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Intervista a Claudio De Polo, presidente e amministratore delegato della Fratelli Alinari
21-12-2013
redazione

Commendator De Polo, quando e come cominciata la sua avventura con Alinari?

Nel 1983 sono arrivato alla Alinari anche sulla scorta della mia passione di bibliofilo. Era una passione di famiglia, ereditata da mio padre. Mio padre era pi di un bibliofilo, era un uomo di cultura. Ricordo che mi diceva: Dante o qualsiasi altro classico prima lo devi leggere in unedizione BUR, la gloriosa colonna economica della Rizzoli; solo dopo puoi andare a cercarti ledizione rara, magari quella del Vellutello del 1544. A casa mia si dovevano leggere i testi, non sunti o regesti; non vi era posto per nessuna enciclopedia, considerata come mera sintesi di un pensiero elaborato da altri. A questo amore per i libri si univa anche una profonda predilezione per larte. Fu cos che conobbi Vittorio Cini, uomo di grande passione collezionistica. Con alcune societ di riferimento controllava Alinari dal 1934, da quando cio Raffaele Mattioli gli aveva passato le azioni che allinizio degli anni Venti, al ritiro dagli affari di Vittorio Alinari, erano state sottoscritte da 96 azionisti, in gran parte membri dellaristocrazia italiana, sollecitati da Vittorio Emanuele III ad acquisire, la societ, il marchio del fotografo e le circa 100mila lastre allora presenti. Era nata la prima public company della cultura in Europa perch nessuno degli azionisti aveva la maggioranza del capitale. La gestione di Cini non mirava in primis agli affari, ma alla considerazione del fondo come patrimonio da conservare per il Paese. E da arricchire. La sua mossa geniale fu quella di comprare gli altri grandi archivi concorrenti di Alinari (Brogi, Anderson, Chauffaurier, Fiorentini, Mannelli, ecc.: un corpus di 85mila lastre) trasformando quello che era un archivio aziendale in un archivio, almeno nel settore della traduzione di opere darte, di valenza mondiale. Cini era un uomo, che sapeva coniugare senso degli affari e senso della cultura. Diceva che solo cos si poteva fare in modo che la cultura rimanesse indipendente. Il modello che aveva in mente era quello anglosassone, in particolare pensava ai modi con cui si finanziavano le grandi universit statunitensi.

Quindi lesempio di Cini fu determinante anche nella sua decisione di occuparsi di Alinari.

Cini, di due generazioni pi anziano di me, fu un grande esempio. Quanto mor, nel 1977, lazienda Alinari pass ad altri investitori, attivi in settori estranei allimprenditoria culturale. Quando questo gruppo in difficolt finanziarie dovette uscire dalla compagnia azionaria nel 1983 Felice Gianani, -direttore generale dellABI - mi chiese di occuparmene. Il capitale fu sottoscritto da una fiduciaria di Milano ed io accettai la sfida: utilizzare le giuste metodologie di marketing per valorizzare un prodotto culturale. Io non ho remore ad usare lespressione prodotto culturale e sempre nel mio lavoro, anche al di fuori della Alinari, ho cercato di abbinare arte e industria. Alla Stock di Trieste, ad esempio - dove ho operato dal 1963 al 1994, sotto la presidenza di mio suocero Carlo Wagner, con incarichi diversi, fino a diventare amministratore delegato - ci si affidava ad artisti come Guttuso, Annigoni, De Chirico e Leonor Fini per le campagne pubblicitarie e promozionali dei nostri prodotti.

Torniamo ad Alinari. In che situazione ha trovato lazienda nel 1983?

Un patrimonio di 200.000 lastre e circa 100.000 stampe moderne (tratte dalle lastre stesse). Di queste 200.000, circa 120.000 erano Alinari e il resto delle altre ditte fotografiche acquistate da Cini. Oggi siamo a 5 milioni di fotografie e 6mila album, cui si possono aggiungere le oltre 1000 macchine fotografiche del XIX secolo e XX secolo, cornici fotografiche, pubblicit di fotografi e di industrie operanti nella fotografia.

Pu spiegare meglio le fasi di questo incremento?

