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Roma moderna. I Fori e la citt
14-03-2015
Adriano La Regina

In ricordo di Italo Insolera

Dopo anni di silenzio e disinteresse politico sulla questione urbanistica dei Fori imperiali, ossia sul disegno futuro e limmagine della citt di Roma, il Sindaco Ignazio Marino ha proposto il tema di un uso diverso di quellarea, pi rispettoso dei principali monumenti antichi, con forti limitazioni del traffico automobilistico sulla strada che attraversa larea monumentale. Il Sindaco ha inoltre promosso listituzione di una Commissione di esperti designati dal Ministero dei beni culturali e dalla Citt di Roma con il compito di elaborare uno studio per un piano strategico di sistemazione e sviluppo dellarea archeologica centrale di Roma. La Commissione, presieduta dal Prof. Giuliano Volpe e composta di studiosi stranieri, il Prof. Michel Gras, larchitetta Jane Thompson, e italiani, la Prof. Laura Ricci, la Prof. Tiziana Ferrante, il Prof. Eugenio La Rocca, il Prof. Claudio Strinati e da me stesso, con la partecipazione del Prof. Claudio Parisi Presicce, della Dr. Federica Galloni, della Dr. Mariarosaria Barbera e dellArch. Agostino Burreca, stata istituita il 1 agosto 2014 ed ha terminato i lavori il successivo 30 dicembre. La relazione finale della Commissione, resa pubblica, propone una serie di interventi intesi a migliorare le condizioni della zona monumentale antica; alcuni sono fattibili in tempi brevi e con poca spesa, altri sono di natura pi complessa e collegati con la realizzazione di opere pubbliche, in particolare della linea C della metropolitana; tra questi il grande centro di servizio previsto fin dal 1988 sotto il livello stradale della via dei Fori imperiali tra il Colosseo e il Largo Corrado Ricci. Lattuazione dellintero programma darebbe di certo un assetto pi decoroso alla parte centrale della citt, sollevandola dalle condizioni di decadimento e migliorando lo stato di molti monumenti. Tuttavia, nellampio panorama dei problemi esaminati la sistemazione dei Fori imperiali, obiettivo per il quale era scaturita la necessit di istituire la Commissione stessa, non ha ricevuto unattenzione pari alla sua importanza. Non esiterei a definirne la trattazione del tutto deludente: non vi sono stati approfondimenti sugli aspetti gi studiati n proposte innovative di alcun genere, ancorch dichiarate auspicabili. La posizione assunta, non del tutto unanimemente ma quasi, stata quella di non abbandonare la prospettiva di una soluzione innovativa che porti alla sostituzione dellattuale via, mantenendone il tracciato e la funzione, e alla ricomposizione del contesto archeologico. A questo, cio alla ricomposizione del contesto archeologico, si potrebbe arrivare secondo la Commissione con un viadotto carrabile e pedonale che consentirebbe di riunificare le parti dei diversi Fori oggi frammentarie e rese incomprensibili dalla presenza della strada; al tempo stesso il viadotto consentirebbe la conservazione del segno costituito dallasse della via dei fori imperiali.

In questo modo non si neanche tentato di aprire la strada a soluzioni nuove, non osando rinunciare n alla riunificazione dei complessi monumentali ora disarticolati, n al mantenimento della via dei Fori imperiali, concepita come un segno storico da perpetuare tramite un suo simulacro con la carreggiata sostenuta da esili pilastri. La scelta di conservare il segno della strada senza concrete motivazioni di ordine urbanistico appare legata a forme di malinteso storicismo. La proposta di un ponte, o viadotto, che possa scavalcare i Fori imperiali completamente scavati per mantenere il collegamento stradale tra piazza Venezia e il Colosseo era stata formulata da Pierluigi Romeo nel 1979, e fu ripresa con il progetto di Massimiliano Fuksas nel 2004, e poi nuovamente in forma pi elaborata da Raffaele Panella nel 2013. Questa soluzione costituisce un indubbio progresso rispetto allo stato delle cose perch consente il completamento delle esplorazioni e la riunificazione delle aree scavate; la costruzione del viadotto sarebbe per del tutto inutile, come vedremo. Inoltre, si manterrebbe cos la separazione tra il livello duso attuale, cittadino, e quello archeologico destinato al turismo. Esistono per anche altri modi pi semplici e meno costosi per ottenere gli stessi risultati.

