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“Insediamento sparso” e degrado del paesaggio rurale: il caso del Lazio
20-04-2006
Luca Bellincioni

Uno dei fenomeni urbani più gravi e determinanti per la distruzione, oggi in atto, del patrimonio paesaggistico ed ambientale italiano è quello del cosiddetto “insediamento sparso”, che si manifesta soprattutto nelle aree collinari e di pianura, prima caratterizzate dal tipico “paesaggio rurale” italiano. Con il declino irreversibile dell’agricoltura, si assiste infatti non soltanto ad un riutilizzo in funzione residenziale delle antiche abitazioni di campagna (quasi sempre ristrutturate con criteri del tutto estranei al loro carattere originario) ma anche alla proliferazione di nuovi edifici (ville, villette, centri residenziali, capannoni agricoli, commerciali o addirittura industriali) in aree tradizionalmente rurali o naturali, con l’effetto di un’evidente alterazione dell’ambiente circostante. La conseguenza più immediata di tale fenomeno è quella di “omologare” i tradizionali paesaggi rurali, “cancellandone” letteralmente la propria specificità, e se la sua portata è già avvertibile, lo sarà ancor di più da qui a pochi anni, quando molti paesaggi italiani saranno completamente sfigurati (quando non distrutti). All’attuale diffusione dell’urbanizzazione selvaggia e dell’insediamento sparso seguiranno allora contraccolpi anche dal punto di vista economico: laddove ciò accadrà, perderanno di valore (e in alcuni casi non avranno assolutamente più senso) le attività e i servizi connessi al turismo ambientale (ad esempio: aziende legati ai prodotti tipici, ristoranti, alberghi, agriturismi, bed & breakfast, affittacamere, ecc…), poiché essi verranno a trovarsi su un territorio non più competitivo (poiché non più integro) nell’ambito di questo settore, oggi in straordinaria crescita e destinato a divenire, nell’arco di pochi decenni, il settore leader nel turismo italiano. Del resto, come gli addetti ai lavori sanno bene, il turismo ambientale finirà col soppiantare il tradizionale “turismo di massa” dei stabilimenti balneari, che soffre di un evidente asimmetria tra “costo dei servizi offerti” e “qualità del materia prima” in cui essi si svolgono (i mari e le spiagge sono sempre più degradati ed inquinati, ed in molti casi s’impone ormai il divieto di balneazione), o quello delle stazioni sciistiche che, soprattutto nell’Appennino, sono penalizzate da costanti crisi d’innevamento, oltre al fatto che esse, a causa del territorio ridotto, non possono non avere (a differenza delle Alpi) un impatto ambientale devastante (ciò che diviene fatto ancor più negativo, se pensiamo alla progressiva diffusione di una certa sensibilità da parte dell’utenza sciistica nei confronti di come sono realizzati gli impianti e del paesaggio che li circonda). Due ambiti, quello balneare e sciistico, che inoltre sono limitati intrinsecamente dal fattore “stagionalità”, totalmente estraneo, viceversa, al turismo ambientale. Ma, quel che più conta, a differenza del passato oggi il “turismo ambientale” trova il suo maggiore richiamo non tanto nella rilevanza o nella ricchezza dei monumenti, quanto soprattutto nell’integrità del paesaggio. E ciò perché il turismo ambientale risulta composto di un’utenza di “provenienza” per lo più metropolitana, alla ricerca di un evidente “stacco-emotivo” dalle realtà degradate da cui essa proviene (la città, la periferia, ecc…), sentimento che può essere provocato soltanto dal soggiorno in un ambiente innanzitutto non inquinato, e poi che abbia mantenuto i propri caratteri originari, siano essi quelli di un paesaggio schiettamente rurale o quelli di un paesaggio selvaggio e naturale.