Allinizio potei giovarmi delle mie conoscenze nellambito dellantiquariato librario. Librai anche di Parigi e di Londra, mi inviarono come omaggi straordinari album di fotografie ottocentesche di famiglie e di viaggio che allepoca non avevano grande appeal sul mercato. Mi orientai quindi verso la ricerca di fotografie antiche (vintage), anche degli stessi Alinari. E poi, soprattutto la ricerca e lacquisizione di archivi di fotografi. Il fondo Wulz di Trieste, ad esempio, frutto del lavoro di tre generazioni, mi fu ceduto, nel disinteresse della citt di Trieste, dallerede Marion Wulz, in cambio di un vitalizio. E inoltre si possono citare i fondi del pittore Michetti, di von Gloeden (il famoso barone Guglielmo), di Unterverger, Mimmo Pintacuda e Benvenuti di Perugia; e ancora lArchivio Lattuada il primo fra tutti che mi fu regalato dal regista da quando avevo iniziato a occuparmi di Alinari, formato da negativi e fotografie del periodo dellOcchio quadrato. Inoltre gli archivi Pozzar di Trieste, Barravalle di Torino, Aragozzini di Milano, quelli di Orioli e di Italo Zannier e di tanti e tanti altri.

Ha applicato criteri di ricerca sistematici o si affidato solo a disponibilit e occasioni?

Ho cercato di documentare sistematicamente le presenze di fotografi sul territorio nazionale anche nei centri minori. Per esempio ho acquistato in questi mesi in Molise il fondo di Ianigro, mentre era arrivato come donazione il fondo fotografico Trombetta. Il tentativo stato quindi di ricreare il tessuto connettivo dellattivit di documentazione fotografica su quel territorio.

C qualche acquisizione che considera particolarmente significativa?

Un esempio larchivio di Villani di Bologna (550mila negativi e 5mila stampe) che oggi larchivio pi importante in Europa per la storia industriale italiano in quanto documenta le vicende di 7500 aziende italiane dagli anni Venti agli anni Ottanta. Ne approfitto per sottolineare come la documentazione fotografica di tale corpus racconti il made in Italy e diventi testimonianza essenziale per la storia dellindustria e in generale come strumento di memoria. Mi piace ricordare la donazione che ci ha fatto Folco Quilici di oltre 500.000 fotocolor di tutto il mondo, dal 1954 a oggi, che si configura come quella di un archivio italiano tipo National Geographic: dal Brasile al Sudafrica Quilici ha documentato il mondo che cambia, anche nei suoi eventi pi traumatici per il patrimonio culturale, come nel caso dei Buddha di Bamiyan fatti saltare in aria dagli integralisti nel 2001. Inoltre significativa del nostro patrimonio la collezione di oltre 6000 album fotografici, ognuno differente dallaltro che testimoniano nella scelta delle fotografie i diversi gusti, interessi, ma anche ispirazioni religiose, artistiche dei loro possessori quando nel XIX secolo il Bel Paese era la meta principe del Grand Tour. Ma c anche qualcosa di pi. Per me la fotografia stata un modo per conoscere larte del Novecento; Man Ray, Moholy Nagy sono stati per me unapertura verso larte del Novecento.

Anche la nascita del Museo della Fotografia si deve alla sua iniziativa. Come nata lidea di affiancare uno spazio espositivo allarchivio?

Mi pareva giusto istituzionalizzare la storia della Alinari e della fotografia italiana attraverso il nostro patrimonio fotografico. Nel 1985 Pertini, accompagnato dal segretario generale Maccanico, inaugur a Palazzo Rucellai il primo museo italiano di fotografia che divenne sede di numerose mostre fino al 1997, quando il museo fu sfrattato dopo lultima esposizione, quella di Josef Koudelka, che era intitolata Exiles. Nel palazzo Alinari di Largo Alinari, edificio di cui ho ricomprato una significativa parte, con una superficie totale ad oggi di 2350 mq., sono custodite oltre 5 milioni di fotografie. Si costituita in questi anni una biblioteca di 20mila libri di storia della fotografia (aperta a studiosi), dove si ricostruita anche la raccolta di libri posseduta da Vittorio Alinari. Infine, in collaborazione con lOPD, stato creato un laboratorio di restauro che ha competenze per dagherrotipi, lastre, fotografie. Nel 2006 il nostro museo ha riaperto i battenti con il nome di MNAF nel Convento delle Leopoldine, in Piazza S. Maria Novella, negli spazi del trecentesco ex ospedale, restaurato dalla Regione, dal Comune e con il supporto finanziario dellEnte Cassa di Risparmio di Firenze.