Dopo le demolizioni dellintero quartiere che aveva occupato larea dei Fori imperiali, avviate nel 1929 secondo i progetti di Corrado Ricci ad est della via Alessandrina ed estese tra il 1931 e il 1933 a tutti i restanti spazi, si giunse in pochi anni a una definitiva sistemazione con soluzioni provvisorie ma opportune, perch servirono a sventare programmi di edificazione in parte gi avviati e per fortuna subito sospesi. Il vuoto creato tra le rovine suscitava aspirazioni edificatorie e vanit architettoniche: persino Le Corbusier si era proposto con il progetto di una costruzione tra la Basilica di Massenzio e il Colosseo. evidente che vi fosse fin da allora, tra chi aveva promosso, attuato e seguito il programma di abbattimento degli edifici e di sfondamento della Velia, la previsione o almeno laspirazione di un ampliamento degli scavi nei vasti spazi rimasti liberi a ridosso della nuova via dellImpero e sistemati con aiuole. Vi sono molti indizi di questa previsione; ne ricordo solo uno, evidentissimo: il muraglione di sostegno della via Alessandrina costruito dopo le demolizioni di Corrado Ricci predisposto con una serie di arcate che dopo un successivo scavo del Foro di Traiano avrebbero consentito di collegare larea della piazza con lemiciclo orientale. Lintento fu tuttavia vanificato prima dal prevalere delle esigenze di rappresentazione retorica del regime, che imponevano una decorosa e immediata ricomposizione degli spazi liberati dalle costruzioni, e poi per il sopravvenire della guerra. Quello stato di cose, tra Piazza Venezia e il Colosseo, si mantenne quindi immutato e indiscusso per circa quarantanni. Se per lassetto di quellarea non aveva subito mutamenti, la citt si era trasformata radicalmente: lespansione edilizia nel suburbio, avvenuta nelle forme e governata nei modi descritti da Italo Insolera nella sua storia urbanistica di Roma moderna (1962), aveva modificato lequilibrio tra il centro urbano e le periferie; la legge urbanistica del 1967 (la cosiddetta legge ponte), aveva tutelato i quartieri del centro storico ma, influendo sui valori immobiliari, ne aveva accentuato il distacco da quelli periferici; il traffico automobilistico, divenuto insostenibile, ostacolava lagibilit degli spazi pubblici e la percezione degli aspetti storico-artistici del paesaggio urbano e, soprattutto, creava un inquinamento atmosferico assai nocivo per la conservazione dei monumenti antichi.

Credo che sia utile ricordare le ragioni che agli inizi degli anni Ottanta condussero alla proposta di un assetto diverso dei Fori imperiali. Se alcuni dei motivi che allora imponevano urgenti cambiamenti sono superati, altri persistono e nel frattempo ne sono sorti di nuovi ancora. Tutto scatur da una pressante esigenza di conservazione del patrimonio esistente: infatti, la maggiore concentrazione di monumenti marmorei di Roma, nellarea archeologica centrale, era esposta al danneggiamento e al rapido decadimento derivanti dallelevato grado di inquinamento atmosferico. La previsione, sensata e in parte gradualmente attuata, di ridurre e poi di eliminare il transito dei veicoli a motore dalla via dei Fori imperiali, privandola cos della sua primaria funzione urbana, metteva seriamente in dubbio la necessit di mantenere la sistemazione degli anni Trenta. Si apriva in tal modo per la prima volta la prospettiva concreta dellesplorazione e del recupero quasi integrale delle grandi piazze antiche in un complesso unitario che dal Foro romano e dal Palatino si potesse estendere fino al Circo Massimo, al Colosseo e ai Mercati di Traiano. Il programma di uno scavo che avrebbe dovuto eliminare la via dei Fori imperiali fu presentato dalla Soprintendenza con una mostra tenuta nella Curia dei Senato al Foro romano nel 1981. Prese poi forma il progetto urbanistico predisposto su incarico della Soprintendenza da Leonardo Benevolo con Vittorio Gregotti, Augusto Cagnardi, Ferdinando Castagnoli, Ippolito Pizzetti, Claudio Podest, Guglielmo Zambrini; il lavoro, che resta unelaborazione concettuale fondamentale per la questione dei Fori imperiali, stato pubblicato nel 1985: Roma. Studio per la sistemazione dellarea archeologica centrale (1985). Un secondo livello di progettazione, ancora a cura di Leonardo Benevolo e Francesco Scoppola con Vittorio Gregotti, Augusto Cagnardi, Antonio Cederna, Vezio De Lucia, Massimo De Vico Fallani, Sergio Giovanale, Carlo Pavolini, Claudio Podest, Lucio Quaglia, Alessandro Quarra, comparve nel 1988: Roma. Larea archeologica centrale e la citt moderna.