Il fenomeno dell’insediamento sparso nel Lazio e la tutela del paesaggio rurale:

Nel Lazio, la realtà locale a noi più vicina, il fenomeno dell’insediamento sparso sta interessando praticamente tutto il territorio (e soprattutto, naturalmente, le aree non tutelate), distruggendone anno dopo anno l’identità e riducendone le potenzialità turistiche. Tale situazione, infatti, rischia di compromettere definitivamente le opportunità per il rilancio, nella regione, di uno sviluppo eco-compatibile e per la promozione del turismo ambientale, che oggi fa già la ricchezza di molte zone in Italia (ad esempio dell’Umbria e della Toscana) assicurando la qualità della vita, dando lavoro ai giovani, conservando le culture, i costumi e i mestieri tradizionali e permettendo di porre un freno allo spopolamento dei piccoli centri.
A proposito di spopolamento, nella nostra regione si assiste in particolare ad un’incredibile situazione: mentre numerosi borghi vanno spopolandosi, contemporaneamente intorno ad essi spuntano ogni anno nuove costruzioni, peraltro sempre aliene dal contesto edilizio tradizionale e quindi non rispettose del paesaggio. Nel giro di pochi anni si sono così venuti (e si vengono ancora) a creare veri e propri agglomerati moderni accanto ai vecchi centri sempre più spopolati, mentre, come se non bastasse, si è assistito (e si assiste tuttora) alla proliferazione di edifici sparsi nelle campagne. Un modello di urbanizzazione inaccettabile, questo, che ha molteplici risvolti negativi, producendo la deturpazione del paesaggio originario, contribuendo agli enormi processi di inquinamento della terra e dell’acqua già in atto nelle aree metropolitane ed industriali, e, non ultimo, cancellando un vero e proprio ecosistema naturale, quello della pianura e della bassa collina, con effetti incalcolabili di tipo ambientale e climatico.
Tale gravissimo fenomeno costituisce il sintomo di una gestione sconsiderata e del tutto fallimentare dell’urbanizzazione del territorio da parte delle amministrazioni (comunali, provinciali e regionali) passate: urbanizzazione che sappiamo bene dovrebbe avvenire in maniera limitata (come limitata è la risorsa-territorio) ed omogenea, e che invece ha finora tenuto conto soltanto degli interessi di pochi avidi speculatori (“baraccari”, “palazzinari” o magnati dell’edilizia che siano): un fenomeno, infatti, quello dell’insediamento sparso, che, come è noto, è stato favorito dal recente “condono”, atto politico irresponsabile e vergognoso che ha provocato danni spesso irreparabili all’ambiente e al paesaggio laziale (ed italiano in generale).
Nella nostra regione, tra le zone più colpite dalla nuova “ondata” del fenomeno dell’”insediamento sparso” sono non soltanto i Castelli Romani (che già da tempo subiscono un irreversibile degrado paesaggistico ed ambientale nel silenzio di tutti) o la Ciociaria centrale e l’Agro Pontino (aree già da tempo molto compromesse, a causa dello sviluppo urbano, commerciale, industriale e viario), ma anche aree come la Sabina Tiberina, la Tuscia Cimina o la Valle dell’Aniene, che a lungo erano rimaste piuttosto integre e che possedevano (e in molti casi possiedono ancora) un’alta vocazione turistica ed immense potenzialità in fatto di turismo ambientale.
Alla base delle diverse iniziative di tutela ambientale da prendere a livello politico regionale e nazionale, è prioritario, secondo noi, elaborare un serio progetto di bonifica del paesaggio italiano. Oggi occorre da un lato vegliare con estrema severità sulle dinamiche di urbanizzazione in atto (elaborando strategie “a lungo termine” e non “mordi e fuggi” e ricorrendo - laddove necessario – alla demolizione e addirittura all’esproprio ai danni di chi si renda protagonista di abusi), e dall’altro investire nella vera “alta” tecnologia, in maniera da ridurre l’impatto della “modernità” sul territorio (si pensi alla questione - assai sentita dalla cittadinanza - delle antenne e dei ripetitori, o agli elettrodotti che tuttora sfigurano zone bellissime e talvolta intatte), o nelle “grandi opere” di smantellamento degli “eco-mostri” (come certi acquedotti di sessant’anni fa, spesso ormai in disuso, che deturpano i crinali di tante montagne e che attendono solo di essere smantellati), di interramento di tralicci ed elettrodotti (che spesso sfigurano paesaggi bellissimi e ancora non edificati), di riforestazione, di recupero dei centri storici (tramite anche abbattimenti di intere periferie e ricostruzioni in siti e secondo criteri più appropriati), di rinaturalizzazione delle cave abbandonate tramite rimboschimenti, ecc…. Anche queste sono “grandi opere”: e oggi assai più necessarie di quelle propagandate come tali, in quanto fautrici della tutela del territorio, ossia della nostra materia prima per eccellenza e della nostra fonte di vita. Anche tutto ciò produce sviluppo e ricchezza. Ma uno sviluppo ed una ricchezza destinati a durare, e non ad esaurirsi nell’arco di una generazione.
Ma non basta. È altresì attualmente indispensabile incentivare lo sviluppo di energie rinnovabili compatibili con l’ambiente ed il paesaggio, come gli impianti (pannelli fotovoltaici) per la produzione d’energia solare, che dovrebbero divenire obbligatori per le nuove costruzioni (almeno nelle aree urbane moderne ed industriali, laddove cioè nemmeno sussistono problematiche relative alla tutela dell’aspetto delle abitazioni storiche), o come i bio-carburanti, che permettono di salvaguardare il paesaggio rurale non come un monumento immobile (caratteristica che in fondo non ha mai avuto), ma anzi di valorizzarlo e rivitalizzarlo, quale elemento fondamentale della nostra economia e della nostra stessa pluri-millenaria cultura. Sarebbero invece da scartare a priori gli impianti di energia eolica, che, producendo peraltro un quantitativo assai modesto di energia, provocano un’erosione immensa del paesaggio e del territorio, conseguenza che una realtà altamente antropizzata come l’Italia non può affatto permettersi.
Uno dei primi passi verso la tutela del paesaggio rurale sarebbe certamente rappresentato dall’istituzione, nelle aree italiane a maggiore vocazione agricola, dei cosiddetti “parchi agricoli”, aree protette complementari ai parchi, alle riserve e ai monumenti naturali, ma con caratteristiche proprie e specifiche, finalizzate non al mantenimento dello status quo ma allo sviluppo di attività eco-compatibili. Nel Lazio, tra le aree geografiche che dovrebbero essere urgentemente interessate dall’istituzione di “parchi agricoli” citiamo:

