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Colosseo. Risposta a Rossella Rea
19-11-2014
Daniele Manacorda

Risposta a Rossella Rea
Cara Rossella, come ricorderai, ti mandai a suo tempo la bozza del mio articolo sul Colosseo da pubblicare su “Archeo” per avere da te qualche eventuale osservazione. Se tu avessi ritenuto utile farmene parte, avrei potuto attingere anche ai tanti episodi che tu ricordi per sostenere in termini un po’ più coloriti la mia semplice idea. Ho quindi bevuto d’un fiato il tuo intervento, e te ne ringrazio,, ma mi è rimasta la sete (di conoscenza, s’intende).
Ti rispondo quindi non solo per obbligo di cortesia, ma per capire meglio. La storia che tu ci racconti comincia con una nota stonata: oltre un secolo fa non è cominciato il dibattito sulla ‘costruzione, o meno, del piano dell’arena’, ma quello sulla ‘ricostruzione’ di quel piano, che c’era ed era stato distrutto dai recenti scavi archeologi, mettendo solo allora in luce i sotterranei, che prima erano sepolti dal terreno. E’ tutto qui, infatti, il nocciolo della questione. E su questo si snodano le vicende che tu ben sintetizzi.
Apprendiamo quindi che un ingegnere capo dell’Ufficio Regionale per la Conservazione dei Monumenti, prima, poi un Governatore su intercessione di un Ministro, poi un Papa o chi per lui in occasione di un Giubileo cercarono di far completare quegli sterri ‘per rendere di nuovo libera e praticabile la circolazione sul piano dell’arena, e per garantire ‘la protezione dei resti sottostanti e la restituzione dell’aspetto del monumento’, e poi ancora per creare ‘un’installazione didattica che riscosse un enorme successo’.
Non capisco se tu ti rallegri di quel successo, o lo paventi come qualcosa di negativo. Ma se non ce l’hanno fatta ministri ed ingegneri, gerarchi e cardinali, chi li ha convinti che non era il caso di provarci? Noi archeologi? Io temo di sì, e le tue parole purtroppo non mi liberano da questo timore. Al mio ragionamento sulla necessità di risarcire le ferite che l’archeologia scientifica necessariamente opera nei monumenti che indaga (il confronto con il progredire della scienza anatomica non ha nulla di pulp, ovviamente) mi rispondi che i sottorranei sono ‘un monumento nel monumento’. Sono talmente d’accordo, che mi piacerebbe vederli restituiti nella loro natura, visitati e allestiti come splendido museo di se stessi . Dove sta scritto che devono restare esposti alle intemperie sine die per decenni o per secoli? Anzi: ti dispiacerebbe rassicurare l’opinione pubblica sullo stato di salute di quelle strutture che non furono certo progettate, come le arcate dell’anfiteatro, per essere esposte? Non c’è un problema di tutela in atto?
Quei muri sono a pancia all’aria per una ostinazione degli archeologi a non portare a compimento il loro lavoro secolare? Se è così, il risultato è che purtroppo le visioni del Colosseo dall’alto ci danno la stessa impressione di ‘dente cariato’ che l’indimenticato Antonio Cederna riconobbe nello sventurato rudere dell’Augusteo scarnificato negli anni ’30 del secolo scorso.
A proposito di Anni Trenta. Che cosa c’entra l’allusione ai ‘danni compiti dagli avanguardisti in occasione delle adunate’? Questo dei rischi cui la reintegrazione del piano di calpestio esporrebbe il Colosseo mi sembra davvero un ricorso a quel catastrofismo che paventa il futuro per stare fermi abbarbicati al presente. Ed è pure denigratorio nei confronti di Ministero e Soprintendenza, che, da proprietari del monumento, ne sapranno garantire al meglio qualunque uso sociale e culturale pensino eventualmente di consentire in quel luogo. O non ti fidi di voi stessi? Io sì, mi fido, e infatti dormo sogni tranquilli (vedi Il Manifesto dell’8 novembre scorso).
Insomma, in conclusione, hai capito perché la mia sete rimane tale e quale? Qualcuno mi può spiegare perché l’arena non possa essere risarcita nella sua integrità formale e funzionale, ma mezza arena sì? Ci sarà una motivazione culturale di questa affermazione?
Vedi, tu definisci la mia idea provocatoria. Non lo era affatto, anche se vedo che ha creato qualche rovello tra alcuni addetti ai lavori. E’ un’idea semplice, forse banale. In queste settimane sono stato sballottato tra mille interviste di media degli Stati Uniti e del Giappone, della Spagna e del Kazakhstan. La domanda era sempre la stessa: a noi sembra una proposta normale: perché qualcuno dice’no’?
Alla fine del tuo scritto, cara Rossella, concludi che ‘se il progetto non ha avuto seguito, i motivi sono molteplici e tuttora validi’, quindi, se capisco bene, da te condivisi. Bene, ma questi motivi, di grazia, quanti e quali sono? Ci hai raccontate storie e episodi, ci hai detto che cosa è successo, ma i motivi del no, che – a quel che sento – arrivano prevalentemente dal mondo degli archeologi, quali sono? Siamo noi archeologi che abbiamo tolto quell’arena. Puoi dire, non a me, ma ad un’opinione pubblica globalizzata e molto interessata, per quale motivo non vogliamo restituirla? Escluso che si tratti di motivi non divulgabili, qualcuno potrebbe pensare che questi motivi non ci siano. Tu li conosci?
Daniele Manacorda



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