La discussione che scatur da queste proposte fin dal 1981 fu per viziata da contrapposizioni politiche e ideali che spostarono il dibattito dagli aspetti programmatici di conservazione monumentale e di rinnovamento urbanistico alle valutazioni di ordine storico sulle trasformazioni subite da Roma durante il regime fascista. In realt vi erano solo la necessit e, molto pragmaticamente, lopportunit di far tesoro dei costi sociali gi sostenuti. Labbattimento di un intero comparto urbano densamente abitato e il trasferimento dei residenti, appartenenti ai ceti sociali meno abbienti, in quartieri di periferia apposta edificati comportarono costi elevatissimi. Oggi un intervento cos radicale in una parte storica della citt, come quello attuato durante il Fascismo, compiutamente descritto da Antonio Cederna nel suo Mussolini urbanista (1979), non sarebbe ammissibile sotto il profilo normativo, etico e culturale, e non sarebbe comunque sostenibile per limpegno economico necessario; tuttavia la trasformazione avvenuta e di l da ogni giudizio non vi che da prenderne atto e considerare lo stato delle cose in previsione della migliore sistemazione dei monumenti antichi e dello sviluppo della citt.

La questione del decadimento dei marmi romani aggrediti dallinquinamento si pose nel 1978 quando, a seguito di alcuni distacchi di superfici scolpite dalla colonna di Marco Aurelio, la Soprintendenza esegu accertamenti su tutti i monumenti marmorei della citt. Presento qui alcune delle immagini che mostrai il 21 aprile del 1979 in una conferenza tenuta in Campidoglio su invito di Giulio Carlo Argan, allora sindaco di Roma. Con quelle ricognizioni si ebbe il modo di costatare, per la prima volta, la gravit dei danni arrecati alle superfici marmoree dalle emissioni degli autoveicoli, specialmente di quelli a combustione di gasolio, e dalle polveri prodotte dallusura delle ruote di gomma. I monumenti non avevano ricevuto manutenzioni da molto tempo, e quindi recavano i segni di un lungo decadimento. I danni pi insidiosi, per, perch attivamente progressivi erano dovuti alla grande accelerazione provocata dalle nuove forme dinquinamento atmosferico comparse nel corso del Novecento. Per la Colonna Traiana abbiamo i preziosissimi calchi del Museo della Civilt Romana, realizzati nel 1862 per volont di Napoleone III, i quali documentano lo stato in cui si trovava il monumento a quellepoca; lesecuzione dei calchi aveva infatti comportato unaccurata ripulitura delle superfici. Linquinamento dovuto alle emissioni degli autoveicoli induceva sulle superfici dei monumenti un processo chimico che trasformava il marmo in gesso e lo esponeva quindi allerosione del vento e al dilavamento della pioggia. La penetrazione degli agenti inquinanti in profondit provocava inoltre la formazione di croste che si distaccavano facendo perdere ampie porzioni lapidee. La situazione era aggravata dalle emissioni degli impianti di riscaldamento, ancora in parte a carbone ma per lo pi a gasolio; gli uni e gli altri influivano sullinquinamento atmosferico generale della citt in maniera massiccia per la diffusione su tutta la grande cintura intensamente edificata della periferia urbana. Fu quindi possibile appurare che linquinamento stava provocando danni non solo ai marmi con figurazioni scolpite, come le grandi colonne istoriate di Traiano e di Marco Aurelio, e gli archi di Tito, Settimio Severo, Costantino, ma anche alla ornamentazione architettonica e persino alle superfici non decorate dei monumenti. Di minore entit, ma non irrilevante, si presentavano le alterazioni subite dalle superfici di travertino in monumenti come il Colosseo e il teatro di Marcello. Il danno maggiore consisteva naturalmente nelle perdite irrimediabili arrecate a quei rilievi storici e a quei complessi scultorei che rappresentano le principali manifestazioni dellarte ufficiale romana. Il decadimento era per del tutto generalizzato e si estendeva ad altri materiali lapidei come il tufo, e richiamo il caso del Tabularium, e metallici, e ricordo la statua equestre di Marco Aurelio. La questione della protezione di questo patrimonio fu sollevata nel Consiglio Nazionale dei Beni Culturali nel dicembre del 1978, e suscit preoccupazione presso lopinione pubblica internazionale. Per riferire su questo stato di cose fu nominata una Commissione ministeriale per le opere darte allaperto, presieduta da Cesare Gnudi, illustre storico dellarte e Soprintendente ai beni artistici di Bologna. La Commissione si espresse con una relazione finale nellaprile del 1980, e gli atti furono pubblicati dal Ministero nel 1981. Nel confermare il grave stato dei monumenti romani, la Commissione sollecit per la loro conservazione provvedimenti urgenti, straordinari, che in effetti furono adottati in sede legislativa nel 1981, ma raccomand anche misure di pianificazione territoriale idonee a ridurre le fonti di inquinamento.