- la Maremma viterbese e la caldera di Latera;
- l’Agro cerite-tolfetano (qualora, ovviamente, non venisse creato il Parco Naturale dei Monti della Tolfa);
- la Sabina;
- la Piana di San Vittorino;
- la Valle del Tevere;
- la Valle Cimina;
- la Valle Avanzana;
- la Val di Comino;
- le micro-aree rimaste integre nelle valli del Sacco, del Liri e dell’Amaseno, nell’Agro Pontino e nella Campagna Romana.

Tali parchi agricoli dovrebbero innanzitutto bloccare l’urbanizzazione delle campagne, permettendo la costruzione soltanto delle strutture strettamente connesse all’agricoltura e secondo modalità di compatibilità ambientale e paesaggistica. In quest’ambito anche il settore edilizio potrebbe essere favorito, non certo nel senso dell’edificazione, bensì in quello della ristrutturazione, evoluzione del resto già in atto con successo in diverse regioni italiane ad alta vocazione turistica. Sarebbero perciò necessari, peraltro, sostanziali incentivi economici in favore dei privati proprietari di beni immobili che conservino l’originaria struttura, al fine di salvaguardare il patrimonio delle “abitazioni tipiche del paesaggio rurale” (casali, case coloniche, case torri, mulini, ecc…).
Un’altra idea sarebbe quella di promuovere all’interno dei “parchi agricoli” le coltivazioni biologiche, vietando le coltivazioni artificiali in serra e, più in generale, l’utilizzo di materiali non sostenibili come la plastica, largamente diffusa ormai da decenni tra i contadini, e che comporta, con gli annessi problemi di smaltimento, l’inquinamento della terra (spesso i residui rimangono interrati) e dei corsi d’acqua, fatto, quest’ultimo, evidente soprattutto dopo le piene dei bacini torrentizi e fluviali, causate da periodi particolarmente piovosi.





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