Come sono stati finanziati gli acquisti?

Con investimenti e con i proventi dellattivit della societ, fra cui in primis il noleggio dei copyright; sono oltre 80 i contratti in tutto il mondo, di cui in gran parte in reciprocit, che ci permettono di diffondere internazionalmente, e a nostra volta in Italia, gli archivi fotografici rappresentati. Altri proventi vengono inoltre dallattivit editoriale ed espositiva e dalla vendita delle collotipie e delle fotografie da noi oggi ancora riprodotte con le tecniche artigianali dellOttocento. Proprio per sviluppare gli affari ed incrementare il fatturato nel 1997 era entrata nel capitale la SIP (poi TELECOM). Nasceva allora internet ed era prevedibile che si aprisse un mercato pi vasto e soprattutto che le nuove tecnologie permettessero tramite la digitalizzazione un nuovo metodo di vendita in tempo reale.

Ha cercato nuovi partners?

Nel 2007 si present il Sole 24ore, che aveva appena acquisito anche Motta (Architettura e Arti Grafiche) e Scheiwiller: con Alinari, si trattava delle tre aziende orgoglio della cultura italiana. Nella joint venture il Gruppo Sole 24Ore aveva la maggioranza delle azioni con il 55 per centro, mentre la Fratelli Alinari il 45: mantenendo per la propriet degli immobili, dell' archivio, del marchio e del museo; nel 2012 di comune accordo sopravvenuta la liquidazione della societ Alinari/24ore. Alinari ha quindi ripreso la sua attivit as usual e il recente accordo con lAnsa sottolinea la capacit di espansione nel settore del noleggio delle immagini. Conta oggi 8 dipendenti e 6 collaboratori. La Fondazione che gestisce il museo ne annovera 7.

Vale a dire che, venendo allappello lanciato in queste ultime settimane, Alinari non ha bisogno di essere salvata?

Ho spiegato la situazione chiaramente nella lettera con cui ho voluto tranquillizzare i firmatari dellappello (vedi http://www.patrimoniosos.it/rsol.php?op=getarticle&id=107230). Il patrimonio della Alinari - a parte limmobile, il cui mero valore prudenziale del mercato copre tutti i debiti ad abundantiam - stato valutato sulla base di perizie affidate ad esperti riconosciuti in ambito mondiale di 140 milioni di euro con potenzialit enormi per quanto attiene lo sviluppo del business nelle gi ricordate aree di copyright, libri, mostre, prodotti multimediali.

A proposito di potenzialit, quale la situazione nellambito della digitalizzazione?

Alinari ha digitalizzato ad alta definizione 320mila fotografie, scelte sulla base delle richieste di mercato. Possono sembrare poche, se si pensa agli oltre 5 milioni del fondo. Si tratta per del 6% del totale del patrimonio. Tenga conto che di poco inferiore alla percentuale di opere digitalizzate della raccolta di unistituzione ben pi potente, come il Getty: 5 milioni di digitalizzazioni su un patrimonio di 70 milioni di fotografie. Certamente Alinari non si sottrae alle sfide delle nuove tecnologie. Ne prova il Museo dellimmagine, pronto dal 2008, ma non ancora realizzato per mancanza di spazi, nella mia citt natale, Trieste: un museo inteso come banca dati con 50mila immagini ad alta definizione (in parte navigabili grazie ad un sistema di rendering tridimensionale elaborato in parte dallArea di Ricerca di Trieste) e come spazio espositivo. Da un lato immagini da consultare ed eventualmente da noleggiare, dallaltro lo sviluppo di uno spazio per la sperimentazione di giovani artisti nel settore multimediale. Lo spazio espositivo stato progettato da Massimiliano Pinucci in un parte del Castello di San Giusto; i partner delliniziativa sono marchi di rilevanza mondiale. Si spera quindi che si possa finalmente dar corpo allidea espressa da Ciampi e Prodi nelle loro visite nella citt giuliana di fare di Trieste, porto di uomini e di merci, anche un porto delle immagini.



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