Per la riduzione dellinquinamento dellatmosfera urbana qualche beneficio si ebbe dopo molto tempo, soprattutto in conseguenza dello sviluppo tecnologico degli impianti di riscaldamento e a seguito della sostituzione del gasolio con il metano. Gli interventi di conservazione eseguiti negli anni Ottanta sono stati temporaneamente risolutivi nel frenare la progressione dei danni, ma non potevano essere di durata illimitata. Ne era stata prevista lefficacia per almeno ventanni, dopodich si sarebbero dovute ripetere le operazioni di manutenzione: sono ora passati trentanni e non si sono ancora compiute nuove ripuliture dei marmi, con il rischio che riprendano i fenomeni di disgregazione della materia. Infatti, se lentit dei danni ora pi contenuta, essa non per nulla eliminata. I monumenti dellarea archeologica centrale, liberati dallaggressione diretta delle emissioni dei veicoli a motore, soffrono ancora per linquinamento generale dellarea urbana; inoltre, uno dei capisaldi per la conoscenza dellarte romana di et antonina, la colonna di Marco Aurelio, tuttora molto esposto agli agenti inquinanti. Il peggioramento del suo stato di conservazione evidente per il progressivo annerimento delle superfici. Periodici controlli, seguiti da accurate manutenzioni, sarebbero comunque necessari anche sugli altri monumenti.

Il decadimento dei monumenti romani, architetture ricoperte di raffigurazioni scolpite nel marmo, costituisce ancora oggi il pi grave problema conservativo per il patrimonio artistico italiano. Non esistono altri complessi di opere darte cos importanti e di tali dimensioni esposti allaperto e per loro natura non ricoverabili mediante ripari protettivi. La questione stata per completamente rimossa e non se ne parla pi. Le informazioni date dalla stampa lo scorso 3 marzo sulle ricerche compiute dallIstituto superiore per la conservazione e il restauro sullattuale incidenza dellinquinamento a Roma sono troppo sintetiche e quindi fuorvianti. La perdita delle superfici misurata tra i 5,2 e i 5,9 micron riguarda la progressione annua del danno arrecato alla materia marmorea sana esposta allaperto, e non a superfici scolpite gi molto alterate, interessate per di pi da profonde lesioni, com nel caso dei principali monumenti marmorei antichi di Roma. In tali condizioni gli effetti dellinquinamento non sono lineari ma discontinui, e provocano estesi e profondi distacchi di particolari scultorei rilevanti, talvolta di intere figure. Questo stato di cose non trova particolare ascolto n suscita preoccupazione. Lattenzione ora rivolta in maniera quasi esclusiva alla capacit dei beni culturali di rendere un utile economico, e gli interessi della produttivit connessi con il turismo prevalgono regolarmente su quelli della cultura e della tutela del patrimonio storico e artistico della nazione, che sono invece compresi tra i principi fondamentali della costituzione italiana. I problemi della protezione e della conservazione di questo patrimonio interessano solo se vi del clamore a seguito di guasti, anche secondari, com avvenuto nel caso dei crolli di murature (per lo pi moderne) di Pompei. Il graduale e progressivo disfacimento delle pi preziose testimonianze dellarte romana sembra invece essere un destino ineluttabile non meritevole di attenzione; eppure le operazioni di conservazione non hanno costi esorbitanti, richiedono soprattutto la cura manuale di operatori competenti ed esperti.

