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Lettera aperta a Pier Giovanni Guzzo, a proposito della visione olistica della tutela
16-03-2014
Giuliano Volpe

Lettera aperta a Pier Giovanni Guzzo, a proposito della visione olistica della tutela

Caro Piero.
ho letto con grande interesse il tuo intervento, che fa seguito ad alcuni miei, ospitati da Patrimonio SOS, nei quali ho espresso le ragioni di una visione olistica del patrimonio culturale e paesaggistico.
Come sai bene, ti considero uno dei migliori archeologi, soprintendenti e ricercatori, ho da sempre unenorme stima per te, avendo avuto anche la grande fortuna di averti soprintendente in Puglia in anni lontani, quando ero un archeologo ai primi passi e ho potuto contare sul tuo insegnamento e sul tuo prezioso e convinto sostegno nelle mie attivit di ricerca.
Trovo in questo tuo intervento molti spunti importanti per sviluppare, in maniera laica e senza ideologismi, un confronto proficuo, capace di analizzare al tempo stesso gli aspetti teorici e metodologici (che ovviamente non facile affrontare in un articolo di giornale o in un breve intervento; sar per me un piacere farti dono di un mio saggio in corso di stampa e di un volume appena edito con gli atti delle giornate foggiane dello scorso autunno sui beni culturali e paesaggistici) e quelli pratici ed operativi (che, per essere realmente efficaci, devono per essere la traduzione di una visione culturale, altrimenti si rischia di proseguire nella prassi deteriore delle varie riforme del Mibact, sempre concepite solo come una riorganizzazione burocratico-amministrativa).
In questo senso non condivido affatto la tua posizione quando affermi che la versione pratica, per sua natura, non si basa su trattati teoretici, ma sul bagaglio dellesperienza, dal quale trae spunto per migliorarsi, correggendo gli inevitabili errori commessi. Sarebbe come dire, per restare in ambito archeologico, che la pratica di scavo non dipende dalla teoria stratigrafica ma solo dallesperienza: quanti danni sono stati fatti nel passato grazie a idee di questo tipo? Sto estremizzando (so bene che non pensi affatto questo) solo per chiarezza. Oppure, che lorganizzazione di un corso di studi universitario dipende solo dalla competenza pratica dei docenti (certamente preziosa e ormai merce rara) e non da un progetto scientifico-culturale.
Nel tuo intervento, inoltre, riproponi ancora una volta largomento del fallimento dellesperimento siciliano per contrastare lidea della Soprintendenza mista. Conosco a memoria questo argomento, perch viene continuamente ripetuto: forse sarebbe il caso di chiedere un parere ai colleghi siciliani. quello che ho fatto io anche recentemente in due occasioni di discussione di questi temi ad Agrigento, confrontandomi con tanti colleghi delle soprintendenze siciliane. Ebbene, emerso con chiarezza che nessuno (o quasi) rimpiange il vecchio modello delle soprintendenze settoriali, e che i danni del modello siciliano sono di tuttaltra natura: derivano dalla dipendenza troppo ravvicinata e dallingerenza diretta del potere politico (la Regione), che produce continui spostamenti, promozioni e punizioni, oltre che discutibili selezioni del personale, e soprattutto da una scellerata legge regionale sulla dirigenza unica che ha prodotto non solo un numero enorme di dirigenti ma anche leliminazione di ogni competenza specifica, per cui si pu avere a dirigere una soprintendenza o un parco archeologico o un museo un dirigente che non abbia alcuna minima attinenza tecnico-scientifica con i beni culturali, come un agronomo o un veterinario; altro limite grave del modello siciliano leccessiva frammentazione in province, ora in dismissione, invece che per comparsi territoriali omogenei.
Anche largomento delle Direzioni Regionali, da te ricordate come un esempio negativo di approccio olistico, non mi sembra che possa essere significativo, proprio perch le Direzioni sono state concepite solo come organismi burocratici, sovrapponendosi alle Soprintendenze settoriali e creando non poca confusione allinterno del sistema e soprattutto allesterno (sfido chiunque a trovare un cittadino o un amministratore locale che abbia finalmente capito con chi debba rapportarsi quando deve affrontare un problema relativo ad un sito archeologico, ad un monumento, ad un bosco). Sono, a mio parere, il tipico esempio di una riforma realizzata senza un progetto culturale chiaro!
Non citi, esplicitamente, un argomento che spesso altri archeologi adducono contro il progetto delle soprintendenze miste (queste sarebbero dirette quasi tutte da architetti), che riporto solo perch mi consente di precisare meglio il mio pensiero. In realt un accenno presente quando dici che a rappresentare lorgano e guidarne destini ed operativit un rappresentante di uno dei saperi compresi nellorgano stesso e che questo comporta automaticamente il declassamento di valore di tutti gli altri saperi. Questo un nodo essenziale.
