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A proposito di ‘I no delle Soprintendenze che rovinano i tesori d’Italia’
09-03-2014
Giuliano Volpe

L’articolo di Giovanni Valentini su ‘La Repubblica’ di domenica 9 marzo 2014, dal titolo ‘I no delle Soprintendenze che rovinano i tesori d’Italia’, è emblematico di come sia sentita l’attuale situazione della tutela del patrimonio culturale in Italia, anche tra persone di cultura, progressiste. Valentini parla della «paralisi della conservazione», del «blocco preventivo», della «cautela della tutela», denunciando i blocchi, i ritardi, i rinvii, i ‘pareri’ e le ‘prescrizioni’ rilasciati, sia pur con le migliori intenzioni, «per prudenza o per paura di complicazioni giudiziarie».
Il tema è delicato e complesso e non può essere liquidato in poche battute. Le cause dell’attuale situazione sono molte e sono stratificate nei decenni passati, a causa di un generale disinteresse della politica nei confronti della cultura e della tutela del patrimonio: un ministero (il MIBACT) considerato di serie B o C, sottoposto ad un processo continuo di trasformazione da organismo tecnico-scientifico a struttura macrocefala e burocratica, asfittica e autoreferenziale; i fondi sempre più scarsi fino ad essere risibili; la mancanza di turn-over e l’invecchiamento del personale, la cui media d’età supera abbondantemente i 50 anni.
L’articolo di Valentini è illuminante soprattutto perché non viene da un esponente della categoria dei costruttori cementificatori o di chi in nome di una malintesa modernizzazione vorrebbe eliminare regole e vincoli. Né da un esponente della categoria dei ‘talebani’ pronti a denunciare ogni inadempienza, vera o presunta, delle stesse soprintendenze nella tutela di un bosco, di un palazzo storico, di un sito archeologico, o di quel mondo dell’impegno culturale e ambientale spesso accusato di voler bloccare tutto e ‘musealizzare’ il paese. Proprio per questo la denuncia di Valentini è ancor più preoccupante.
Non a caso, nell’articolo si fa cenno al Presidente del Consiglio Matteo Renzi che da sindaco di Firenze ha avuto non pochi battibecchi con le soprintendenze, considerandole un ostacolo alla modernizzazione, e che anche nel suo discorso dopo la vittoria alle primarie non ha risparmiato bordate. Questa la posizione renziana, puntualmente riportata da Valentini: «abbiamo la cultura in mano ad una struttura ottocentesca, non può più basarsi sul sistema delle soprintendenze». È una posizione che pone un problema reale, da affrontare in maniera laica, senza ideologismi, se si vuole evitare il peggio.
L’attuale assetto del sistema della tutela è effettivamente organizzato ancora su una base teorica e culturale gloriosa, di stampo otto-novecentesco. Il dovere irrinunciabile di garantire la conservazione sia del nostro patrimonio sia della nostra prestigiosa tradizione andrebbe attuato con la capacità dell’innovazione e il coraggio del cambiamento. Negare la crisi, questo sì che è un errore. Bisogna saper utilizzare categorie nuove e strumenti nuovi, senza che questo significhi ‘nuovismo’ a tutti i costi. Il cambiamento profondo che il concetto stesso di patrimonio culturale e paesaggistico ha conosciuto, soprattutto negli ultimi decenni, dovrebbe indirizzare verso forme nuove di organizzazione della tutela. La tradizione, quando non è rinnovata, si trasforma in tradizionalismo, conservatorismo, conformismo.
La prima vera innovazione consiste nell’affermazione di una visione olistica del patrimonio culturale e paesaggistico. Andrebbe superata definitivamente la stanca e inefficace separazione disciplinare tra beni archeologici, beni architettonici, beni artistici, oltre che le assurde, scolastiche e anacronistiche scansioni cronologiche. Questo non significa affatto abbandonare gli specialismi ma semmai affermare la globalità, che rappresenta un deciso passo in avanti oltre la mera interdisciplinarità. Il ruolo e la struttura del MiBACT andrebbero ripensati non nell’ambito dell’ennesimo progetto di riorganizzazione amministrativa (meno che mai come mero intervento di spending review, come nel caso del progetto dell’ex ministro Bray) ma come esito di un progetto culturale. Una riforma dell’organizzazione non è, infatti, un’operazione neutra, meramente tecnica.
