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in difesa dei beni culturali e ambientali

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Per salvare il nostro patrimonio un'alleanza con i cittadini
01-08-2014
Daniele Manacorda

Al grido di dobbiamo salvare le soprintendenze anche un intellettuale di rara intelligenza come Carlo Ginzburg paventa il ridimensionamento delle loro competenze con i conseguenti danni al nostro patrimonio e al paesaggio. Il decreto Franceschini di cui Ginzburg parla per sentito dire attribuirebbe a persone prive di conoscenze specifiche scelte importanti, che decideranno della sopravvivenza di opere, di edifici, di equilibri paesaggistici fragilissimi. Il decreto in realt dice tuttaltro, attribuendo un ruolo di coordinamento e armonizzazione a Commissioni regionali per il patrimonio culturale, composte dagli stessi soprintendenti.
Ginzburg, da grande storico qual , sa che la iperspecializzazione la tomba della storiografia. E ci vale anche per il patrimonio, dal momento che non si tutela almeno a parole solo loggetto, il monumento, il luogo, ma il contesto che li accoglie.
Ma questo al lupo! al lupo!, che quando si tratta di difendere il nostro patrimonio culturale non mai fuori di luogo, se schiacciato sul presente rischia di peccare di profondit storica. Se ancora una volta ci preoccupiamo dello stato della tutela in Italia, vuol dire che ci che temiamo possa accadere gi accaduto e non da ieri. E infatti limpalcatura del nostro sistema di tutela, vecchia di oltre un secolo, da tempo obsoleta.
Una riforma del sistema non ha nulla a che vedere con il policentrismo, che Ginzburg giustamente ricorda quale caratteristica della storia dItalia: ci si domanda piuttosto perch questa difesa del policentrismo si accompagni ad una visione manichea della pubblica amministrazione, nella quale lo Stato giocherebbe un ruolo di protagonista buono e i Comuni quello del cattivo deuteragonista.
Larticolo 9 della Costituzione continuamente tirato in ballo parla infatti di Repubblica e non di Stato, e parla di promozione della cultura, cio di valorizzazione: una parola demonizzata da chi la traduce in monetizzazione. Siamo come paralizzati da conservatorismi non pi giustificabili da parte di una fetta di classe dirigente, anche colta ma elitaria, che ha paura di cimentarsi con le sfide affascinanti che ci propone leconomia della conoscenza.
Le radici di molti dei problemi attuali stanno nella stagione laica della demanializzazione dei beni artistici e del processo di affrancamento e civilizzazione portato avanti dalla borghesia italiana del tardo Ottocento. La tutela legale, fatta di divieti e di sanzioni, prese allora il posto con tutte le sue benemerenze storiche da quella che stata giudicata come una sorta di spontanea conservazione sociale.
Da allora molta acqua passata sotto i ponti, anche nel rapporto beni culturali/cittadinanza. Gi quaranta anni fa uno storico dellarte come Andrea Emiliani, studioso profondo della storia della tutela, denunciava il fossato che la cultura ufficiale e lamministrazione del settore avevano scavato tra i beni culturali e il comportamento della societ e additava nel 1923 lanno in cui, con la definizione della figura del soprintendente, il patrimonio fu definitivamente sottratto agli italiani. Vero? Falso? Quanto meno legittimo discuterne, al di fuori dei corporativismi fortissimi che si oppongono, dentro e fuori dellamministrazione, a tutto ci che sa di innovazione in questo settore (basta vedere la vicenda del decreto sulle liberalizzazioni, con il dietro front che, in nome della tutela!, impedisce di fotografare un libro nelle nostre biblioteche pubbliche, ma non di fotocopiarlo a pagamento!)
Guerre, dittature, socialismo, democrazia, boom economici e crisi, strapotere del ceto medio e dei mediaquante ne abbiamo viste? Nelle democrazie di massa il potere decisionale lo esercitano anche quelle maggioranze, che sono state escluse dalla percezione del valore dei beni culturali, chiusa in una ristretta cerchia di addetti ai lavori. E infatti, se si parla di restituzione dellItalia agli italiani, dobbiamo pur domandarci chi glielha tolta! Poich caro Ginzburg al patrimonio culturale italiano ci teniamo tutti, discutiamo allora su che cosa fare per salvare il bambino buttando lacqua sporca. LAmministrazione pubblica della tutela richiede una riforma radicale, che dordine culturale prima ancora che politico e amministrativo, per metterla al passo con la societ del XXI secolo, mantenendo le condizioni perch i suoi meriti storici possano persistere e rimovendo le circostanze che hanno generato i demeriti, che sono allorigine della sua attuale crisi.
Un nuovo sistema del servizio di tutela richiede la partecipazione di pi attori e richiede un ribaltamento di concezioni nel rapporto fra Pubblica Amministrazione e cittadinanza. Pi che fare quadrato attorno al simulacro di una tutela nostalgicamente vissuta, accettiamo la sfida del presente e creiamo idee e progetti innovativi, che diano linfa e speranza al patrimonio.
Una tutela contestuale, intesa come sistema inclusivo, servizio pubblico, luogo della ricerca e della formazione condivise, comunicazione e democratizzazione della cultura, superamento di una concezione elitaria e gelosa del patrimonio, richiede la chiamata a raccolta di tutte le energie positive del paese, con lobiettivo di creare una rete diffusa di gestione socialmente allargata del patrimonio.
La riforma Franceschini non la riforma che vorrei (e temo che sia in alcuni suoi aspetti farraginosa), ma va nella direzione del cambiamento. Lamministrazione pubblica deve smetterla di difendere lItalia dagli italiani. Corrotti e corruttori, ignoranti devastatori del patrimonio ci sono sempre stati. Ma c una enorme fetta di paese pronta a difendere con i denti il futuro del patrimonio sol che le si faccia intendere che si capita la lezione: che lItalia loro. Con loro occorre allearsi. Stato, regioni, comuni, universit, associazionismo culturale, singoli cittadini per il bene comune hanno di fronte due avversari agguerriti: i marioli di sempre e la conservazione culturale scontenta del presente ma paurosa del futuro.




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