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Risposta di Daniele Manacorda all'intervento di Guzzo a proposito della visione olistica della tutela
17-03-2014
Daniele Manacorda

Allintervento proposto da Piero Guzzo sul tema della visione olistica della tutela ha gi risposto Giulio Volpe. Concordo pienamente con le sue parole, cos come mi ritrovo nella definizione che Guzzo d di quella che dovrebbe essere la pi diretta applicazione pratica di questo concetto nella Pubblica Amministrazione, e cio un organo operativo allinterno del quale siano rappresentati tutti i saperi, tecnici e scientifici, relativi e necessari al fare tutela, in specie sotto unangolazione territoriale e paesaggistica. E esattamente ci di cui si discute e non sono formali i ringraziamenti che in tal senso mi sento di fare a Guzzo, amico carissimo ancor prima che collega da sempre universalmente stimato.
Il suo un contributo importante al dibattito, perch mette in luce quelle che, a mio avviso, sono alcune delle contraddizioni che rendono cos indigeribile questa proposta a tanti dirigenti funzionari del Mibact. Provo a seguirle nellordine stesso in cui le ha esposte Guzzo.
1) Un organo unitario sarebbe diretto inevitabilmente da un rappresentante di uno dei saperi compresi nellorgano stesso. Ci comporta automaticamente il declassamento di valore di tutti gli altri saperi. In primo luogo trovo questa preoccupazione preoccupante, segno di una grande sfiducia sulla possibilit che il nostro paese possa esprimere una classe dirigente sufficientemente colta da non dover guardare al centro del proprio ombelico, tanto pi in una funzione di alta responsabilit culturale. In secondo luogo, affronterei il problema anche da un altro angolo di visuale: un organo unitario, ricco di competenze culturali, tecniche e scientifiche, forse dovrebbe essere gestito innovando il modello prefettizio attuale che pone in capo al Soprintendente tutte le responsabilit, secondo una logica che risale a tempi assai remoti, e si dovrebbe fondare su un modello di governance pi democratico, che nella Pubblica Amministrazione non significa n assembleare n elettivo, ma semplicemente partecipato.
2) Lo scetticismo di Guzzo circa la qualit dei dirigenti si fonda su un argomento serio, e cio sulla difficolt vera del sistema formativo Universitario di dar vita a figure dotate di questa visione unitaria del patrimonio. Senza ripetere quello che ha gi scritto Volpe, non si tratta di formare tuttologi, ma persone colte, capaci di cogliere il senso di una visione contestuale del bene da tutelare. Ma il nodo della formazione resta: non se ne esce se i profili formativi non divengono effettivo terreno di incontro tra le due Amministrazioni (la ripetizione stanca degli steccati disciplinari soffoca infatti gli uni e gli altri).
3) E davvero paradossale il tentativo di riconoscere nelle Direzioni Regionali del Mibact una sia pur embrionale forma di versione olistica della tutela. Il coordinamento affidato a quelle Direzioni tutto meno che di ordine culturale. E non si vede perch mai la sua burocratizzazione, che Guzzo giustamente denuncia, sarebbe stata progressiva. Sono nate proprio cos, come ulteriore livello burocratico dellamministrazione, e i loro pregi e difetti nulla hanno a che vedere con la visione olistica del patrimonio. Che poi i motivi di insoddisfazione per il loro operato dipendano per Guzzo dallimpronta professionale specializzata che ha contraddistinto ognuno dei Direttori Regionali considerazione disarmante. Se intendo bene, ancora una volta una riforma non si pu fare perch la qualit del personale non ne sarebbe allaltezza. Conclusione: si cambia il personale, si migliora la sua qualit o si rinuncia alle riforme di cui il Paese ha bisogno?
4) Se il patrimonio scrive Guzzo - ancora conservato e, in parte, reso fruibile conseguenza delle attivit degli uffici di tutela. E questo indubbio. Come indubbio che le posizioni che spingono per una forte innovazione nel settore partono sempre da una valutazione storicamente positiva dei risultati raggiunti dal nostro sistema, pur volendone migliorare lefficacia e lefficienza. Altra cosa affermare che questi uffici nel campo sia archeologico sia storico-artistico sia architettonico hanno svolto attivit di tutela a favore di ogni fase cronologica e culturale dellattivit umana, a prescindere dalle voghe della ricerca e dalle volubilit dei matres penser(?). La divisione disciplinare della tutela infatti cos deleteria che, quando cominci a distinguere, rischi di non smettere mai. E esperienza diffusa quanto gli interessi settoriali del singolo funzionario, ad esempio archeologo, influenzino da sempre lattenzione e lintensit delle sue scelte e dei suoi comportamenti, dai lassismi verso determinati contesti (dalla preistoria al medioevo; degli ultimi 500 anni ancora non se ne parla se non in rare felici occasioni) alle insopportabili privatizzazioni di altri. Questo stato vero per decenni in tutto il territorio nazionale (certo non nella prassi di Guzzo, della cui apertura mentale e probit sono state testimoni intere generazioni di archeologi, a partire da chi scrive). Credo anche che se oggi la attenzione al continuum storico e territoriale del patrimonio pi sentita e praticata, questo lo dobbiamo anche allopera di formazione e innovazione culturale portata avanti nellultimo quarto del secolo scorso da una bella fetta della cultura italiana, accademica e non.