Andrebbe superato il modello delle soprintendenze settoriali, passando ad un sistema di unità operative territoriali uniche, costituite da équipe multidisciplinari con competenze estese all’intero complesso del patrimonio culturale e paesaggistico. Le successive numerose riforme hanno, infatti, creato un’enorme confusione, con sovrapposizioni e conflitti di funzioni tra centro e periferia e in periferia tra Direzioni regionali e soprintendenze settoriali. Una riforma di questo tipo rappresenterebbe un deciso passo avanti non solo nella qualità della tutela ma anche nel rapporto con gli enti locali, i professionisti, i cittadini, proprio in riferimento a quanto denuncia Valentini nel suo articolo. Per pareri, autorizzazioni, controlli, interventi d’urgenza o programmati gli Enti locali, i cittadini, i professionisti avrebbero a che fare con un organismo unico, e non con i tre-quattro attuali. Anche questa è semplificazione.
Quanti sono i casi di prescrizioni incrociate delle diverse soprintendenze, quasi sempre rilasciate senza alcun coordinamento tra loro, che finiscono per ritardare o bloccare operazioni importanti di recupero e valorizzazione di immobili storici abbandonati e degradati? Quanti i casi di indicazioni e prescrizioni che cambiano a seconda del funzionario del momento o i casi di conferenze di servizio (teoricamente pensate per velocizzare e semplificare) alle quali sono invitate più soprintendenze, oltre alla direzione regionale, che quasi mai partecipano (anche a causa della scarsezza del personale o dei fondi di missione) e che spesso trasmettono pareri divergenti? Tutto questo contribuisce oggettivamente ad esasperare gli atteggiamenti di sfiducia, di rifiuto e anche di contrapposizione nei confronti delle strutture della tutela.
Innovare significa superare l’attuale situazione di conflitto di interesse tra l’attività di coordinamento/controllo/valutazione e quella di gestione, oggi nelle stesse mani. Ma soprattutto significa superare l’assurda concezione ‘proprietaria’ del patrimonio culturale. L’innovazione richiede una modifica profonda del concetto di valorizzazione contro un’idea riduttiva che troppo spesso considera la valorizzazione sinonimo di sfruttamento economico, nella consapevolezza che il patrimonio culturale possa e debba contribuire allo sviluppo economico di un territorio e di una comunità, senza per questo cadere in una visione rozzamente economicistica, valutando anche i progressi in termini di miglioramento della qualità della vita, di sviluppo culturale, di costruzione della memoria sociale, di crescita della consapevolezza di una comunità. Innovare significa affermare la centralità della comunicazione, promuovere forme autentiche di partecipazione democratica dei cittadini, e soprattutto, creare un sistema statale integrato, con una stretta collaborazione e integrazione di funzioni tra MiBACT, Università, Regioni e Enti locali, oltre ai liberi professionisti e alle associazioni di volontariato.
Lo stesso Valentini cita come esempio di best practise la Regione Puglia che si è dotata del Piano Paesaggistico Territoriale Regionale, il primo a scala dell’intero territorio, di un Sistema Informativo Territoriale e della Carta dei Beni Culturali regionale (coordinata da chi scrive), a disposizione di chiunque ne abbia bisogno.
È anche questa una dimostrazione, parziale ma significativa, che solo attraverso una riforma radicale, con il pieno coinvolgimento delle varie componenti del sistema pubblico e la partecipazione attiva della cittadinanza, è possibile uscire da un sistema della tutela orami stanco, da molti sempre più sentito solo come repressivo e poliziesco, oltre che inefficiente, come segnala con forza l’articolo di Valentini. Dovremmo dar vita ad una riforma radicale capace finalmente di portare anche il mondo dei beni culturali nel XXI secolo. Vorrà e saprà il nuovo ministro Franceschini accompagnare questo processo riformatore? Senza una riforma radicale, che soprattutto il mondo della cultura e le componenti realmente progressiste della politica e della società dovrebbero fortemente volere, si rischia, infatti, di assistere passivamente all’agonia, all’implosione, alla rottamazione, al crollo; si rischia di subire, com’è successo nel mondo dell’università, riforme pensate e imposte da altri, e, forse, anche la vittoria definitiva dei cementificatori e dei ‘petrolieri dei beni culturali’.



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