Il primo intervento inteso alla riduzione delle fonti di inquinamento, rivelatosi efficace sulla dimensione locale, fu il divieto di transito automobilistico sulla strada che attraversava il Foro alle pendici del Campidoglio: la via del Foro romano, talvolta ricordata come via della Consolazione. La limitazione, avvenuta nel 1979, favor il progetto di rimozione della strada per unificare le due parti dellarea monumentale e per restaurare il Clivo capitolino. I lavori iniziarono nel 1980 e si protrassero per alcuni anni con scavi e restauri, e ripristinarono il percorso antico tra il Campidoglio e la piazza del Colosseo. Fu allora possibile consentire il libero attraversamento del Foro, che era stato per molti anni, con il Palatino, un parco archeologico frequentato soprattutto da turisti. Da quel momento larea del Foro divenne nuovamente una parte della citt che si poteva semplicemente attraversare, o in cui si poteva passeggiare per osservare i monumenti o sostare in contemplazione del paesaggio. Leliminazione della via del Foro romano fu la prima importante trasformazione dopo lassetto degli anni Trenta, lunica che si sia risolta nella ricomposizione di un grande contesto di interesse storico e nel ripristino di percorsi pedonali alternativi alle strade ingorgate di veicoli. Il progetto di riunificare larea archeologica e di restaurare il Clivo capitolino, contrastato da pi parti, era stato assecondato dal Sindaco di Roma Luigi Petroselli, il quale fece smantellare la strada rendendo cos possibili le attivit di scavo e di restauro. Petroselli aveva compreso che Roma poteva a stento competere con le pi grandi capitali sul versante della produzione culturale, e che momenti di effimera vitalit nel cinema, nelle arti figurative, nellarchitettura, avevano posto la citt nella condizione di occupare talvolta una posizione elevata, ma mai di assumere un ruolo di primo piano a livello mondiale. Egli aveva ben visto che il vero primato di Roma, mai sufficientemente sostenuto con lungimiranza politica, era dovuto alle sue testimonianze storiche, che lindiscussa e incomparabile grandezza di questa citt consisteva nei suoi caratteri archeologici, da sempre oggetto dinteresse universale e fonte inesauribile di accrescimento e di rinnovamento urbano.

Lodierno affollamento del Foro non consente di ospitare un numero maggiore di visitatori senza modificare i criteri di ammissione e senza regolarne i flussi, ma queste modifiche sono possibili, e ancor pi lo saranno con lampliamento degli spazi. Labolizione del libero ingresso al Foro romano, decisa nel 2005, stata unumiliante sconfitta culturale che per di pi non ha prodotto benefici economici. Con il biglietto unico per il Colosseo e il Palatino gi si raccoglieva lintera massa di turisti interessati alla visita dellarea archeologica. Laumento degli incassi dovuto solo allincremento delle presenze turistiche a Roma: le variazioni sono infatti proporzionali a quelle dei flussi turistici nella citt.

Lincremento del turismo ha indirizzato sullarea archeologica di Roma milioni di visitatori. Per il Colosseo e il Foro romano, ove si sono superati i limiti di sostenibilit, sono necessari maggiori spazi per ospitare il pubblico. Nel Colosseo il completamento della pavimentazione lignea lunico provvedimento che pu consentire di fare fronte alle nuove esigenze di spazio per la visita e pu inoltre permettere una migliore percezione dei caratteri monumentali. La riproduzione dei meccanismi predisposti in antico per il sollevamento di bestie e materiali e per lallestimento degli spettacoli renderebbe daltra parte comprensibile il funzionamento della struttura e attirerebbe la curiosit del pubblico. Lintervento sarebbe complesso e oneroso ma possibile, perch sono stati compiuti studi, sperimentazioni e parziali realizzazioni. Con una regolare apertura notturna si potrebbero inoltre restituire ai visitatori le sensazioni della spettrale monumentalit al chiarore lunare o nei lividi colori aurorali, cos tanto ambite e provate quando il Colosseo era facilmente accessibile a qualunque ora del giorno e della notte. Occasionali e contenute manifestazioni culturali sarebbero compatibili, come gi si sperimentato pi di una volta, ma il Colosseo non potrebbe ospitare spettacoli di massa: occorrerebbe infatti intervenire in maniera molto pesante sulla cavea. Il triste esempio di Pompei, ove il teatro maggiore stato rovinato per essere adibito alla rappresentazione di spettacoli, dovrebbe mettere in guardia sui rischi di una ristrutturazione. Inoltre, il Colosseo ha gi il suo grande pubblico del turismo internazionale.