Tralasciando la logica della contrapposizione corporativa tra categorie professionali, penso che la questione non riguardi la specificit tecnico-scientifica e professionale di chi dirige un organo quanto la sua reale capacit di avere una visione organica e, appunto olistica del patrimonio culturale: e questa una questione meramente culturale e metodologica, che segnala un grave ritardo, anche di tipo formativo universitario (come tu giustamente sottolinei). Non tanto importante che il soprintendenze sia un archeologo o un architetto o uno storico dellarte, quanto che abbia la capacit di una visione di insieme e, al tempo stesso, di avvalersi di tutte le competenze che in un organismo di tale tipo dovrebbero essere presenti e dovrebbero saper interagire. come se pensassimo che ci debba essere un ospedale composto solo da cardiologi, o solo da nefrologi, o solo da urologi, mentre sappiamo bene che un ospedale moderno un sistema complesso e integrato. Oppure, restando nella metafora ospedaliera (non a caso, perch proprio ad unit miste di ricerca, formazione e assistenza, cio, nel nostro caso, tutela, che dovremmo puntare) possiamo mai pensare che un bravo direttore sanitario, solo perch di formazione nefrologica, pensi di poter considerare poco importante la cardiochirurgia?
Questo pone, ovviamente il problema della qualit della dirigenza, del suo reclutamento, della sua formazione iniziale e permanente. Un problema che riguarda, purtroppo, tutta la pubblica amministrazione, ed anche luniversit.
Pi in generale, questo tema da te indicato segnala un problema assai grave del sempre pi accentuato affermarsi di specialismi settoriali che spesso finiscono per considerarsi non gi come parte di un insieme pi complesso, ma essi stessi come un intero. Gli specialismi, che sono assolutamente necessari per il progresso delle conoscenze, risultano meno utili se portano allisolamento e alla autoreferenzialit, attribuendosi una patente di totalit.
Il campo dei beni culturali (anche a livello universitario) tiene in scarsa considerazione lodierno dibattito scientifico pi maturo, che individua tutti i limiti di tale atteggiamento riduzionistico, incapace di per s di giungere alla comprensione (e quindi alla tutela) di oggetti e di fenomeni complessi, come il patrimonio culturale e paesaggistico. Ogni specialismo , infatti, tanto pi forte quanto pi consapevole della propria limitatezza e sollecita confronti, interazioni, integrazioni, in un continuo dialogo tra saperi umanistici e tecnico-scientifici. La globalit non va confusa con una mera sommatoria di specialismi. Questa si costruisce innanzitutto nella testa del singolo archeologo, architetto o storico dellarte. Una visione globale e olistica rappresenta un deciso passo in avanti oltre la mera interdisciplinarit, richiede la decisa opzione per il lavoro di gruppo, la capacit di rimettersi in gioco. Ecco perch la soprintendenza unica sarebbe un deciso passo in avanti, ma da solo insufficiente se non accompagnato da un deciso cambio di mentalit, da una decisa apertura alla societ, dalla trasformazione da strutture autoreferenziali a organismi inclusivi di reale servizio pubblico.
Ecco, infine, il tema che mi sembra pi importante e pi grave, tra quelli da te posti: il rapporto con la societ contemporanea. Su questo, sinceramente, la mia distanza da quanto affermi totale (anche se, devo ammetterlo, conoscendo il tuo impegno culturale e politico, ho il timore di non aver ben compreso la tua posizione).
Sono totalmente daccordo con te quando dici che poich lattivit di tutela si svolge allinterno della societ contemporanea, e a servizio della stessa, una concreta visione olistica della tutela non potr non comprendere anche, se non forse in maniera preponderante, la societ stessa, le sue tendenze, i suoi bisogni, le sue realt. Non condivido affatto, invece, questa separazione tra tecnici e societ: di tutto ci non potranno mai i tecnici, sia di Soprintendenza sia di Universit, olistici o non olistici, essere rappresentanti, interpreti e realizzatori: ma solamente i rappresentanti della societ stessa ai definiti livelli di rappresentanza e di esecutivit. La conclusione della riflessione mi pare preoccupante: star, quindi, ai tecnici istruire al meglio i provvedimenti di tutela: ma ai rappresentanti della societ renderli efficaci.
Chi sarebbero i rappresentanti della societ? I politici? I partiti?
No, caro Piero, proprio tale separazione ad essere origine di tanti problemi. Certamente la nostra competenza tecnico-scientifica fondamentale per effettuare operazioni corrette di conoscenza, di tutela, di formazione, e, forse, anche di valorizzazione e comunicazione. Ma non basta! Finch ci sentiremo solo tecnici (e non voglio qui porre il problema delle degenerazioni, pure diffuse, di chi si sente custode, vestale della purezza della cultura o, peggio ancora, proprietario dei beni culturali) la nostra battaglia sar persa. Forse riusciremo ancora a vincolare e a tutelare un bene, ma avremo perso la battaglia pi importante, quella democratica, della partecipazione, della condivisione di valori comuni, della progettazione di forme di sviluppo diverse della nostra societ. Anche per questo articoli (brutti) come quello di Giovanni Valentini finiscono per avere gioco facile. La sfida quella dellinnovazione vera, che innanzitutto innovazione culturale e metodologica, dalla quale possono derivare prassi, pratiche, organizzazioni realmente innovative, al passo con il XXI secolo, superando finalmente le nostalgiche posizioni conservatrici della (gloriosa) tradizione Otto-Novecentesca, che solo una sana innovazione pu rivitalizzare.
Ti ringrazio di cuore per il tuo intervento, per i tanti temi che hai posto e per gli stimoli che con la tua esperienza e la tua sensibilit hai posto. E mi auguro soprattutto che questo confronto prosegua, che ci siano occasioni, a breve, per discutere, per confrontare posizioni diverse, e per elaborare progetti condivisi di vera innovazione.
Tuo, con affetto
Giuliano Volpe



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