5) Ma la contraddizione pi evidente mi pare che emerga da questa considerazione: gli strumenti operativi finalizzati alla conoscenza ed alla tutela sono ben differenti fra loro se si applicano a Beni di natura differente. Ne deriva, se non capisco male, che la tutela ha basi non storiche, ma metodologiche, perch i singoli manufatti o contesti devono essere trattati ciascuno con le metodologie loro proprie. Premesso che questa ripartizione (che la destra non sappia quel che fa la sinistra) una delle cause del malessere stesso della ricerca scientifica sul patrimonio (archeologia, storia dellarte, architettura hanno invece fame dei reciproci contributi metodologici, per non parlare del patrimonio etnoantropologico) e che Giulio Volpe ha gi illustrato, con la metafora ospedaliera, la insensatezza di una scomposizione metodologico-disciplinare della complessit del reale , quel che davvero sorprende che la conclusione del ragionamento porta ad affermare che una visione omogenea del patrimonio si ottiene attraverso la conoscenza e linterpretazione del passato compiute dallinterprete contemporaneo, cio lo storico; ma conclude Guzzo - attribuire il compito olistico dellinterpretazione storica della attivit culturale del passato ad organi rivolti alla tutela appare un incongruo cambio di scala. Ecco dunque che con queste premesse le Soprintendenze assumono n pi n meno che il ruolo di strumenti tecnici, cui non si chiede di fare cultura. Se cos , qualcuno mi spieghi perch fin da ragazzo mi stato ripetuto che non c tutela senza conoscenza, che ricerca e tutela vanno di pari passo, e addirittura che tutela e valorizzazione sono la stessa cosa (questo per non lho mai creduto). E domandiamoci allora perch mai queste soprintendenze tecniche, che non interpretano, e quindi non giudicano, debbano avere in mano lenorme potere che hanno. Queste soprintendenze potrebbero essere quindi normali uffici di un organo pensante, pi ampio e pi colto capace di avere una visione completa e coerente del bene da tutelare e del suo contesto. A maggiore ragione possono pertanto essere uffici colti e metodologicamente attrezzati allinterno di questo organo unitario.
6) Se la perentoria affermazione di Guzzo: Agli organi di tutela la responsabilit di tutelare deve essere letta su questa base, mi attendo, e temo, una tutela cieca, astrattamente rivolta al tutto (e quindi concretamente piena di falle), incapace di proporre gerarchie, scelte difficili e sofferte ma a volte necessarie (le vediamo continuamente nei cantieri delle grandi infrastrutture e nessuno grida allo scandalo), dura e pura e quindi come talvolta si trova ad essere forte con i deboli e debole con i forti.
7) Non comprendo infine perch mai, se ogni organo territoriale di tutela non avr sotto la propria responsabilit che una definita porzione di territorio, e quindi dei Beni localizzati solamente in essa verrebbe minato alla base il concetto stesso di olismo che si vorrebbe attribuire a tali organi. Non credo di dire una stranezza suggerendo che possibile avere una coerente visione olistica anche della propria camera da letto.
8) In conclusione, concordo assolutamente con Guzzo quando scrive che una concreta visione olistica della tutela non potr non comprendere anche, se non forse in maniera preponderante, la societ stessa. Assolutamente s: per questo le auspicate Soprintendenze uniche non bastano se non sono accompagnate da un cambio radicale di mentalit, che sposti il loro compito da quello di funzione pubblica a quello di servizio pubblico, da organi autoreferenziali a organi aperti alla societ, forti, ancora pi forti, ma non conflittuali, perch capaci di ascolto e di coinvolgimento delle migliori forze presenti nel Paese, percepite non come potenziali nemiche del patrimonio, ma come interlocutori e alleate per la salvaguardia innanzitutto del suo senso storico.
Daniele Manacorda



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