Nel Foro romano i visitatori devono poter percorrere i luoghi aperti gi in antico, ossia la piazza, le strade e, laddove esistono i requisiti di agibilit, anche gli interni degli edifici. Gli spazi sono tuttavia insufficienti e il grande affollamento rende ormai la visita faticosa, distoglie dalla contemplazione e lede laura del paesaggio di rovine. Il Palatino pu accogliere altro pubblico per la visita del palazzo dei Cesari, e dei grandiosi edifici lungo le sue pendici, ma contiene anche monumenti delicati con pitture parietali che non possono sostenere una maggiore frequentazione: lAula Isiaca, la Casa dei Grifi, la Casa di Augusto e la Casa di Livia, e cos anche le opere darte esposte nel Museo Palatino. Gli spazi naturalmente destinati alla visita del grande pubblico sono quelli pianeggianti, delimitati dalle alture, ove sono sorte le grandi piazze del Foro romano e dei cinque Fori imperiali. La sistemazione e lapertura dei Fori imperiali ai visitatori che ora si affollano nel Foro romano offrirebbe un grande beneficio alla domanda turistica, e costituirebbe al tempo stesso un enorme arricchimento per limmagine della citt.

Come si riusc ad aprire liberamente il Foro romano istituendo il biglietto dingresso al piano terra del Colosseo, fino allora gratuito, cos possibile fin dora una manovra del tutto analoga aumentando il prezzo di accesso al Colosseo-Palatino e consentendo la piena gratuit per il Foro romano e, in prospettiva, per i Fori imperiali. Il costo del biglietto per il Colosseo e Palatino oggi molto basso rispetto agli standard internazionali, e pu essere aumentato fino a 35 euro. Anche con una riduzione temporanea degli ingressi di circa il 20 per cento in ragione del prezzo pi alto, si avrebbe un incremento degli introiti del 140 per cento. Si risolverebbero cos i problemi dellaffollamento dilatando gli spazi aperti al pubblico, che devono peraltro riassumere la funzione di punto nodale per il transito pedonale nel rapporto con i quartieri cittadini gravitanti sullarea archeologica. La creazione di uno spazio unitario liberamente frequentabile e transitabile si ricordi che il Foro di Nerva era detto anche forum transitorium o forum pervium risolverebbe la questione, tutta erariale, della gestione di monumenti amministrati dallo Stato e dal Comune. Daltra parte bene ricordare che se la tradizionale competenza amministrativa e scientifica del Comune di Roma contribuisce in maniera irrinunciabile alla cura del patrimonio storico e artistico della citt, il complesso monumentale dei Fori imperiali appartiene in gran parte al Demanio dello Stato. Lunificazione funzionale (libera apertura al pubblico) e non di gestione (custodia e cura dei monumenti) dello spazio archeologico del Foro romano e dei Fori imperiali pu esser attuata immediatamente senza alterare lattuale ripartizione dei compiti rispettivamente esercitati dallo Stato e dal Comune di Roma. La pretestuosa rappresentazione di difficolt della gestione ha il solo ed evidente fine di giustificare la creazione di strutture che sottraggano la cura del patrimonio monumentale alla competenza delle naturali sedi istituzionali. La sventurata, recente, esperienza dei commissariamenti di soprintendenze dovrebbe bastare ad allontanare lo spettro di operazioni concepite per finalit non coerenti con linteresse pubblico. Queste comporterebbero peraltro la distruzione di consolidate strutture, statali e comunali, di elevata potenzialit scientifica, con ogni prevedibile ripercussione negativa sulla cura del patrimonio archeologico.

