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Qualche domanda su Sibari
16-02-2015
Pier Giovanni Guzzo

Qualche domanda si può porre a proposito dei progetti in corso relativi alla bonifica dall’acqua di falda negli scavi archeologici di Sibari. Come, forse, è noto i livelli archeologici si trovano sotto una falda idrica: così che le attività di scavo possono essere realizzate solamente dopo che impianti drenanti hanno abbassato il livello di quella falda al disotto di quello degli strati antichi. Nel corso degli ultimi quarant’anni si sono sperimentati di versi sistemi volti a sostituire gli originari impianti well-point, grazie ai quali tutte le attività di scavo sono state rese possibili. Attualmente, a quanto si è appreso a livello locale, la spesa annua di gestione di tutti gli impianti well-poin in funzione è di circa euro 65.000,00. E il risultato ottenuto è soddisfacente: il parco archeologico per un’estensione di più ettari, è visitabile, quanto rinvenuto è visibile, solamente a seguito di forti piogge si evidenziano pozzanghere, come in qualsiasi altro luogo all’aperto. Ciò non ostante, è in corso di realizzazione un progetto finanziato dall’Unione Europea, del valore di euro 5.000.000,00, rivolto a mettere in funzione un diverso sistema drenante. Si tratta di infiggere nel terreno archeologico pozzi dal diametro di circa 1 m, per una profondità di 2/3 m, collegati fra loro alla base da tubature orizzontali a pareti forate che richiamano per gravità in se stesse l’acqua di falda. Quest’ultima è poi fatta defluire da una normale pompa aspirante. Il sistema well-point è formato da una tubatura posta in superficie della zona da bonificare: a questa tubatura sono collegate aste cave dal diametro di cm 10 circa con un’estremità a filtro infisse nel terreno per una profondità di 3/4 m. L’insieme è collegato ad una pompa aspirante che provoca vuoto nel sistema, così da richiamare la falda al livello raggiunto dalle punte a filtro delle aste verticali. Il vantaggio di questo sistema è nel ridotto diametro delle aste infisse nel terreno e nella possibilità di infiggerle con buona libertà di posizione, così da non intaccare eventuali strutture antiche di interesse. Lo svantaggio consiste nel fatto che l’infissione avviene alla cieca, e quindi solamente la maggiore o minore resistenza che offre l’infissione avverte gli operatori della presenza di strutture sepolte. Il nuovo sistema drenante sembra caratterizzarsi solamente per aspetti negativi nei confronti dei resti archeologici sepolti, a causa sia delle dimensioni delle sue parti componenti, verticali e orizzontali, sia della rigidità della sua messa in opera. Infatti, nelle applicazioni sperimentali fin qui attuate, le tubature orizzontali sepolte sono state messe in opera, oltre che alla cieca, per mezzo di uno spingi tubi, e quindi necessariamente secondo un andamento rettilineo. E la messa in opera dello spingi tubi ha causato, ad ogni pozzo verticale, uno scavo di circa 4 x 4 m, peraltro condotto con ogni necessaria cautela di metodo archeologico. Per non operare alla cieca in terreno di interesse archeologico è necessario, visto l’ingombro delle opere collegate alla messa in funzione di questo sistema, eseguire saggi di scavo archeologico così da essere sicuri che le tubature non comportino la distruzione di strutture antiche. Per completare questa più che opportuna operazione preliminare di conoscenza e di tutela preventiva occorre del tempo: che si assottiglia ogni giorno di più fino all’ultimativa scadenza del 31 dicembre prossimo, termine ultimo per l’impiego dei finanziamenti europei (esattamente come accade per il Grande Progetto Pompei). Si paventa a ragione che, vista l’urgenza e nonostante la messa in guardia da parte dei responsabili locali della tutela si voglia forzare i tempi per la messa in opera così da completare l’opera entro i termini temporali fissati, così da poter passare all’incasso del dovuto. A monte di tale previsione, le domande da porsi sono: qual è il motivo che fa spendere euro 5.000.000,00 (oltre alle ancora ignote spese di gestione) per sostituire un impianto drenante efficiente e sperimentato dal modesto costo di esercizio e di ormai completato ammortamento del capitale investito per l’acquisto? Perché non si è preferito procedere a modeste spese di manutenzione e di ottimizzazione del sistema in atto, così da renderlo ancora più efficiente? Ben

vengano le sperimentazioni e la messa in opera di impianti innovativi, ma senza che ciò comporti il pericolo di danneggiamento dei resti di interesse archeologico. Danneggiamento, ironia della sorte, che sarebbe stato arrecato nella speranza di garantire una migliore conservazione.

PIER GIOVANNI GUZZO



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