regione Liguria si era ancora alla fase di un nuovo protocollo e disciplinare.
La Lombardia risultava aver approvato un proprio piano “senza attivare copianificazione”. Si era in attesa di una richiesta in tal senso dalla Regione.
Nelle Marche vi è stata collaborazione Regione-MiBAC per la ricognizione dei beni paesaggistici ed “è iniziato il lavoro del Comitato tecnico”.
In Molise invece “non risulta alcuna iniziativa della Regione per attivare la copianificazione”.
In Piemonte, al contrario, è in atto una collaborazione fra Regione, Direzione regionale e Soprintendenze che stanno ufficializzando “osservazioni e proposte”.
In Puglia la pianificazione regionale risulta compiuta, approvata e presentata al MiBAC nell’agosto 2013. Caso presso che unico, per ora. Della Sardegna si è detto all’inizio.
In Toscana, dopo l’approvazione nel 2007 di un discusso e vago Piani di Indirizzo Territoriale (PIT), il tavolo di copianificazione è in atto dal 30 marzo 2011 con una nuova Giunta e un nuovo assessore all’Urbanistica.
In Umbria il protocollo è stato firmato il 7 dicembre 2010 e risulta in atto la copianificazione. Analogamente nel Veneto.
Nulla dice il resoconto ministeriale della Regione Sicilia che gode di una speciale autonomia e che si era già mostrata ampiamente inadempiente agli obblighi di legge nel 1985 ai tempi della Galasso.


Si ringraziano vivamente gli amici Pino e Filippo Coscetta, Maria Pia Guermandi, Vezio De Lucia, Rita Paris, Irene Berlingò, Marisa Dalai e l’Associazione R. Bianchi Bandinelli, Paolo Berdini, Mauro Tosti Croce, Luciana Prati, Marina Foschi, Maria Luisa Polichetti.


© 2013 Vittorio Emiliani Comitato per la Bellezza
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