La ripresa degli scavi, nel 1997, negli spazi a ridosso della via dei Fori imperiali, adibiti a giardini e a parcheggi, ha riportato alla luce ampie porzioni del Foro di Traiano, del Foro di Cesare, del Foro Transitorio e del Foro della Pace, e in misura minore del Foro di Augusto. Lincremento delle conoscenze stato enorme per gli aspetti topografici, storicoartistici e per la ricostruzione delle vicende edilizie della citt in et tardoantica e altomedievale. Lintera area si trova in fase di trasformazione, ma senza un programma definito. Si ottenuto cos il risultato di aver generalizzato la frammentazione delle aree scavate e separate tra loro ai margini della strada. Ai bordi degli scavi, in molti casi palesemente intesi come definitivi, e nei restauri gi eseguiti si adottato il criterio di conservare poco selettivamente i resti che documentano le trasformazioni edilizie subite dallarea nel corso dei secoli. In tal modo non sono comprensibili n le singole fasi storiche n la successione delle trasformazioni urbane. Ne risultata una sistemazione incongrua con porzioni di aree scavate pressoch inagibili e separate tra loro, incomprensibili e prive di particolare fascino per laffollamento di muri che si compenetrano e si sovrappongono. il fallimento di un grande programma.

Lo scoprimento dei livelli antichi dei Fori ha un senso se concepito come la prima fase, quella conoscitiva, di una trasformazione dellarea e non per una sua autonoma finalit. Deve poi subentrare la sistemazione, con la scelta e la ricomposizione degli elementi atti a rappresentare le trasformazioni che i luoghi hanno subito nel tempo e la rievocazione di significati storici. Il paesaggio che emerge dallassetto di uno scavo sempre unastrazione simbolica, una cosa che non mai stata ma che ha la capacit di rievocare quello di cui mediante lo scavo si riconosciuta lesistenza; un paesaggio la cui storicit si realizza nel presente. Il pi bellesempio di una tale sistemazione il Foro romano, una creazione del Novecento, in gran parte dovuta a Giacomo Boni, il quale seppe sottrarre senza remore elementi non funzionali alla composizione del paesaggio e alla rappresentazione pi efficace della sua dimensione temporale. Non vero che furono eliminate le testimonianze di et medievale per preferire quelle di epoca classica. Boni document quello che la scienza del suo tempo considerava necessario ma asport livelli e strutture di et antica e medievale per giungere allassetto che nel Foro tuttora si mantiene. Una prospettiva analoga da immaginare per i Fori imperiali, quando allesplorazione dovranno subentrare le sistemazioni funzionali alluso degli spazi e la composizione di un nuovo paesaggio urbano.

Gli scavi recenti dei Fori imperiali non sono andati oltre le aspirazioni e le speranze che si potevano avere gi negli anni Trenta, dopo le grandi demolizioni; aspirazioni peraltro gi concepite molto tempo prima e manifestate apertamente nel 1911 da Corrado Ricci quando progettava le prime demolizioni sul versante orientale della via Alessandrina:

"Non vha certo chi non vegga che limpresa pi bella e pi completa per la liberazione dei Fori sarebbe quella, ripetutamente proposta, di scoprirli del tutto abbattendo interamente le case vecchie e recenti che sorgono tra la via del Foro Traiano, via Marforio, Tor deConti e via di Campo Carleo, ossia tutto lenorme quartiere solcato da via delle Chiavi dOro, Cremona, Priorato, Alessandrina, in un senso; Carbonari, Marmorelle, Bonella e Croce Bianca nellaltro. Ma non vha pure chi non vegga e riconosca le enormi difficolt finanziarie e di economia cittadina che si oppongono a tale magnifico progetto sino al punto da confinarlo, per ora e per molto ancora, nel mondo dei sogni."

indubbio che alla base del nuovo assetto degli anni Trenta non vi sia stato solo lintento di creare un asse viario tra Piazza Venezia e il Colosseo, che non avrebbe richiesto cos vaste demolizioni; tra le tante sollecitazioni esercitate per attuare il programma nella forma pi drastica, seppure con finalit contrastanti, dovettero essere assai influenti quelle che rappresentavano il sogno di Corrado Ricci.

