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Servirebbe una legge di riforma radicale dei beni culturali e paesaggistici
08-02-2014
Giuliano Volpe *

* Giuliano Volpe Docente di Archeologia, Universit di Foggia e Componente del Consiglio Superiore per i Beni culturali e paesaggistici del MiBACT


La riforma del Mibact appena presentata con una bozza di DPCM, dopo il lungo lavoro di riflessione e proposte da parte della Commissione presieduta da Marco DAlberti, sembra scontentare tutti. Critiche vengono espresse sia dallinterno che dallesterno del ministero: sul piede di guerra, infatti, sono non solo i sindacati, i funzionari, i dirigenti che vedono in bilico il proprio ruolo, ma anche i docenti universitari, le associazioni culturali e professionali.
La riorganizzazione, in realt, lesito delle norme della spending review e dunque si risolta e forse non poteva essere diversamente in una serie di accorpamenti di direzioni generali e di direzioni regionali. cio unoperazione di mera razionalizzazione, che rischia di scontentare tutti, sia chi desidera conservare lattuale assetto, si chi vorrebbe profondamente innovarlo. Le critiche mosse al decreto colpiscono questo o quellaccorpamento, contestano la perdita di alcune specificit (ad esempio la direzione generale per larcheologia), individuano il rischio di un ulteriore appesantimento burocratico: sono critiche in larga misura condivisibili, ma che ancora una volta rischiano di limitarsi ad aspetti di dettaglio, per quanto importanti, e in alcuni casi alla difesa di interessi settoriali se non addirittura corporativi.
In realt bisognerebbe affermare chiaramente che una riorganizzazione (la quinta nel giro di pochi anni) non possa essere effettuata solo in ossequio alla spending review, con una impostazione meramente amministrativa e burocratica, falsamente neutra, ma dovrebbe essere lesito di un progetto culturale, di una visione, di una idea di patrimonio.
Come avevo gi sottolineato a proposito del documento DAlberti (Il Manifesto, 12 novembre 2013, p. 11), questa riorganizzazione nella sostanza introduce pochi cambiamenti reali, perch conserva lo stesso impianto attuale, accentuando semmai la confusione di funzioni e di ruoli al centro (tra direzioni generali, segretariato, uffici di diretta dipendenza dal ministro) e in periferia (tra Direzioni regionali e Soprintendenze). Le Soprintendenze recuperano maggiore autonomia tecnico-scientifica, con un parziale ritorno al passato, ma resta la coesistenza con le Direzioni regionali, sia pur ridotte di numero. Comera facile prevedere, senza una chiara visione, una riorganizzazione rischia di tradursi solo in un balletto di poltrone, direzioni, uffici. Si tratta, cio, di unoperazione tutta interna al ministero, che non tocca ancora una volta i nodi culturali, metodologici e politici del ruolo, del significato, del valore del patrimonio culturale e paesaggistico nella societ attuale.
Ecco perch uniniziativa che personalmente mi appassiona assai poco, cos come considero sostanzialmente ispirate a battaglie di retroguardia la maggior parte delle (pur legittime) critiche finora rivolte. Credo si debba essere pi radicali e innovativi.
In realt al nostro Paese servirebbe una riforma vera, organica, della tutela e della valorizzazione del patrimonio culturale e paesaggistico. Per questo non basta un DPCM, serve una legge.
Servirebbe una riforma capace di superare lattuale frammentazione, figlia di una visione antiquaria e accademica, che separa disciplinarmente le architetture, le opere darte, i reperti e le stratificazioni archeologiche. Una riforma in grado di dar vita a strutture territoriali miste e multidisciplinari, affermando finalmente una visione olistica, globale, diacronica e contestuale del patrimonio culturale e paesaggistico, ponendo, cio, il paesaggio (non inteso solo in senso estetico) al centro dellazione di tutela. Una riforma che favorisca la collaborazione sistematica tra Mibact e Universit, che dia garanzie al mondo del precariato professionale dei beni culturali, che riconosca la centralit delle attivit di valorizzazione, comunicazione, di partecipazione democratica. Una riforma, cio, che ci faccia uscire definitivamente dal Novecento (anzi dallOttocento!) e che ci porti finalmente nel XXI secolo.
Una riforma di questo tipo possibile solo con il coraggio del cambiamento e con una forte volont di reale innovazione. questa, a nostro parere, la reale sfida che dovrebbe affrontare il ministro Bray, coinvolgendo tutte le forze innovatrici presenti nel suo ministero, con lapporto del mondo delluniversit, dei professionisti dei beni culturali, dellassociazionismo culturale, della cittadinanza attiva.



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