Ho prima accennato alla posizione assunta dalla Commissione del 2014 in difesa della conservazione del segno costituito dallasse della via dei Fori imperiali mediante un ponte da costruirsi per scavalcare larea degli scavi, senza prendere in esame soluzioni che possano invece consentire la rimozione della strada. Una prima possibilit riguarda la creazione di percorsi carrabili oltre che pedonali, per limitate esigenze di collegamento, alle quote archeologiche tra Piazza Venezia e il Colosseo. Anche mediante accorti restauri i Fori dovrebbero svolgere nuovamente la funzione di spazi transitori, oltre che di visita e di sosta. Laltra soluzione, che pu peraltro combinarsi con la prima, riguarda un percorso carrabile sulla via Alessandrina. Questo lunico tracciato storico che ancora sopravvive dopo labbattimento dellintero quartiere. Ha unampiezza sufficiente per sostenere il passaggio di autoveicoli e mezzi di trasporto pubblico nelle due direzioni e nella misura ora consentita sulla via dei Fori. La via Alessandrina gi un viadotto, sostenuto sul versante dei Mercati di Traiano da una sequenza di archi ideati per il collegamento con il Foro di Traiano di cui si prevedeva lo scavo. Lapertura degli archi non sarebbe altro che il compimento di una sistemazione gi predisposta.
veramente strano come nelle attuali previsioni vi sia in primo luogo la demolizione della via Alessandrina. Anche volendola rimuovere, questo dovrebbe avvenire al compimento delle sistemazioni dellintera area, quali che siano, se non altro per ovvi motivi di agibilit durante i lavori e per la loro esecuzione. I fondi donati dallAzerbaigian potrebbero essere impiegati per un importante restauro, pi utilmente che per una demolizione: si potrebbero innalzare nuovamente colonne abbattute che contribuirebbero a creare il nuovo paesaggio archeologico.

A mio avviso non vi sono motivi che possano oggi concretamente impedire la rimozione della via dei Fori imperiali, non per compiere un atto demolitorio ma per attribuire nuove funzioni e una rinnovata immagine a quella parte di Roma.
In un modo o nellaltro le grandi vicende urbanistiche di Roma hanno dovuto fare i conti con le testimonianze dellantichit, e questo avvenuto mediante il riuso, la riscoperta, la distruzione. Ancora oggi, qualunque concezione si voglia avere di Roma nello stato presente e nelle sue prospettive di trasformazione, resta dominante il rapporto con la storia e con le sue vestigia. Come in tanti altri luoghi, il sostrato millenario ha influito sulla forma della citt, ma a Roma anche gli aspetti salienti del paesaggio sono composti di edifici antichi, monumenti, rovine costruite solidamente per leternit. Ruderi che per secoli hanno dominato, imponenti e solitari, le vedute aperte della campagna, ora assediati da fabbricati anonimi, sono divenuti elementi didentit storica e di originalit architettonica in nuovi quartieri di periferia. Il paesaggio di Roma senza uguali al mondo per la dimensione e la quantit di testimonianze storiche. Fin dal Medio Evo i monumenti antichi vi hanno rappresentato unepoca lontana, un mondo finito ma a noi nondimeno familiare in quei suoi aspetti formali che Umanesimo e Rinascimento hanno trasferito nella cultura moderna. I caratteri storici ancora latenti possono svolgere a Roma pi che in ogni altro luogo un ruolo importante nellinnovazione della citt, nel suo adeguamento alle esigenze dei tempi, nellinvenzione di nuove forme di paesaggio. Tutto questo pu essere allora concepito solo nel disegno di una citt che nel rinnovarsi sappia pur sempre mantenersi digna antiquitate.


Roma, 9 marzo 2015



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MiBACT, presto protocollo di collaborazione con le citt darte per gestione flussi turistici

26-07-2017
Franceschini in audizione alla Commissione Cultura del Senato

25-07-2017
Franceschini domani in audizione alla Commissione Cultura del Senato

25-07-2017
Franceschini: Musei italiani verso il record di 50 milioni di ingressi

25-07-2017
COLOSSEO, oggi conferenza stampa di Franceschini

20-07-2017
Questa legge contro i parchi e le aree protette, fermatela: appello di Italia Nostra alla Commissione Ambiente del Senato

18-07-2017
CAMERA DEI DEPUTATI - COMMISSIONE PERIFERIE - Audizione esperti (Bovini e Settis)

15-07-2017
Ricordo di Giovanni Pieraccini, di Vittorio Emiliani

12-07-2017
Comunicato di API-MIBACT sui Responsbili d'Area nelle Soprintendenze Archeologia, Belle Arti, Paesaggio

11-07-2017
Rassegna Stampa di TERRITORIALMENTE sul patrimonio territoriale della Toscana

10-07-2017
Il tradimento della Regione Toscana nella politica sui fiumi

06-07-2017
Per aderire all'appello sul Parco delle Alpi Apuane

05-07-2017
Appello al Presidente Enrico Rossi per la nomina del Presidente Parco regionale delle Alpi Apuane

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